Ambiente

Cop 21, i punti deboli dell’Accordo di Parigi

La Cop 21 è terminata sabato scorso, con l’approvazione da parte dei 196 Paesi presenti dell’Accordo di Parigi. Se per organizzatori (la Francia e le Nazioni ...

Di Andrea Barolini
©Andrea Barolini

La Cop 21 è terminata sabato scorso, con l’approvazione da parte dei 196 Paesi presenti dell’Accordo di Parigi. Se per organizzatori (la Francia e le Nazioni Unite) e numerosi governi si è trattato di un indubbio successo, per molti la questione è più complessa.

 

Andiamo per ordine. La cosa senz’altro positiva è il fatto che la menzione degli 1, 5 gradi di limitazione dell’aumento della temperatura media globale, entro la fine del secolo, sia stata inserita. Tuttavia, la formulazione ideata dalle parti non è così semplice: i primi articoli dell’accordo spiegano infatti che la temperatura dovrà essere mantenuta “il più possibile lontano dai 2 gradi di aumento”, e che si dovrà al contempo cercare “di fare il possibile” per rimanere sotto agli 1, 5 gradi. Non si tratta, perciò, esattamente dell’espressione che chiedevano le associazioni ambientaliste e i Paesi più vulnerabili, in particolare le isole del Pacifico che rischiano di rimanere letteralmente sommerse a causa dell’innalzamento del livello dei mari, causato dallo scioglimento dei ghiacci.

 

©Andrea Barolini
©Andrea Barolini

 

La domanda, in ogni caso, è: come si fa per raggiungere tale obiettivo? Occorre partire dal presupposto che gli Indc (ovvero le promesse di abbassamento delle emissioni di gas ad effetto serra) che sono stati inviati dai governi prima dell’avvio della Cop 21, non sono affatto sufficienti a mantenere il riscaldamento globale a 1, 5 gradi e neppure a 2 gradi. Di conseguenza, è imperativo che gli stessi Stati si attivino al più presto per rivedere tali impegni, al fine di evitare che il tutto si risolva solo in un cumulo di belle parole.

 

Proprio per questo le Ong presenti a Parigi hanno chiesto per tutta la durata della conferenza che tali Indc fossero aggiornati a partire dal 2018. Nel testo, però, la prima revisione ufficiale è prevista per il 2025 (successivamente, sarà effettuata ogni 5 anni). Secondo la Réseau Action Climat, rete che raggruppa decine di associazioni, si tratta di una data troppo lontana nel tempo. Altro punto debole dell’accordo, il fatto che siano state eliminate le menzioni, presenti in alcune bozze, relative ai trasporti marittimi e aerei (che presto arriveranno a rappresentare circa il 10% delle emissioni totali di gas ad effetto serra in tutto il mondo).

 

Più positivo il punto relativo ai finanziamenti: non soltanto sono stati confermati i 100 miliardi di dollari all’anno da stanziare entro il 2020, ma si è anche specificato che “essi rappresentano una base”. Al di sotto, dunque, non si dovrà scendere. Il problema è: e poi? Per ora non c’è alcuna certezza su se e come la lotta ai cambiamenti climatici nei Paesi in via di sviluppo possa essere finanziata negli anni successivi. La questione è stata oggetto di un duro braccio di ferro tra le nazioni più ricche quelle che, invece, si considerano vittime dei cambiamenti climatici. E di sicuro riemergerà nel corso della Cop 22, che si terrà a Marrakech nel 2016.

 

Per tutto ciò, secondo molti esperti ed associazioni, la Cop 21 si è risolta in un accordo piuttosto ambizioso, ma i cui mezzi messi a disposizione sono ancora vaghi. C’è ancora da ricordare, poi, che da un punto di vista giuridico l’accordo non è, di fatto, vincolante: come spesso accade in caso di accordi del genere, non esiste infatti un organismo deputato a verificare che ciascuna nazione dia effettivamente seguito agli impegni assunti a Parigi. Né, tantomeno, è stato predisposto un sistema sanzionatorio che possa fungere da deterrente.

 

Infine, è bene ricordare che l’Accordo della Cop 21 non è ancora in vigore. Esso sarà depositato a New York, presso la sede delle Nazioni Unite, il 22 aprile 2016: a partire da tale data, i governi di tutto il mondo avranno un anno di tempo per firmare il testo. Affinché possa essere adottato, servirà l’ok di almeno 55 Paesi, che rappresentino non meno del 55 per cento delle emissioni globali di CO2.

 

 

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