Le guerre invisibili: a Gaza le stragi non si fermano

Il cessate il fuoco a Gaza non ha fermato le uccisioni. I dati parlano di un massacro in corso che il mondo ha smesso di ...

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Ci sono guerre che riempiono i telegiornali e guerre che non esistono. Non perché manchino i morti, i profughi, le città rase al suolo, ma perché mancano le telecamere, gli interessi geopolitici, l’attenzione dei mercati. Eppure continuano: in Sudan, nel Myanmar, nello Yemen, nel Sahel e altrove. Lontani dai riflettori, questi conflitti si nutrono di armi vendute legalmente, di risorse contese, di Stati fragili abbandonati dalla comunità internazionale.

Raccontarle non è solo un dovere giornalistico: è un atto politico. Perché dimenticare una guerra non la ferma, la prolunga.

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Nell’ormai rapidissimo ciclo delle notizie, da quando Gaza occupava le prime pagine dei giornali di tutto il mondo sembra passato molto tempo. Ma ancora pochi mesi fa i massacri quotidiani nella Striscia, territorio palestinese occupato da Israele, e le vicende della Global Sumud Flotilla, l’iniziativa della società civile che ha tentato di portare aiuti umanitari a Gaza, erano tema di dibattito su tv e giornali. Un accordo di pace fragile e l’emergere di nuovi scenari di guerra – dall’Iran al Venezuela – hanno spento i riflettori. Ma i dati parlano di uccisioni che continuano e di una popolazione civile allo stremo. L’esito di quello che secondo numerosi osservatori è il primo genocidio del secolo.

Il cessate il fuoco a Gaza: gli attacchi israeliani non si sono fermati

A ottobre del 2025 il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato un accordo per il cessate il fuoco a Gaza. Il negoziato tra Israele e autorità della Striscia di Gaza, mediato dal Qatar e dagli stessi Stati Uniti, prevedeva il rilascio degli ostaggi ancora in mano ad Hamas, la fine dei combattimenti, l’ingresso di aiuti umanitari e un futuro assetto politico da concordare.

Gli attacchi israeliani, però, pur rallentando non sono mai cessati. Solo nel mese di ottobre, come ha ricordato anche la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati Francesca Albanese, oltre 300 gazawi sono stati uccisi. Tel Aviv ha inoltre espanso la porzione di Striscia sotto il suo controllo e ha dato il via all’operazione Muro di ferro. Si tratta di una campagna militare rivolta contro la Cisgiordania, l’altra porzione di territorio palestinese controllata dall’Autorità nazionale palestinese e dal partito politico Fatah.

A seguito di Muro di ferro, migliaia di persone sono state sfollate dai campi profughi di Jenin, Tulkarem, Nur, Shams ed El Far’a. La stampa internazionale ha dato notizia di nuovi crimini di guerra, come l’omicidio di un bambino colpito e lasciato morire dall’esercito israeliano (Idf). Tel Aviv, infine, ha approvato la costruzione di oltre 30mila nuove unità abitative in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Ed è in discussione al Parlamento israeliano una legge che de facto permetterebbe la pena di morte per i soli criminali palestinesi.

67mila palestinesi uccisi a Gaza: i numeri di un massacro

Tra esperti e istituzioni internazionali si è creato un consenso sull’uso del termine genocidio per descrivere le azioni israeliane a Gaza. I numeri sono brutali. Tra il 7 ottobre 2023 e il 7 ottobre 2025, almeno 67.173 palestinesi sono stati uccisi e 169.780 feriti, secondo il ministero della Salute di Gaza. Uno studio pubblicato sull’autorevole rivista Lancet suggerisce che queste stime possano essere gravemente deficitarie. Secondo i ricercatori, le sole morti violente supererebbero le 100mila unità.

Presso la Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite è ancora in corso il processo per genocidio ai danni di Israele. L’accusa è stata mossa da un’altra nazione, il Sudafrica. Ma per la gran parte degli esperti, delle Ong e per le Nazioni Unite stesse ci sono pochi dubbi. «Israele sta commettendo un genocidio, e questo è dimostrato non solo dalle azioni e dai massacri, ma forse soprattutto dagli intenti dichiarati e dall’incitamento di molti leader politici israeliani» ha detto Francesca Albanese.

Gaza e Cisgiordania: quale futuro per i palestinesi dopo il cessate il fuoco

Gli esperti non sono ottimisti riguardo il futuro della popolazione palestinese. Due anni e mezzo di conflitto hanno allontanato l’opinione pubblica da Israele persino in Paesi storicamente vicini alla nazione ebrea come Germania e Stati Uniti. Al contempo, però, la situazione sul campo è favorevole a Tel Aviv e la politica israeliana continua a premiare forze estremiste.

In occasione dell’attacco all’Iran della scorsa settimana, l’Idf ha iniziato una nuova campagna militare contro il Libano. Il Board of Peace, l’organo internazionale fondato da Trump e in teoria dedicato alla risoluzione della questione palestinese, ha presentato un piano di ricostruzione di Gaza che rischia di passare dalla pulizia etnica della popolazione nativa. Anche se rallentato, inoltre, il processo di normalizzazione dei rapporti tra Israele e i Paesi arabi prosegue.

La Palestina è a corto sia di armi sia di alleati. Per ottobre 2026 sono previste nuove elezioni politiche, le prime da un quindicennio. Ma è difficile si tengano davvero, e ancora più difficile che gli eventuali eletti abbiano davvero voce in capitolo sul futuro della propria gente.

Dal 1948 al 7 ottobre: le radici storiche del conflitto israelo-palestinese

Il conflitto israelo-palestinese è uno dei più incrostati del Pianeta. Ha inizio nel 1948, con la fondazione dello Stato di Israele. I territori su cui sorge erano prima ottomani, poi sottoposto al dominio britannico. Quando le Nazioni Unite permettono a maggioranza la nascita di una nazione sovrana per gli ebrei, la maggioranza della popolazione nativa della zona è araba. Quell’evento è ricordato in Palestina come nakba, disastro. Il riferimento è alla pulizia etnica che segue la fondazione e costringe decine di migliaia di palestinesi ad abbandonare le proprie case. Nei decenni a seguire il conflitto si sviluppa con alterne vicende. Ma, mentre Israele è oggi uno Stato sovrano, la Palestina non ha mai avuto modo di nascere davvero. 

La gran parte della Palestina storica è controllata dal governo di Tel Aviv, mentre le istituzioni arabe controllano solo alcune frazioni separate tra loro e senza godere di piena sovranità. Dal lato palestinese, sono due le autorità politiche in gioco. L’Autorità nazionale palestinese, riconosciuta a livello internazionale, guidata dal partito progressista Fatah; l’esecutivo di Gaza, guidato dal partito islamista Hamas. La condizioni di vita dei palestinesi sono sistematicamente peggiori di quelle degli israeliani – e per questo si parla di regime di apartheid.

Dal lato israeliano, la politica di Tel Aviv si è mano a mano spostata a destra, verso posizioni più radicali e suprematiste. I governi di estrema destra di Benjamin Netanyahu, in particolare, hanno perseguito una politica di espansione delle colonie in territorio palestinese e boicottaggio delle forze politiche arabe. Questo è il contesto che ha portato agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e poi allo sterminio israeliano a Gaza.

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