“Io resto a casa”. Le piattaforme digitali gongolano (e le loro tasse restano infime)

La clausura da Covid-19 fa volare app e servizi on demand. Le corporation del web ne approfittano, continuando a collocare gli utili nei paradisi fiscali

piattaforme web di contenuti video, Netflix, Prime Video, Disney Plus - foto di mohamed Hassan da Pixabay

La verità ha spesso due volti. Quella dell’emergenza coronavirus non fa eccezione: mentre miliardi di persone sono segregate in casa, congelando milioni di imprese, le piattaforme di servizi tecnologici fanno festa. Non solo si mantengono in positivo o addirittura traggono vantaggio dalla situazione.

Queste attività non si fermano mai, nonostante espongano a un maggior rischio per la salute fattorini, autisti e autotrasportatori, addetti alla logistica, cioè operatori spesso dai salari medi e medio-bassi, con contratti precari e rapporti di lavoro poco tutelati. Anzi, molte delle maggiori compagnie coinvolte hanno incrementato per volumi e varietà la domanda di merci e servizi, di video on demand e connessioni social. Ma soprattutto, lucrando sul obbligato di abitudini sociali, le web corporation più scaltre hanno saputo acquisire migliaia di nuovi clienti, che rappresentano un volano di crescita anche in prospettiva.

Che siano i colossi della tv on demand o dei social network come Netflix o Facebook, dello shopping online o della consegna di pasti a domicilio come Amazon o Uber Eats e Deliveroo, della messaggistica e dei sistemi di comunicazione digitale come WhatsApp, Teams e Zoom, in tanti dalla bufera della pandemia hanno trovato profitti. Anche se la capacità di conservare questi vantaggi competitivi dipenderà dalla futura tenuta dei redditi dei consumatori.

Zoom fa boom grazie al coronavirus e alle scuole chiuse

Ad accorgersi che da questa emergenza sanitaria globale poteva venire qualcosa di buono sono stati innanzitutto quei servizi di cloud computing, comunicazione e videocomunicazione che permettono di non uscire di casa per incontrarsi e lavorare. Per una videochat di gruppo al fine di distrarsi con un aperitivo virtuale tra amici “reclusi” oppure per una conference call d’affari tra manager e dipendenti in smart working, in milioni stanno scaricando e usufruendo di programmi noti come Skype, Messenger o WhatsApp. Ma anche di prodotti finora sconosciuti o poco utilizzati: Slack, Zoom e Teams di Microsoft, in primis.

Alzi la mano chi conosceva e sfruttava Zoom, il software della società californiana Zoom Video Communications, che dalla serrata delle scuole – in Lombardia già il 7 marzo 2020 – ha iniziato a spopolare tra gli insegnanti italiani, diventati all’improvviso autori e creatori di lezioni multimediali, dal salotto di casa propria all’aula virtuale. Secondo quanto riportato da «Forbes», in appena un giorno (mercoledì 11 marzo) ben 343mila persone nel mondo (60mila americani) avevano scaricato l’app. Quasi quattro volte di più dei risultati fatti segnare nei 60 giorni precedenti (90mila download di cui  27mila negli USA).

Questa massa di nuovi utenti, che rappresenta anche un patrimonio di dati personali ambitissimo, è già divenuto oggetto di appetiti e polemiche per una gestione controversa. Inoltre, acquisita da un giorno all’altro in decine di Paesi, ha generato una tale crescita dell’interesse degli investitori che le azioni della compagnia hi-tech hanno registrato un rialzo prima progressivo e poi esponenziale, fino al picco eccezionale del 23 marzo 2020. Mentre l’impennata di utenti spingeva il CEO Kelly Steckelberg a cercare di sfruttare il momento, abbandonando il limite di tempo standard di 40 minuti per le videoconferenze gratuite, offrendo così un accesso illimitato al servizio. Una soluzione imitata per 52 Paesi anche da un colosso come Cisco con il suo software Webex, altro strumento apprezzato per l’istruzione a distanza.

WhatsApp e Messenger raddoppiano, Teams fa 44 milioni di utenti

D’altra parte, pur senza le medesime performance borsistiche di Zoom (i “magnifici 5 hanno perso 1,3 trilioni di dollari di valore lo scorso febbraio), anche i soliti noti si stanno accaparrando un tesoro di fruitori inedito e inatteso. A dichiararlo recentemente è stato lo stesso Mark Zuckerberg, in teleconferenza con i giornalisti, quando ha affermato che il traffico di chiamate vocali e messaggi passato per WhatsApp e Messenger è raddoppiato di volume nei giorni della chiusura italiana per l’emergenza sanitaria.

