Le guerre invisibili: trentadue conflitti che i media non raccontano

Trentadue guerre attive, ventidue aree di crisi. L'Atlante delle guerre 2026 racconta i conflitti che non fanno notizia e le ragioni economiche che li alimentano

L'immagine è stata realizzata dalla redazione di Valori.it utilizzando Midjourney

Ci sono guerre che riempiono i telegiornali e guerre che non esistono. Non perché manchino i morti, i profughi, le città rase al suolo, ma perché mancano le telecamere, gli interessi geopolitici, l’attenzione dei mercati. Eppure continuano: in Sudan, nel Myanmar, nello Yemen, nel Sahel e altrove. Lontani dai riflettori, questi conflitti si nutrono di armi vendute legalmente, di risorse contese, di Stati fragili abbandonati dalla comunità internazionale.

Raccontarle non è solo un dovere giornalistico: è un atto politico. Perché dimenticare una guerra non la ferma, la prolunga.

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Non è mai stato così facile vedere la guerra. Sugli schermi degli smartphone scorrono senza sosta immagini di missili che attraversano il cielo, colonne di fumo che si alzano tra i palazzi, volti e corpi delle vittime – sempre più spesso civili. Ma vedere non significa capire. I numeri e le immagini sono indispensabili, ma da soli non bastano: vanno accompagnati da strumenti per decodificare le dinamiche che li hanno resi possibili.

L’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo è uno di quegli strumenti. Lo spiega il fondatore e direttore del progetto, Raffaele Crocco, nell’editoriale che apre la quattordicesima edizione, pubblicata a marzo 2026. Il volume cartaceo è edito dall’associazione 46° Parallelo Ets e viene aggiornato ogni anno. L’intento è quello di affrontare il tema della guerra e della pace da una prospettiva differente, mettendo al centro le persone e la geografia.

Trentadue guerre, ventidue crisi: i numeri dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo 2026

La quattordicesima edizione dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo è aggiornata a novembre 2025. In quel momento, a livello globale si contano trentadue guerre attive e ventidue aree di crisi. Questa seconda definizione sta a indicare quei contesti instabili, di tensioni, repressioni e possibili escalation, non ancora sfociati in una guerra attiva. Ciò significa che circa metà della popolazione mondiale vive in Paesi coinvolti in una guerra o minacciati da tensioni armate. Sarebbe riduttivo parlare di “fronti”, visto che nei conflitti contemporanei le vittime civili – famiglie, bambini, comunità intere – superano di gran lunga quelle militari.

A ciascuna delle trentadue guerre attive, l’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo dedica una scheda: hanno tutte la stessa struttura e lo stesso numero di pagine e, una volta suddivise per Continente, sono disposte in ordine alfabetico. Un rigore che è assolutamente voluto, perché indica chiaramente che non esistono conflitti più importanti rispetto ad altri. Sia per le guerre sia per le aree di crisi, il rapporto racconta anche i tentativi di pace. Esperienze che possono nascere dalle missioni dell’Onu come da fondazioni, organizzazioni civili e comunità religiose, e che dimostrano che un’alternativa alla violenza è possibile.

Disuguaglianze economiche e guerre: un legame che non si può ignorare

«Il problema sembra essere sempre lo stesso: la pessima distribuzione della ricchezza». Inizia così uno degli approfondimenti tematici con cui Raffaele Crocco, giornalista di guerra di lungo corso, traccia alcuni punti fermi sullo stato del Pianeta. Una frase che può sorprendere: in un lavoro tematico sui conflitti ci si aspetterebbe approfondimenti su armi, alleanze militari, risorse minerarie ed energetiche contese. Ma il collegamento è molto più diretto di quanto non possa sembrare.

Nel 2025, riferisce il rapporto citando il Tax Justice Network, la ricchezza finanziaria globale ha raggiunto i 305mila miliardi di dollari. La fetta nascosta nei paradisi fiscali si attesterebbe tra i 21 e i 32mila miliardi. Il che corrisponde a un mancato gettito fiscale di almeno 427 miliardi di dollari all’anno. Così, multinazionali e miliardari tengono per sé le proprie ricchezze e gli Stati sembrano assecondarli, rinunciando a risorse che sarebbero essenziali per il welfare. Tutto questo in un mondo in cui quasi una persona su dieci vive al di sotto della soglia di povertà estrema, pari a 3 dollari al giorno.

