«È la pietra tombale sugli 1,5 gradi centigradi». Parla il climatologo Antonello Pasini
A certificarlo è l'Unep, nell'ultimo report sulle emissioni. Aumentano i rischi di ondate di caldo e alluvioni autunnali
Nel 2015, a Parigi, i governi di tutto il Pianeta si accordarono sul limitare l’aumento delle temperature medie globali. La soglia da non superare era quella dei 2 gradi centigradi in più rispetto all’era pre-industriale, quando ancora non avevamo iniziato a modificare il clima bruciando combustibili fossili. L’obiettivo era restare, si disse all’epoca, sotto il grado e mezzo di aumento. Poco più di un decennio dopo, quell’obiettivo ha smesso di essere realistico.
La comunità scientifica ne discute da anni, ma ora è l’Unep, il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, a certificarlo. Nessuno degli scenari realistici calcolati dagli scienziati dell’Onu prevede più la possibilità di restare al di sotto degli 1,5 gradi centigradi. La simulazione più ottimista prevede di fermarci ai +1,8 gradi centigradi in qualche decennio. Si potrebbe, scrive l’Unep, provare a tornare indietro con tecnologie che assorbono la CO2. «Ma è una possibilità che mi sembra molto complessa», dichiara a Valori.it il climatologo del Cnr Antonello Pasini.

Professore, l’Unep mette fine al dibattito sulla possibilità di restare al di sotto del grado e mezzo?
Temo di sì. Stiamo passando all’obiettivo secondario, chiamamolo così, dell’Accordo di Parigi, quei +2 gradi centigradi. Ma per quanto riguarda l’obiettivo preferibile, quello dei +1,5, temo che il report appena uscito ne sia la pietra tombale. Le Nazioni Unite ritengono sia ancora possibile pensare di superare il grado e mezzo per poi, entro fine secolo, riabbassare la temperatura media globale con nuove tecnologie. Devo ancora studiare il documento, ma mi sembra una possibilità molto complessa.
Cosa dobbiamo aspettarci ora?
Un mondo più rischioso, evidentemente. È a rischio l’agricoltura, che alle nostre latitudini soffre sia la mancanza di acqua sia i fenomeni meteorologici estremi come le grandinate. È a rischio la salute, sia per le ondate di caldo sia per l’arrivo di malattie prima endemiche di altri climi.
C’è poi la questione dei cosiddetti punti di non ritorno. Esistono meccanismi che, se attivati dal riscaldamento globale, rilasciano a loro volta gas climalteranti in atmosfera, aumentando il riscaldamento in un circolo vizioso. Penso per esempio al caso celebre del metano intrappolato nel permafrost siberiano. Noi ci diamo degli obiettivi da non superare anche per cercare di non attivare questi meccanismi, Ma più scaldiamo l’atmosfera più ci avviciniamo ai punti di non ritorno.
Stiamo parlando di temperatura media globale. Ma a livello locale, quello che sentiremo sono gli eventi meteorologici estremi, come le ondate di caldo.
Avremo più estati come quella che si sta concludendo?
Esiste una variabilità naturale, di estate in estate. E il biennio 2026-2027 si candida ad essere pieno di record per via di El Niño, un fenomeno ciclico e naturale. Ma sì, la tendenza è quella: estati più lunghe e più intense.
A giugno, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha detto, in relazione al riscaldamento globale, che «ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo». È così?
Vale la pena di dire, in questo caso, che non è solo il caldo, ma è l’umidità. Si discute spesso di caldo “torrido”, ma è errato. Da noi, in mezzo al Mediterraneo, il caldo è soprattutto afoso, ovvero estremamente umido. E questo lo rende pericoloso, perché inficia la capacità di adattamento dei nostri corpi.
Naturalmente, ci raffreddiamo sudando. Il sudore, evaporando, ci aiuta a sopportare le alte temperature. Ma in un ambiente già estremamente umido il sudore non evapora. Questo è un grande problema soprattutto per chi ha un sistema di termoregolazione che funziona poco, come gli anziani.
Chi immagina di vivere in un’Italia in cui, semplicemente, ci si fa il bagno più a lungo e si beve più piña colada, si sbaglia.
C’è poi il tema delle precipitazioni straordinarie.
Io temo questo autunno. Anche qui, il fenomeno è noto. Estati sopra la media lasciano dietro di sé un Mediterraneo eccezionalmente caldo, perché il mare conserva il calore più a lungo. E quando arrivano i venti freddi, si possono creare fenomeni atmosferici pericolosi come l’alluvione che colpì Valencia due anni fa [229 vittime nel 2024 NdR].
La tempesta che si è abbattuta su Cremona pochi giorni fa è stata scatenata da un rivolo di fresco. Figuriamoci cosa può succedere con il freddo vero. Inutile parlare di autunno tiepido o ottobrate romane. Il rischio è vero. A maggior ragione in un mondo che supererà ormai per certo la soglia dei +1,5 gradi centigradi.




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