Quando la finanza alimenta gli abusi nelle migrazioni

Le banche, con finanziamenti diretti e indiretti, alimentano cause e pratiche che generano migrazioni forzate e violazioni dei diritti umani lungo le frontiere

L'immagine è stata realizzata dalla redazione di Valori.it utilizzando Midjourney

La finanza globale non è un meccanismo neutrale. Attraverso prestiti, investimenti, fondi indicizzati e strumenti speculativi può sostenere regimi repressivi, alimentare conflitti, favorire modelli produttivi distruttivi o indebolire diritti fondamentali lungo intere filiere. Analizzare questi meccanismi significa mostrare come, dietro a scelte apparentemente tecniche, si nascondano impatti concreti sulla vita delle persone: dalle repressioni dei regimi autoritari alla violenza nelle frontiere, dalle filiere tessili alle speculazioni sul cibo, fino ai grandi eventi sportivi.

Ricordando che quel denaro non è astratto: è il nostro. Sono i risparmi, i fondi pensione, i conti correnti di milioni di persone. Ed è anche attraverso le nostre scelte – a chi affidiamo i soldi, quali operatori premiamo o abbandoniamo – che possiamo contribuire a costruire un sistema finanziario più giusto

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La questione delle migrazioni è una delle più complesse dei nostri tempi. Centinaia di milioni di persone sono costrette ogni anno a lasciare la propria casa: molte si spostano all’interno del Paese, dalle aree rurali verso quelle urbane; molte meno attraversano invece i confini nazionali. Ed è proprio su queste ultime che si accendono gli allarmi inutili e razzisti di buona parte dei media, alimentando ulteriore violenza oltre a quella già subita nel loro percorso migratorio.

Le cause delle migrazioni sono molteplici: colonialismo, guerre, crisi economiche, cambiamenti climatici, carestie, sottrazione di terre e estrazione di materie prime. Gli effetti sono drammatici: è nel campo delle migrazioni che spesso si verificano i peggiori abusi e le peggiori violazioni per i diritti umani. E spesso, seppur non direttamente, le banche fanno la loro parte.

Non è semplice, per la vastità del tema e la complessità nel ricostruire cause ed effetti, mettere in luce legami diretti tra i finanziamenti bancari e le violazioni dei diritti umani nel fenomeno globale delle migrazioni. Ma la difficoltà di tracciarli non significa che non esistano, anzi. Il ruolo delle banche emerge in maniera indiretta quando sostengono progetti estrattivi nei Paesi più poveri: interventi devastanti che alimentano le migrazioni e le conseguenti violazioni dei diritti umani. E si manifesta in maniera diretta quando finanziano le società private che gestiscono sistemi di rilevazione, sorveglianza e detenzione nelle zone di confine.

Come le banche contribuiscono alle migrazioni: finanziamenti diretti e indiretti

Del ruolo indiretto delle banche nei processi migratori ci occupiamo spesso su Valori. Lo facciamo quando raccontiamo come le banche continuino a finanziare l’industria fossile o aziende responsabili di deforestazione, inquinamento, land grabbing e altre forme di devastazione ambientale. Quando scriviamo di come le banche finanzino il commercio di armi e quando documentiamo i crediti concessi a imprese coinvolte in progetti coloniali o in occupazioni illegali, come nel caso della Palestina. E come abbiamo visto sono proprio gli effetti di questi finanziamenti le cause principali delle migrazioni forzate. A cui seguono le violazioni dei diritti umani.

Il ruolo diretto, invece, è più sfumato e difficile da quantificare. Però esiste, eccome. Innanzitutto, c’è un problema sistemico. A partire dalle politiche globali del credito, che spesso penalizzano i Paesi più poveri, aggravandone la fragilità economica e contribuendo così all’esodo e alla migrazione forzata. A livello più locale, permane poi l’esclusione bancaria: molti migranti, per mancanza di documenti, per vincoli normativi o per la scarsa convenienza percepita dagli istituti, non riescono ad aprire un conto corrente. Questa esclusione li espone a una maggiore vulnerabilità sociale e aumenta il rischio di sfruttamento, facilitando ulteriori violazioni dei loro diritti.

