L’Ucraina testa le armi autonome, ma non ci sono ancora regole per il loro uso
Droni e sistemi d'arma guidati dall'intelligenza artificiale sono già nei campi di battaglia, prima ancora che esista un quadro normativo condiviso
Per la prima volta, l’Ucraina ha testato con successo sul campo un drone completamente autonomo. Secondo quanto rivela l’imprenditore Alexander Kokhanovskyy alla rivista New Scientist, dieci droni equipaggiati con sistemi di intelligenza artificiale sono stati lanciati verso una zona di combattimento compresa tra Bakhmut e Chasiv Yar in modalità programmata. Una volta raggiunta l’area, si sarebbe attivata una modalità di funzionamento che ha permesso ai velivoli senza pilota di agire in completa autonomia.
Gli operatori, dunque, non hanno dovuto autorizzare l’attacco, né hanno ricevuto in tempo reale immagini o video dal mezzo. L’esercito avrebbe poi usato altri droni per controllare i risultati dell’operazione e confermare la morte di alcuni soldati russi.
Cosa sono i sistemi d’arma autonomi e dove sono stati sperimentati finora
Si attendono ancora conferme alle parole di Kokhanovskyy, ma non è la prima volta che si parla dell’impiego in ambito bellico dei Lethal Autonomous Weapons Systems (Laws). Si tratta di sistemi che, grazie all’intelligenza artificiale, sono in grado di individuare e colpire un bersaglio in maniera autonoma.
Uno dei primi casi accertati di arma autonoma risale al 2020, quando l’allora primo ministro libico Fayez al-Sarraj ha usato uno sciame di droni fornitigli dalla Turchia per inseguire e attaccare le forze del generale Khalifa Belqasim Haftar. Nell’attacco sono stati impiegati veicoli aerei da combattimento senza pilota e sistemi d’arma autonomi letali come gli Stm Kargu-2, secondo quanto ricostruito al tempo delle Nazioni Unite.
Da allora sono stati fatti ulteriori passi avanti verso l’automazione totale dei sistemi d’arma. L’Ucraina, in particolare, è diventata un laboratorio unico di sperimentazione nel campo dei droni. In compenso, però, non esistono regole a livello internazionale sulla ricerca e l’impiego delle armi autonome.
Non esistono ancora regole internazionali vincolanti per le armi autonome
L’Onu sta da tempo cercando di creare un quadro giuridico ad hoc, ma con scarsi risultati. A febbraio 2026 ha istituito un comitato scientifico con il compito di studiare i rischi, le opportunità e gli impatti dell’intelligenza artificiale in ambito bellico. L’intento è quello di arrivare entro il 2026 all’approvazione di uno strumento giuridicamente vincolante che vieti i sistemi di armi autonome letali. Stati Uniti, Russia e Cina, però, sono contrari a un trattato di questo tipo, preferendo un non meglio definito “uso responsabile” di questi sistemi d’arma.
L’impiego di questi sistemi pone diversi problemi giuridici, a partire dall’accountability. Il diritto internazionale si basa fondamentalmente sul giudizio umano per garantire principi come la proporzionalità, facilitando così anche l’attribuzione di responsabilità. Nel caso delle armi autonome, tuttavia, è molto difficile dimostrare l’intenzionalità o la negligenza da parte di sviluppatori, militari o semplici operatori. Un altro problema riguarda i bias dell’intelligenza artificiale. Come spiega l’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (Sipri), i sistemi di IA militari possono sviluppare distorsioni involontarie lungo tutto il loro ciclo di vita. In ambito militare, ciò comporta rischi per i civili che potrebbero essere invece identificati come soggetti attivi nel conflitto.
Le Nazioni Unite non sono le sole a non aver ancora adottato una legislazione per le armi autonome. L’Unione europea ha approvato l’AI Act che, tuttavia, non si applica ai sistemi di intelligenza artificiale sviluppati o utilizzati «esclusivamente per scopi militari, di difesa o di sicurezza nazionale». Lo stabilisce l’articolo 2, comma 3. Nel frattempo, il settore della difesa europeo continua a sviluppare e implementare sistemi che utilizzano l’intelligenza artificiale senza dover sottostare alle limitazioni imposte in ambito civile a tutela dei diritti dei cittadini.
La campagna Stop Killer Robots chiama a raccolta anche gli investitori
A differenza delle istituzioni, la società civile non è rimasta a guardare. Lanciata nel 2013, la campagna Stop Killer Robots chiede proprio regole internazionali vincolanti sulle armi autonome. Lo scorso anno, con il sostegno di Etica Sgr, ha lanciato l’Investor Statement aperto all’adesione di banche, fondi pensione, società di gestione del risparmio, enti filantropici e altri investitori.
«Per gli investitori sostenibili e responsabili e con un orizzonte temporale di lungo periodo, una regolamentazione è conveniente perché crea mercati più stabili», spiega Aldo Bonati, Stewardship and Esg Networks Manager di Etica Sgr. «Con l’Investor Statement offriamo a Stop Killer Robots uno strumento da usare per fare pressioni in sede Onu».
Il sostegno alla campagna continua a crescere ma, come ricorda Bonati, i confini fra aziende tecnologiche e qualsiasi altra attività sono diventati sempre più labili. «Il 25% dei principali indici azionari globali è rappresentato da una manciata di società, tutte tecnologiche e in qualche modo legate al mondo della difesa». Evitare di investire nel settore militare, dunque, è sempre più complesso.
Gli appelli della società civile per regole e responsabilità più chiare sulle armi autonome
Di recente, Access Now e Amnesty International hanno stilato anche il Joint Statement on AI in warfare. I circa 300 firmatari chiedono alle aziende tecnologiche di non stipulare, né dare esecuzione, a contratti con agenzie militari o gruppi armati potenzialmente coinvolti in violazioni del diritto internazionale.
Le invitano inoltre a non fornire né esportare sistemi di intelligenza artificiale destinati al supporto delle decisioni militari, comprese l’individuazione dei bersagli e le cosiddette kill chain, finché non saranno garantiti adeguati livelli di responsabilità, controllo umano significativo, supervisione e trasparenza.
L’appello si rivolge anche agli Stati. Li esorta infatti a interrompere l’uso di strumenti di intelligenza artificiale (compresi i grandi modelli linguistici) nella conduzione del targeting militare e ad assicurare trasparenza sull’uso che ne viene fatto nelle ostilità.
Le aziende della difesa sbarcano in Borsa per guadagnare dalla corsa al riarmo
Una presa di posizione di questo genere è ancora più importante nel momento in cui le grandi aziende della difesa rimaste fuori dalla Borsa hanno deciso di quotarsi per guadagnare dalla corsa al riarmo. A gennaio, il colosso ceco Czechoslovak Group si è quotato alla Borsa di Amsterdam per un valore di 25 miliardi di euro: uno dei debutti di mercato più significativi in Europa negli ultimi anni. Da allora, però, il prezzo delle sue azioni si è più che dimezzato.
Il prossimo a entrare in Borsa dovrebbe essere il colosso franco-tedesco Knds. L’azienda si starebbe preparando a una doppia quotazione a Francoforte e Parigi nei prossimi mesi, dopo l’acquisto da parte del governo tedesco del 40% della società. Il rischio di vedere i propri soldi investiti in industrie militari impegnate nella ricerca per le armi autonome, quindi, continua a crescere.


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