Le guerre invisibili: il silenzio sui conflitti dimenticati è complicità

Trentadue guerre attive, milioni di civili invisibili. Raffaele Crocco spiega perché il silenzio sui conflitti dimenticati non è distrazione: è scelta politica

Raffaele Crocco
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Raffaele Crocco
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Ci sono guerre che riempiono i telegiornali e guerre che non esistono. Non perché manchino i morti, i profughi, le città rase al suolo, ma perché mancano le telecamere, gli interessi geopolitici, l’attenzione dei mercati. Eppure continuano: in Sudan, nel Myanmar, nello Yemen, nel Sahel e altrove. Lontani dai riflettori, questi conflitti si nutrono di armi vendute legalmente, di risorse contese, di Stati fragili abbandonati dalla comunità internazionale.

Raccontarle non è solo un dovere giornalistico: è un atto politico. Perché dimenticare una guerra non la ferma, la prolunga.

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Nella quattordicesima edizione dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo parliamo di trentadue guerre, cioè trentadue luoghi del Mondo in cui si combatte fra eserciti di Paesi nemici, oppure fra milizie irregolari e eserciti nazionali per avere potere. Infine, ci sono le situazioni in cui la guerra è ferma solo perché una forza militare terza – ad esempio i Caschi Blu dell’Onu – garantisce la non belligeranza. A tutto questo dobbiamo aggiungere ventidue aree di crisi forte, non ancora diventata guerra, non ancora diventata pace. 

Sono questi i numeri del Pianeta. E se la nostra attenzione è tutta concentrata su quanto accade fra Iran, Stati Uniti e Israele e sta scemando sui fatti di Gaza e Ucraina, i dati ci raccontano che circa metà della popolazione mondiale è colpita da una qualche guerra. Sì, perché la guerra oggi non si limita a devastare le aree di scontro fra forze armate. Arriva ovunque, lontano, colpisce con droni, aerei, missili. Nel mirino ci sono quasi sempre le città e inevitabilmente questo trasforma i civili, i non combattenti, nei veri protagonisti della guerra. Il 90 per cento dei morti delle guerre moderne sono civili disarmati. Un dato spaventoso, che gli assedi di terra e i bombardamenti aerei contro le città statunitensi, israeliani e iraniani – ma anche russi e ucraini –, confermano. 

La guerra moderna è cambiata, ma in ogni luogo mantiene le medesime caratteristiche: è sempre madre dell’orrore. Non esiste una guerra che non sia orrore. L’orrore è la distruzione sistematica di Gaza e dei palestinesi, lo stillicidio degli ucraini, le bombe su Teheran e Tel Aviv. Ma è orrore che ignoriamo, che non viene raccontato, la morte di bambini e di uomini e donne in Myanmar, Yemen, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Sud Sudan. È l’Africa ad avere il primato del “dove si muore”. Sono quindici i Paesi in guerra e nove le aree di crisi. Si calcola che nel solo Sudan, dall’inizio della guerra nel 2023, i morti siano stati 150mila e 14milioni gli sfollati.

Altrove non  va meglio: nel Myanmar, la rivolta alla dittatura militare ha generato almeno 100mila morti, i curdi continuano a morire in Siria e si potrebbe proseguire all’infinito, raccontando che oltre alla morte c’è la distruzione di interi sistemi ecologici e la fine di apparati industriali e produttivi.

Di tutto questo sappiamo sempre poco. Non è solo distrazione, è quasi sempre mancato racconto. Perché? Ci sono cause precise. Il sistema dell’informazione funziona sempre più secondo logiche di visibilità e di opportunità. Diciamo che il primo vero gradino, il primo ostacolo, è che a livello popolare, diffuso, è ciò che è vicino geograficamente, politicamente o culturalmente a ricevere attenzione continua.  In questa assenza di un ampio orizzonte collettivo, si infila responsabilità del “sistema informazione”.

Perché l’informazione non è uno specchio neutrale del Pianeta. È un filtro. È il luogo dove mettono in campo gli strumenti per creare cultura collettiva, ad esempio “cultura dell’altro”. Di conseguenza, diventa l’officina in cui si decide cosa merita attenzione collettiva e cosa, invece, deve  restare invisibile. E questa decisione rappresenta spesso interessi politici ed economici precisi, impone modelli culturali e di conoscenza. Così, quando venti, trenta guerre restano fuori dal racconto quotidiano, non è solo una lacuna giornalistica: è una rimozione politica e morale.

Una rimozione che riguarda popolazioni intere, esseri umani. Le  cosiddette “guerre dimenticate” – in realtà le dovremmo chiamare “guerre non raccontate” –  diventano anche popolazioni dimenticate. Scordiamo l’orrore in cui vivono milioni di persone. E se questo accade, ecco che gestire, ad esempio, la questione dell’accoglienza in Europa di chi fugge dalla guerra diventa cosa differente. Ignorare l’orrore ci permette di essere cinici e freddi. Se non abbiamo la percezione delle guerre, non abbiamo la certezza dei drammi dei singoli. E così possiamo respingere, rifiutare, pensare «devono stare a casa loro». Ignorando che casa loro spesso non esiste più. Poi, le guerra senza attenzione mediatica vedono ridursi drasticamente la pressione internazionale. Si riducono gli spazi di diplomazia, si indebolisce la capacità delle opinioni pubbliche di incidere sulla complessità del Mondo. Il silenzio, diventa una forma di complicità involontaria. E diventa il vero nemico della pace.

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