Banca d'Italia, alcune domande

Cosa succede in Banca d’Italia? Il governo vuole rivalutare le quote dell’istituto, detenute dalle banche private, facendo passare il loro valore da 156.000 a 7,5 ...

Di Andrea Baranes

Cosa succede in Banca d’Italia? Il governo vuole rivalutare le quote dell’istituto, detenute dalle banche private, facendo passare il loro valore da 156.000 a 7,5 miliardi di euro. Una vicenda che solleva una serie di domande. Proviamo a riassumerne alcune.
1. Come è stato fissato il valore delle quote a 7,5 miliardi e non, per dire, alla metà o al doppio?
2. Perché su tale rivalutazione di quote, che sembra a prima vista tradursi in un aumento di patrimonializzazione gratuito per le banche, è stata fissata una tassazione unicamente al 12%? Visti i vantaggi per le banche private, non si poteva per lo meno prevedere una tassazione maggiore, in modo da garantire entrate più consistenti per lo Stato?
3. Se l’obiettivo di questo aumento di valore è quello di ricapitalizzare le banche italiane per dare loro una boccata d’ossigeno, nel momento in cui poche banche detengono la gran parte delle quote (Intesa Sanpaolo il 42,2% e Unicredit il 22,1%), l’operazione non è estremamente sbilanciata in favore di queste poche, grandi banche?
4. Se le stesse banche che detengono oggi gran parte delle quote dovranno rivenderle perché si prevede che nessuna banca dovrà avere più del 5%, a chi andranno i profitti derivanti dalla vendita delle quote in eccesso?
5. Ancora a monte, per quale motivo le quote della Banca d’Italia non dovrebbero essere pubbliche? E’ una legge del 2005 a ricordare che la BdI è “istituto di diritto pubblico”. Se la BdI è l’organo che deve supervisionare e controllare il funzionamento delle banche private, non è paradossale che siano queste ultime a detenerne le quote? E se come viene al contrario ripetuto, tali quote non danno diritto ad alcun potere, che senso ha la loro esistenza? Per rendere assolutamente necessario prevedere un istituto di diritto pubblico con quote private detenute dagli stessi soggetti che sono poi controllati dall’istituto ­ a prima lettura un pasticcio incomprensibile ­ deve esistere una motivazione davvero profonda e inattaccabile. Potremmo conoscerla anche noi?
6. Se è vero che le quote non danno potere decisionale in base alla governance della BdI, il Consiglio Superiore, ovvero chi detiene le quote, può fissare entro alcuni limiti la distribuzione degli utili. Nel nuovo decreto, sembra che tali limiti siano fissati al 6% del valore, ovvero al massimo in 450 milioni di euro annui (il 6% di 7,5 miliardi). Per quale motivo le banche private dovrebbero potere decidere quanti di questi utili devono essere destinati a loro stesse? Per quali motivi non è lo Stato a raccogliere interamente eventuali utili generati da Banca d’Italia, come avverrebbe se le quote fossero interamente pubbliche?
7. Ipotizziamo un percorso differente. Lo Stato ricompra le quote dalle banche private al loro originario valore di 156.000 euro. Solo successivamente tali quote vengono rivalutate a 7,5 miliardi. Lo Stato “incassa” l’intera somma, invece di soli 900 milioni di euro (il 12% di tassazione sui 7,5 miliardi come oggi previsto). Questi 7,5 miliardi possono poi essere utilizzati per sostenere le banche eventualmente in difficoltà, partecipando al loro capitale. Questo significa più risorse per lo Stato, la possibilità di interventi mirati dove necessario, senza vantaggi spropositati per le banche che oggi detengono la maggior parte delle quote, la possibilità dello Stato di entrare nel capitale delle banche in difficoltà e che non stanno in piedi da sole, per indirizzarne le politiche. A fronte di tali vantaggi, quali sarebbero i terribili problemi di una simile opzione, tanto da non prenderla nemmeno in considerazione?
Sarebbe bello avere una risposta a queste e ad altre domande e dubbi. Purtroppo è difficile capirci qualcosa e ancora più difficile pensare di avere delle risposte, vista la velocità con la quale si sta procedendo. In un articolo su La Voce di qualche giorno fa si ricorda come la fretta è tanta che persino la Banca Centrale Europea ha avuto da ridire: “La Bce ha ricevuto la richiesta di consultazione il 22 novembre 2013, mentre il decreto legge è stato approvato il 27 novembre 2013. Il governo italiano ha dato solo tre giorni lavorativi alla Bce per emanare il parere che, secondo quanto previsto dal Trattato sul funzionamento dell’UE, doveva precedere l’approvazione del decreto. Ciò equivale in sostanza a un caso di non consultazione”.
Questa procedura per lo meno insolita ci porta all’ultima domanda. E’ sulla forma, non sulla sostanza, ma è probabilmente la più importante da rivolgere ai nostri politici. Per quale motivo esattamente si è ricorsi allo strumento del Decreto Legge del governo per la rivalutazione delle quote? Secondo la Costituzione italiana, il riscorso al Decreto Legge è possibile “in casi straordinari di necessità e di urgenza”. Dov’è in questo caso la straordinaria necessità e urgenza che impedisce un normale iter parlamentare? In assenza di tale percorso e di un reale dibattito democratico, possiamo unicamente confidare nella buona volontà del governo per sperare di avere una qualche risposta.

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