Non è da meno quanto ha annunciato Microsoft per voce del vicepresidente Jared Spataro, il quale – citando anche il tweet di un professore dell’Università di Bologna – ritiene «che questo passaggio improvviso e globale al lavoro remoto sarà un punto di svolta nel modo in cui lavoriamo e apprendiamo». Una constatazione venata di ottimismo, dovuta certo al fatto che il coronavirus ha messo il turbo al software di messaggistica e collaborazione aziendale Teams della compagnia fondata da Bill Gates.

Il numero di utenti di Teams – informa Spataro – è infatti cresciuto del 37% (+12 milioni di utilizzatori) in una settimana, fino a superare i 44 milioni di utenti al giorno, impegnati su circa 900 milioni di conversazioni video e vocali. In particolare ci sarebbe stata una vera esplosione di fruitori in Cina durante la fase di chiusura più serrata (+500% di riunioni a distanza), con un utilizzo della piattaforma incrementato del 200% tra gennaio e febbraio.

Amazon cambia e assume mentre è guerra per il telecomando tv

E mentre il bisogno di comunicazione digitale dilaga, Amazon da un lato riduce le consegne ai soli prodotti considerati essenziali ma dall’altro si prepara a spedire i kit di autotest per il Covid-19 e vede spiccare un balzo nella richiesta di prodotti alimentari e per la casa – che “in tempo di pace” non era riuscita a spingere adeguatamente. Secondo un’analisi di CommerceIQ riportata da «The New York Times», dal 20 febbraio al 15 marzo Amazon USA ha aumentato le vendite di medicine da banco di nove volte rispetto all’anno prima, gli ordini di cibo per cani di 13 volte, asciugamani e carta igienica di tre volte. Una situazione che ha costretto la multinazionale ad assumere 100mila persone in più.

Nel frattempo i big della tv on demand scatenavano la battaglia a colpi di spot e promozioni di abbonamento per accaparrarsi i teleutenti del presente, ma soprattutto del futuro.

Disney Plus ha scelto di lanciare la sua offerta in Italia proprio il 24 marzo 2020, nel momento in cui gli ordini alla popolazione di rimanere a casa si facevano più rigorosi. Intanto Netflix volava, pur con qualche inciampo. La compagnia è stata costretta a fornire assistenza solo in chat e non al telefono per eccesso di chiamate, e negli USA è persino andata offline per troppa domanda di contenuti da parte di chi è in quarantena. Intanto, dalla richiesta – esaudita – della Ue di ridurre la qualità delle trasmissioni, si intuiva l’impennata di carico che l’utilizzo di Netflix e Youtube stava generando sulle infrastrutture di connessione Internet europee, mettendo a rischio le necessità di comunicazione e smart working.

E la Web Tax europea che fine ha fatto?

Le multinazionali del Web, insomma, hanno cavalcato la tigre coronavirus come meglio potevano. E con successo (persino Apple, che ha dovuto chiudere i negozi ed è già impaziente di riaprirli, ha visto riprendere l’attività degli stabilimenti cinesi e ha puntato sull’offerta delle applicazioni per i suoi dispositivi). Nessuno ovviamente nega l’importanza di servizi e occupazione connessi a queste compagnie cosiddette WebSoft. Tuttavia rimane in piedi un paradosso inaccettabile.

In proporzione ai loro affari il contributo fiscale che versano alle casse pubbliche dei Paesi grazie ai quali i loro utili maturano è davvero ridotto.

A fare i conti in tasca sull’argomento si dedica una ricerca di Mediobanca: «Circa la metà dell’utile pre-imposte delle WebSoft è tassato in Paesi a fiscalità agevolata, con conseguente risparmio fiscale cumulato di oltre 49 miliardi di euro nel 2014-2018. Il tax rate effettivo delle multinazionali WebSoft è pari al 14,1%, ben al di sotto di quello nominale del 22,5%». E per fare un esempio gli analisti ricordano che «nel periodo 2014-2018 la tassazione in Paesi a fiscalità agevolata ha determinato per Apple un risparmio fiscale cumulato che sfiora i 25 miliardi di euro».

La mossa di Gentiloni

Eppure l’ipotesi di una Web Tax europea è ancora lontana dal diventare realtà, nonostante siano diversi gli Stati membri a sostenerla e Paesi come l’Italia ne abbiano già approvata una sua forma a livello nazionale (in vigore dal 1° gennaio 2019). La questione – proprio sulla spinta della grave crisi imposta dall’epidemia – è tornata di grande attualità anche al G20, con il commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni intenzionato a portare a casa il risultato prima possibile. Vedremo se alla fine un comune senso di equità fiscale saprà emergere.

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