Le banche europee e quei 20 miliardi di euro nei paradisi fiscali

Secondo uno studio, il 14% degli utili dalle banche europee è realizzato in giurisdizioni tenere dal punto di vista fiscale

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«Le banche europee hanno abbandonato i paradisi fiscali?», si chiede un report dell’EU Tax Observatory. La risposta, purtroppo, è negativa. L’analisi osserva infatti che, tra il 2014 e il 2020, le 36 più grandi banche europee hanno “nascosto” in 17 giurisdizioni considerate a fiscalità particolarmente favorevole circa 20 miliardi di euro. Ovvero il 14 per cento dei utili totali incassati dagli stessi istituti di credito. Finiti in territorio nei quali viene impiegato appena il 4% della loro forza lavoro complessiva.

Si tratta di un valore che il centro di ricerca con sede a Parigi considera del tutto «anormale». Per comprendere quanto le banche europee sfruttino ancora i paradisi fiscali, infatti, l’analisi ha valutato il rapporto tra numero di impiegati presenti e quantità di utili centrati. Così, per ciascun dipendente italiano (o di un altro Paese europeo) in media gli istituti ottengono 65mila euro. Mentre nelle giurisdizioni fiscalmente più favorevoli il valore è quasi quattro volte maggiore: si arriva infatti anche a 238mila euro.

Il ritratto offerto dalla ricerca indica alcuni estremi. Se sono soltanto nove gli istituti che non hanno realizzato profitti in paradisi fiscali, ben sette banche hanno visto i propri utili tassati meno del 15%. Proprio grazie allo spostamento delle attività nei tax havens

Il caso di HSBC è il più significativo. Il colosso britannico ha beneficiato di un’aliquota fiscale del 13% grazie al fatto di aver realizzato il 58% dei suoi utili a Hong Kong. Dove, peraltro, lavora soltanto il 12% del proprio staff. La ricerca analizza anche tre banche italiane: Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena e Unicredit. Grazie alla loro presenza in paradisi fiscali, si sono viste applicare aliquote inferiori alla percentuale media del 20% pagata dal resto del sistema bancario.

Profitti stellari e dipendenti molto, molto produttivi

La contabilità dei guadagni miliardari nei paradisi fiscali restituisce un quadro piuttosto stabile nel tempo. Nonostante il tema della tax avoidance da parte di multinazionali e banche sia sempre più al centro del dibattito politico, la percentuale degli utili rendicontati dalle banche in questi territori non è variata in maniera significativa nei sette anni analizzati. 

La direttiva europea del 2013 CRD IV (Capital Requirements Directive) obbliga le banche a specificare quanto guadagnano Paese per Paese. L’approccio country by country della normativa dovrebbe responsabilizzare gli istituti di credito, obbligandoli a rendicontare in maniera specifica l’origine dei propri guadagni. Gli analisti notano però che dal 2014 al 2020 questi numeri non sono molto cambiati. Anzi, Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi di Siena hanno registrato una crescita degli utili realizzati nei paradisi fiscali rispettivamente del 12,2% e del 19,4%

Bahamas, Bermuda, Isole Vergini britanniche, Isole Cayman, Guernsey, Gibilterra, Hong Kong, Irlanda, Isola di Man, Jersey, Kuwait, Lussemburgo, Macao, Malta, Mauritius, Panama, Qatar. Perché qui le banche guadagnano così tanto? Come fanno a essere così tanto più produttivi gli impiegati di questi paradisi rispetto a quelli dei parent countries?

La ricerca dell’Osservatorio fiscale UE parla di strategie fiscali aggressive e cita senza mezzi termini il rischio di profit shifting. Ovvero il dirottamento di utili in Paesi a tassazione nulla o ridotta effettuato per eludere l’imposizione di tasse. I paradisi fiscali, appunto.

La risposta ai paradisi fiscali è la global minimum tax? 

Come possibile soluzione, sulle orme della nuova amministrazione statunitense, il G20 di Venezia, a luglio, ha annunciato una global minimum tax del 15%, un’aliquota minima sui profitti delle multinazionali. Quanto dovrebbero sborsare in imposte le banche, a beneficio dei loro Paesi? Secondo la ricerca, tra i tre e i cinque miliardi di euro, il 13% in più di quanto pagano ora.

L’aliquota non impedirebbe però ai colossi di rifugiarsi nei paradisi: li obbligherebbe a compensare il loro tax deficit nei Paesi d’origine. Quel 2% oggi non pagato da HBSC dovrebbe essere corrisposto nelle casse del parent country

Si può chiedere di più? I ricercatori di Parigi si sono spinti a simulare l’applicazione di un’aliquota minima del 25%, che costringerebbe le banche europee a pagare ulteriori 10-13 miliardi di euro l’anno.