Phase out delle fossili: le proposte della Conferenza di Santa Marta

Il rapporto della prima Conferenza sul phase out delle fossili indica un decalogo per l'azione sul clima. Ma mancano i Paesi grandi inquinatori

Una centrale a carbone © Bilanol/iStockPhoto

Gli organizzatori della prima Conferenza internazionale sull’abbandono dei combustibili fossili a Santa Marta lo avevano promesso: pubblicheremo presto un rapporto ufficiale. La promessa è stata puntualmente mantenuta. E di questi tempi in materia di clima è già una buona notizia.

I ministri dei due Paesi co-organizzatori dell’evento, Colombia e Paesi Bassi, hanno presentato ufficialmente il documento alla prestigiosa London Climate Action Week. Formalmente i risultati sono stati consegnati alla presidenza brasiliana della Cop30 come contributo alla tabella di marcia globale per l’abbandono di carbone, petrolio e gas. Le quasi 200 pagine del rapporto sono disponibili sul sito della Conferenza e sul sito del governo olandese, che ha voluto così rimarcare il suo supporto.

Aver espresso una visione chiara dell’azione sul clima è probabilmente il merito principale della Conferenza di Santa Marta. Infatti è alla “visione di Santa Marta” che il documento dà massima rilevanza, declinandola all’inizio in dieci punti. E descrivendo poi in dettaglio le conclusioni dei dibattiti che a Santa Marta hanno coinvolto oltre un migliaio di partecipanti in rappresentanza di movimenti sociali, sindacati, mondo accademico e del business, popolazioni indigene, contadini, gruppi religiosi, oltre che dei governi.

La “visione di Santa Marta” in dieci punti per il clima

Il decalogo per prima cosa riconosce che abbandonare i combustibili fossili è una priorità fondamentale del nostro tempo. E che serve una coalizione aperta e flessibile di Paesi che agiscano per andare oltre il minimo comun denominatore. Sottolinea poi che esistono le condizioni favorevoli per la transizione, quali la diminuzione dei costi delle energie rinnovabili. Ma che per accelerarla e ridistribuirne i benefici è necessaria una governance forte e un’azione in molteplici ambiti.

Il superamento di carbone, petrolio e gas, però, da solo non basta: serve anche una completa trasformazione economica, politica, sociale e istituzionale. Ripensare offerta e domanda di energia, in particolare, implica una pianificazione coordinata nel sistema energetico e nell’economia globali.

Il rapporto sottolinea che la transizione dovrà essere fondata sui diritti e sui territori, per non riprodurre disuguaglianze e originare nuove forme di dipendenza. È indispensabile inoltre che l’azione sia portata avanti a livello nazionale e internazionale. In termini ad esempio di roadmap, flussi commerciali, condivisione di conoscenze, capacità e risorse. Il superamento della dipendenza dalle fossili richiede anche che si affrontino una serie di vincoli, dal debito estero al costo del capitale, dalle barriere tecnologiche ai sussidi alle fossili.

Rispetto alla Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici (Unfccc), occorre agire sia dall’interno, sia dall’esterno, per evitare duplicazioni con iniziative esistenti e rafforzare lo stesso lavoro dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite. Infine, va mantenuta la convinzione che un mondo senza combustibili fossili è possibile e che il cammino verso tale obiettivo è in corso.

Il plauso delle organizzazioni per la giustizia climatica

La presentazione del rapporto ha avuto vasta risonanza, almeno fra le organizzazioni internazionali che seguono più da vicino le questioni legate alla giustizia climatica. Oil Change International ha parlato di «raggio di speranza». Fidh (Federazione internazionale per i diritti umani) ha sottolineato come il rapporto chieda di ancorare l’abbandono delle fossili ai diritti umani e alla giustizia. Wwf ha detto che è la dimostrazione che esiste una volontà politica per la transizione. Quindici organizzazioni olandesi hanno fatto leva sull’uscita del report per chiedere al proprio governo il divieto della pubblicità di fonti fossili a livello nazionale.

Il Ciel (Center for International Environmental Law) ha messo in evidenza come il rapporto riconosca l’ampio sostegno di cui gode la proposta di negoziare un accordo giuridicamente vincolante per il phase out delle fossili. E infatti ad accogliere con il maggiore entusiasmo il report è stato il Fossil fuel Treaty, l’iniziativa per un Trattato globale di non-proliferazione dei combustibili fossili che era fra i grandi promotori dell’evento colombiano: l’80% dei settori coinvolti nel processo partecipativo legato alla Conferenza di Santa Marta, ha dichiarato il Treaty, ha chiesto l’attivazione di un meccanismo internazionale per gestire in modo equo e giusto l’eliminazione delle fossili, con molti governi che lo hanno esplicitamente menzionato nei loro interventi.

L’assenza dei Paesi grandi inquinatori pesa sull’esito

Il gruppo dei quattro Paesi che hanno co-ospitato la prima Conferenza di Santa Marta (Colombia e Olanda) e co-ospiteranno la seconda a Tuvalu nel 2027 (Tuvalu stessa e Irlanda), si offrono di fare da guida per diffondere quello che il report chiama lo “spirito di Santa Marta”. Cioè per mettere a terra le proposte e possibilmente allargare quella che sempre nel rapporto è chiamata la “coalizione di coloro che agiscono”. Cioè i 57 Paesi presenti in Colombia, che rappresentano un terzo del Pil globale, il 30% della domanda di combustibili fossili e il 20% dell’offerta.

Con un bagno di realtà, va però riconosciuto che a Santa Marta mancavano i Paesi grandi inquinatori e produttori di combustibili fossili, Stati Uniti in testa. E che quando questi sono presenti, come di recente a Bonn – dove addirittura è finito sotto attacco il lavoro dell’Ipcc -, ogni avanzamento è bloccato o rallentato.

Affermava Margaret Mead, celebre antropologa statunitense che ebbe grande influenza nel movimento femminista: «Non dubitare mai che un piccolo gruppo di cittadini coscienziosi ed impegnati possa cambiare il mondo. In verità è l’unica cosa che è sempre accaduta». Basta sostituire “cittadini” con “Stati”, ed ecco spiegato perché dobbiamo aggrapparci anche allo spirito di Santa Marta per sperare che un mondo senza fossili diventi realtà il prima possibile.

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