Ambiente

Crisi amica del clima: l’impronta ecologica in (temporaneo) calo

L’impronta ecologica dell’umanità si è contratta tra il 2014 e il 2016: una buona notizia. Ma i dati degli anni successivi sembrano invertire il trend

Di Andrea Barolini
A rovinare buona parte del Pianeta sono le attività antropiche non rispettose di ambiente, clima ed ecosistemi © Julien Gomba/Wikimedia Commons

Per una volta, anche dal punto di vista ambientale, arriva una (mezza) buona notizia. La “carbon footprint” dell’umanità, infatti, è scesa dell‘1,4% tra il 2014 e il 2016. Si tratta di un valore che stima le emissioni di gas ad effetto serra generate per produrre beni e servizi in tutto il mondo. Di conseguenza, la più ampia impronta ecologica (“ecological footprint”) – che misura il consumo totale di risorse naturali dovute alle attività umane – è scesa dello 0,5% nello stesso periodo.

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La mappa dell’impronta ecologica secondo il Carbon Footprint Network via http://data.footprintnetwork.org

Nel 2017 e nel 2018 l’impronta ecologica è tornata a crescere

A fornire i dati è l’edizione 2019 dell’analisi effettuata dal Global Footprint Network. La ragione per la quale la buona notizia è soltanto metà è legata alle prime analisi che sono state effettuate sui dati degli anni successivi: 2017 e 2018. L’ong ha infatti spiegato che essi indicano già una «nuova significativa crescita» di entrambi i valori. Il che conferma che i metodi di produzione mondiali necessitano ancora di profondi cambiamenti.

«Ad oggi, globalmente, la domanda di beni e servizi richiede ai sistemi ecologici il 75% di risorse in più rispetto a ciò che la natura in grado di rigenerare», si legge nel documento. «il nostro non è un giudizio, bensì una misura. In questo contesto, non si tratta di fare qualcosa di nobile per pulirsi la coscienza. Si tratta di evitare un disastro», ha spiegato Mathis Wackernagel, fondatore dell’associazione.

Nonostante il miglioramento nel triennio 2014-2016, infatti, ben l’86% della popolazione mondiale vive in nazioni che presentano un “deficit ecologico”. Il che significa che i suoi abitanti chiedono agli ecosistemi più risorse di quante questi possano metterne a disposizione.

Il Regno Unito è la nazione con i dati migliori tra quelle ricche

Il rapporto del Global Footprint Network ha quindi analizzato le situazioni di alcune nazioni. È il caso ad esempio del Venezuela, nel quale, nel periodo di riferimento, il valore dell’impronta ecologica è sceso del 20%. Ciò, tuttavia, «riflette il drammatico deterioramento dell’economia nazionale» della nazione sudamericana. Anche nel Regno Unito, però, si è assistito ad un calo importante: nell’ordine dell‘8,8%. Se si considera poi la sola “carbon footprint”, i dati risultano ancora più positivi. Rispetto al 2007, infatti, si è scesi del 29%: «Il trend della Gran Bretagna è il più rapido tra le nazioni ricche», precisa lo studio.

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La classifica delle nazioni in base all’impronta ecologica via http://data.footprintnetwork.org

Per quanto riguarda l’Europa nel suo complesso, l’impronta ecologica si è contratta del 15% rispetto al 2007. «Ciò nonostante, il Vecchio Continente continua a chiedere alla natura il 35% in più rispetto a quanto essa sia in grado di fornire», precisa il rapporto. Nello stesso decennio, gli Stati Uniti hanno ottenuto un calo significativo. «Ciò in particolare grazie al gas naturale e alle rinnovabili. Che sono entrati in concorrenza con l’uso di carbone per la produzione di energia elettrica».

Preoccupa l’aumento delle emissioni di CO2 negli USA

Il trend positivo, però, appare essersi invertito nel 2017 e nel 2018, secondo gli ultimi dati forniti dalle Nazioni Unite. Non a caso, le emissioni di CO2 degli Usa sono cresciute del 3,4% nel 2018: l’aumento maggiore degli ultimi otto anni. Una dinamica che, secondo il rapporto, è legata soprattutto agli eventi meteorologici estremi. Ed in particolare ad inverni particolarmente rigidi nel Nord-Est, che hanno spinto al rialzo i consumi di petrolio e gas. Così come alle estati sempre più calde, che hanno fatto impennare l’uso di sistemi di condizionamento dell’aria.

Anche in Russia si è registrato un calo, ma il Global Footprint Network non lo attribuisce ad un cambiamento dei sistemi produttivi in senso ecologico. La contrazione riflette invece, soprattutto, «le difficoltà economiche che la nazione ha vissuto nel corso di tale periodo». Vengono citati in particolare il rublo debole e alcuni cambiamenti nei programmi pubblici che hanno reso troppo care le importazioni dall’estero di una serie di beni.

Al contrario, in Cina l’impronta ecologica è aumentata tra il 2007 e il 2014, arrivando a toccare quello che si spera sia un picco. Nel triennio successivo, infatti, il dato ha segnato una contrazione, benché contenuta: pari al 2%. Anche in questo caso, secondo il rapporto, il merito è di un calo della produzione di energia elettrica tramite carbone. Ciò nonostante, secondo il Global Carbon Project, le dimissioni di gas effetto serra cinesi sono cresciute del 2,3% tra il 2017 e il 2018.

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