«Dalle disparità economiche derivano le politiche rigide dei privilegi, che a loro volta generano le rivolte dei più poveri, spinti dalla miseria. La povertà è il perfetto reclutatore di persone pronte a uccidere o farsi uccidere in nome di “soluzioni” alla propria miseria. In un rapporto causa-effetto (e la guerra, lo ricordiamo, è sempre effetto), la povertà e il mancato rispetto dei diritti umani restano tra i grandi generatori di scontri armati e conflitti», si legge nell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo.

Le economie avanzate spendono più in armi che in finanza climatica

Questo sistema economico che lascia ai margini una larga fetta della popolazione è lo stesso che tra il 2000 e 2023 ha visto aumentare dell’85 per cento la spesa globale per gli armamenti, arrivata a 2.500 miliardi di dollari. Anche in questo caso, il potere è nelle mani di pochi. I primi quindici Paesi per investimenti nella difesa concentrano oltre l’80 per cento delle spese. E sono gli stessi che generano quasi due terzi delle emissioni di gas serra, si legge nell’approfondimento a cura di Marica Di Pierri, portavoce dell’associazione A Sud.

Una sovrapposizione che non si ferma qui. Perché molte di queste economie avanzate – a cominciare dagli Stati Uniti, primi sia per Pil sia per emissioni cumulative – sarebbero tenute a fornire assistenza finanziaria ai Paesi in via di sviluppo per la mitigazione e l’adattamento climatico. Mentre i soldi per le armi non mancano mai, però, sembra molto più arduo reperire quelli per la finanza climatica. Dopo trattative sfiancanti, la Cop29 di Baku si è chiusa con un accordo per stanziare 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035. Poco meno di un quarto rispetto a quanto richiesto dai Paesi in via di sviluppo. Poco meno di un ottavo rispetto a quanto oggi si spende in armi.

Mentre la crisi climatica affama la popolazione alimentando tensioni, i governi continuano a potenziare un’industria bellica che ha un impatto – anche ambientale – gigantesco. Se fosse uno Stato, sarebbe il quarto emettitore globale dopo Cina, Stati Uniti e India. Ogni punto di Pil alla difesa può far salire le emissioni nazionali tra lo 0,9 e il 2 per cento. «Di fronte a questa spirale, la scelta è politica: continuare a investire in un modello che produce morte e distruzione o riconoscere che la tutela dei territori e dei diritti è precondizione per una sicurezza reale», conclude Di Pierri.

La crisi del multilateralismo e la debolezza dell’Unione europea

Il 2025, l’anno in cui l’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo censisce trentadue guerre attive e ventidue aree di crisi, è lo stesso in cui cade l’ottantesimo anniversario dell’entrata in vigore dello statuto delle Nazioni Unite. «L’Onu ha costruito un’architettura internazionale senza precedenti, fondata su convenzioni e meccanismi di protezione che hanno rafforzato il principio di umanità delle Convenzioni di Ginevra. Eppure, oggi assistiamo all’erosione di quel sistema, minacciato dal ritorno della logica del potere e dalla crisi del multilateralismo», scrive Michele Vigne, presidente nazionale dell’Associazione nazionale vittime civili di guerra. Se le regole del diritto internazionale sono scritte nero su bianco ma gli Stati decidono unilateralmente di ignorarle, continua, «il sistema multilaterale si sgretola e con esso le garanzie per chi subisce la guerra».

Anche l’Unione europea, come l’Onu, nasce nel secondo dopoguerra con l’obiettivo di garantire pace e stabilità. E anch’essa, pur essendo un gigante economico, appare più debole che mai. «Non ha strategie condivise, non ha un coordinamento politico, non ha neppure la consapevolezza di essere dentro un nuovo gioco di potere», scrive Raffaele Crocco. Il lancio del poderoso piano di riarmo da 800 miliardi di euro paradossalmente rischia di renderla ancora più fragile e divisa, perché – continua – non fa che rafforzare gli eserciti nazionali «in un momento confuso anche dal punto di vista della tenuta democratica di tutti i Paesi del “sistema Europa”».

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