Amazon “gioca sporco”. Le accuse della Commissione europea

Il gigante americano favorirebbe i propri prodotti a discapito di quelli degli altri venditori sulla stessa piattaforma. Per la Ue distorce la concorrenza

Il quartier generale di Amazon a Sunnyvale, in California. Il colosso fondato da Jeff Bezos è sotto accusa per violazione delle leggi sulla concorrenza © Andrei Stanescu/iStockPhoto

Amazon, il gigante delle vendite on line, è sia venditore di prodotti propri che piattaforma al servizio di venditori terzi (il cosiddetto marketplace). Ed è proprio sfruttando questa duplice natura che, secondo la Commissione europea, avrebbe infranto le leggi sulla concorrenza in Francia e Germania. In un modo molto semplice: avrebbe utilizzato i dati privati dei rivenditori che si appoggiano alla sua piattaforma per favorire i propri prodotti a discapito di quelli degli altri. 

L’accusa è stata formalizzata dalla Commissione europea il 10 novembre, ma era attesa da quando, un anno fa, era stata aperta un’inchiesta approfondita sul comportamento del gigante statunitense. Ed è arrivata in un momento in cui, a causa della crisi sanitaria da Covid-19, le vendite on line hanno visto una vera e propria esplosione in tutto il mondo.

Con i dati raccolti ha un vantaggio sulla concorrenza

Le transazioni di venditori terzi che utilizzano la piattaforma di Amazon rappresentano circa il 60% del volume totale di vendite dell’azienda di Jeff Bezos. E generano un’enorme quantità di dati: sui prodotti, sui prezzi, sui pareri dei clienti. Dati che «alimentano sistematicamente il suo algoritmo», permettendo così un vantaggio concorrenziale per «targettizzare la vendita dei propri prodotti», ha spiegato la commissaria Ue alla Concorrenza Margrethe Vestager.

Con i dati di 800mila venditori attivi che gestiscono vendite di oltre un miliardo di prodotti, Amazon dispone di uno studio di mercato permanente e gratuito. Per questo, secondo Margrethe Vestager, «occorre vigilare affinché le piattaforme che svolgono una doppia funzione e che detengono un enorme potere di mercato non falsino la concorrenza. I dati relativi alle attività dei venditori terzi non dovrebbero essere utilizzati a beneficio di Amazon, poiché questa agisce, appunto, come un concorrente».

La difesa di Amazon

D’altra parte, mancava solo Amazon alla lista dei colossi del web colpiti dalla vigilanza europea sulla concorrenza. La multa che rischia alla fine dell’inchiesta formale che è stata aperta e che vedrà fine nel 2021 è potenzialmente colossale.

Amazon rifiuta le accuse con l’argomento classico: sostiene di non abusare della propria posizione dominante perché non si trova in posizione dominante. «Amazon rappresenta meno dell’1% del mercato al dettaglio mondiale, e in ogni Paese in cui operiamo esistono venditori al dettaglio più grandi di noi. Nessuna azienda più di Amazon si preoccupa delle piccole impreso o ha agito in loro sostegno nel corso degli ultimi due decenni», si legge in un comunicato del gruppo.

La Commissione europea rilancia

Ma le accuse della Commissione europea non si fermano qui: è stata annunciata l’intenzione di aprire una seconda inchiesta formale per pratiche anticoncorrenziali. In questo caso il sospetto è che la piattaforma creata da Jeff Bezos favorisca le proprie vendite e quelle di coloro che utilizzano i suoi servizi di consegna.

Le accuse da parte di Bruxelles a Amazon fanno seguito a quelle che nel 2017 hanno portato a una multa di 2,42 miliardi di euro comminata a Google Shopping. Ma ha una specificità che ne ha già fatto un caso di scuola e i cui effetti andranno oltre la sola Amazon: si tratta infatti della prima volta in cui al centro dell’accusa c’è un gigante del web il cui business si basa sulla raccolta e lo sfruttamento dei dati di partner commerciali. 

A inizio dicembre il commissario per il Mercato interno Thierry Breton presenterà l’attesissimo “Digital Service Act”, un insieme di testi che ha lo scopo di inquadrare meglio le attività dei giganti del web. Vi si troveranno in particolare divieti più restrittivi per i gatekeepers, quelle piattaforme come Amazon e Google che hanno un peso e un ruolo strutturali. Nell’anticipazione del documento trapelata a ottobre vi si trovava il futuro divieto di «utilizzare dati generati e raccolti su una piattaforma a beneficio delle proprie attività commerciali destinate ai consumatori di detta piattaforma». A meno di ristabilire una giusta concorrenza «rendendo accessibili quei dati» agli altri venditori. Scopo del Digital Service Act, dunque, sarebbe quello di elencare meglio e in anticipo tutte le pratiche vietate per non dover correre ai ripari, come nel caso di Amazon, a danno fatto.