L’industria della sicurezza delle frontiere e il ruolo della finanza

Dove il ruolo diretto delle banche nella violazione dei diritti umani dei migranti è invece più evidente è quando gli istituti di credito erogano finanziamenti e crediti alle società private che si occupano della costruzione e della gestione delle infrastrutture. Ovvero quei campi, centri, prigioni, che insieme alla tecnologia militare sono il core business degli investimenti privati nei fenomeni migratori. Tanto che, a fianco dell’industria delle prigioni private, una delle più redditizie dei nostri tempi, ampiamente finanziata e sostenuta dalle banche, si è creata una vera e propria “border-security industry”: l’industria della sicurezza frontaliera. È qui che entrano in gioco in maniera diretta le banche, anche in Europa. Anche in Italia.

Intendiamoci: le banche non finanziano direttamente gli abusi e le violazioni dei diritti umani che si consumano attraverso le tecnologie e le infrastrutture di questa industria. È bene precisarlo. Ma è altrettanto evidente che, sostenendo economicamente le aziende che la compongono, diventano complici di quegli abusi. Non possono non sapere. A questo proposito è molto chiaro il rapporto “Financing border wars” pubblicato nel 2021 dal Transnational Institute, che esamina proprio le relazioni tra i principali investitori nell’industria della sicurezza frontaliera e i relativi rischi di violazioni dei diritti umani.

Il rapporto “Financing Border Wars”: come la finanza alimenta gli abusi

Entrando nello specifico, il rapporto “Financing border wars” segnala come le grandi banche – soprattutto americane, ma non solo – abbiano fornito prestiti o linee di credito a società operanti nei centri di detenzione di migranti. È successo negli Stati Uniti, in Europa e anche in Israele. Tra queste banche a spiccare sono le americane Bank of America, JPMorgan Chase, Wells Fargo, SunTrust Bank (oggi Truist Financial Corporation) e Fifth Third Bank. Insieme a loro anche due banche europee: la francese Bnp Paribas e la svizzera Credit Suisse (oggi Ubs). Oltre ai soliti tre grandi fondi finanziari – BlackRock, Vanguard e State Street – e al Fondo sovrano norvegese.

Ma nel rapporto del Transnational Institute sono citati anche i maggiori fornitori di armi e servizi di sorveglianza utilizzati per violare i diritti umani dei migranti. E tra queste aziende c’è ovviamente l’italiana Leonardo, che fornisce armi, materiali e tecnologie a tutte le guerre sparse per il Pianeta. Ma non solo, fornisce materiali e tecnologie anche al discusso e assai discutibile sistema Frontex: l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. Tutto il sistema europeo sulle migrazioni – il “border- security industry” continentale – è finanziato dal Fondo per la gestione integrata delle frontiere attraverso la Banca europea per gli investimenti. E non dalle banche private. Ma poi si appoggia a fornitori come Leonardo.

I casi europei: banche e violazioni dei diritti umani tra Italia e Spagna

E qui cominciano le eventuali complicità delle banche. Leonardo, che prendiamo ad esempio dei molti fornitori di materiali e tecnologia alla (assai discutibile) gestione che fa l’Europa del fenomeno delle migrazioni, è un’azienda statale, partecipata per un terzo dal Ministero dell’economia e delle finanze, da cui riceve la maggior parte degli investimenti. Tuttavia, Leonardo è finanziata anche dalle banche, soprattutto per quello che riguarda l’emissione di obbligazioni. Nel prospetto del 2021 spiccano per esempio le italiane Intesa Sanpaolo, UniCredit, Mediobanca, Banco Bpm e Bper. Insieme a Bnp Paribas, Crédit Agricole e altre.

Ecco come anche in Europa le banche traggono profitto dalla gestione delle migrazioni. Fenomeni dove le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno. Lo stesso, come rivelato da uno studio pubblicato dal Centre Delàs d’Estudis per la Pau di Barcellona, accade in Spagna. Qui sono soprattutto le banche Bbva e Banco Santander a finanziare l’industria della sicurezza frontaliera. «A beneficiare degli investimenti delle banche spagnole ci sono anche imprese locali, come Eulen», scrive il manifesto. «Azienda che ha ricevuto numerosi appalti per gestire i Centri di permanenza temporanea dei migranti (Ceti) di Ceuta e Melilla. All’interno dei quali, secondo varie testimonianze e denunce, si commettono sistematiche violazioni dei diritti umani».

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