Allarme debito. La Cina e i mercati minacciano il futuro dell’Africa

Molti Paesi del continente fanno i conti con un debito estero sempre più oneroso. Pechino non fa sconti. Il mercato vanta crediti per $115 miliardi

Il ponte sul fiume Zambesi presso la frontiera tra Zambia e Zimbabwe. I due Paesi costituiscono l'epicentro della crisi del debito che ha colpito l'Africa nel contesto della recessione post Covid. Foto: Robin Cafolla Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

L’Europa e il G20 devono aiutare l’Africa anche attraverso «una massiccia cancellazione del debito». Così Emmanuel Macron nel discorso alla nazione pronunciato il 13 aprile. Un riferimento quasi sorprendente ma capace di cogliere nel segno. Vuoi per la concomitante iniziativa del FMI che ha cancellato crediti per mezzo miliardo di dollari con 25 Paesi in via di sviluppo. Vuoi per l’allarme della World Bank che ha prefigurato un 2020 all’insegna della recessione continentale, un fenomeno che l’Africa non conosce da un quarto di secolo.

Se è vero, come è ormai scontato, che la crisi globale non risparmierà la regione subsahariana, è lecito supporre allora che i primi effetti del terremoto si noteranno proprio sul fronte della finanza pubblica. Un tallone d’Achille pericolosamente esposto ai capricci dei mercati.

Africa in crisi

L’allarme lo ha lanciato il FMI in un’analisi pubblicata in queste settimane. «Il calo della domanda globale, la forte riduzione del prezzo del petrolio e l’inasprimento delle condizioni finanziarie metteranno a dura prova le posizioni esterne» ha scritto l’organizzazione internazionale. Il riferimento corre al debito accumulato dall’Africa negli ultimi anni, un fardello da 583 miliardi di dollari, ha ricordato un’indagine del Wall Street Journal ripresa tra gli altri da Morningstar, che oggi diventa sempre più difficile da gestire. C’è chi vive di petrolio, ricorda il Fondo Monetario, chi di turismo e chi, più in generale, di export di materie prime: tutti elementi di profonda debolezza nel contesto attuale.

 

Meno investimenti, più debito

Alla crisi dei settori chiave si aggiunge il noto fenomeno del flight to quality, un evergreen per i mercati in via di sviluppo. In sintesi: per anni gli investitori internazionali hanno potuto accumulare liquidità a basso costo per poi investirla nelle aree emergenti dove i rendimenti erano – e sono tuttora – tipicamente più elevati. Ma allo scoppio della crisi, come accade sempre in questi casi, gli stessi operatori tendono ad abbandonare i mercati più instabili alla ricerca di incrollabili certezze, come il mercato azionario USA – sorretto dalla generosità infinita della Fed, il dollaro –ormai in prolungata fase rialzista – e il classico tra i classici: l’oro, tornato rapidamente in auge dopo le turbolenze di marzo.

Nel solo mese di febbraio la fuga degli investitori è costata all’Africa  4,2 miliardi di dollari.

Il saldo delle partite correnti continentali, rileva ancora il FMI, dovrebbe raggiungere quest’anno quota -8,4% sul Pil contro il meno 6,2% del 2019. E un deterioramento del saldo, si sa, significa tipicamente nuovo debito.

Debiti sovrani, ombre cinesi

Di fronte alla crisi del debito, l’attenzione è puntata sul primo grande creditore dell’area: la Cina, ovviamente. Le pendenze dell’Africa con Pechino, dicono le stime, ammontano a 143 miliardi di dollari ma la cifra reale, si sospetta, potrebbe essere superiore visto che i cinesi non amano rendere noti tutti i dettagli della questione. I capitali della seconda economia del mondo hanno finanziato per almeno due decenni i grandi progetti infrastrutturali che hanno accompagnato l’Africa nel XXI secolo contribuendo ad estendere l’influenza del Dragone nell’area. Cosa accadrà ora in caso di default e di inevitabili negoziati?

Le mani di Pechino su risorse e infrastrutture

Gli analisti della Johns Hopkins School of Advanced International Studies (SAIS) hanno contestato l’ipotesi che Pechino punti in definitiva ad assumere il controllo delle risorse e delle infrastrutture locali in caso di insolvenza. Ma la tesi non convince del tutto. Una recente ricerca della società di consulenza EXX Africa, ad esempio, ha evidenziato l’enorme pressione esercitata dai cinesi nei confronti del governo dello Zambia, uno dei Paesi più colpiti dalla crisi del debito.

Già lo scorso anno, notano gli analisti, Pechino ha minacciato lo stop alle attività di contractor impegnati nello sviluppo delle infrastrutture di fronte ai ritardi nei pagamenti. Ad oggi, inoltre, la Cina punterebbe a mettere le mani sui proventi della liquidazione delle miniere di rame – materia prima di cui lo Zambia è il secondo produttore mondiale – gestite dalla società locale Konkola Copper, una sussidiaria della londinese Vedanta Resources.

Zambia e Zimbabwe sono l’epicentro della crisi

Con un rapporto debito/Pil al 96% (un livello molto alto rispetto alla media africana) lo Zambia resta uno dei Paesi più fragili sul fronte finanziario. La nazione, ricorda EXX Africa, ha già fatto default su un prestito da 107 milioni di dollari concesso dall’italiana Intesa Sanpaolo per l’acquisto di due velivoli militari del colosso tricolore Leonardo. L’economia non cresce, l’inflazione viaggia al 10%. Negli ultimi dodici mesi il kwacha, la valuta locale, ha bruciato un terzo del suo valore sul dollaro, rendendo così sempre più oneroso il pagamento delle rate del debito estero.

Non va meglio al vicino Zimbabwe, una delle economie più tormentate dell’Africa. Nell’ex Rhodesia, sostiene il FMI, l’inflazione dovrebbe raggiungere quest’anno il 319%. La Cina, assicurano gli osservatori locali, si rifiuta per il momento di concedere aiuti.

La maledizione degli eurobond africani

In tutta questa storia, però, c’è anche un ingombrante convitato di pietra: il mercato degli eurobond africani. Niente a che vedere con le suggestioni da debito condiviso europeo, beninteso, visto che parliamo dei titoli emessi dai Paesi in via di sviluppo e denominati in valuta estera. La logica è intuitiva: proteggere gli acquirenti dall’eccessiva volatilità delle monete locali e consentire agli Stati emergenti di reperire nuove risorse. Negli ultimi anni, complici la crescente fiducia nelle prospettive dell’Africa e il forte appetito degli investitori in un mercato obbligazionario avaro di rendimenti, il comparto è cresciuto a dismisura.

Ad oggi, sostiene Moody’s, gli eurobond continentali valgono 115 miliardi di dollari con il grosso delle scadenze, precisa il FMI, previste per il biennio 2024-25. Circa un quinto del debito africano, in altre parole, è oggi in mano ai fondi speculativi e ad altri investitori della medesima risma con una certa propensione per il rischio. Non esattamente gli interlocutori migliori quando si tratta di ristrutturare le pendenze.

Nel 2020 l’Africa pagherà $44 miliardi di interessi

In passato, quando l’Africa viveva essenzialmente di prestiti bilaterali e aiuti allo sviluppo, cancellare il debito era soprattutto una questione di volontà politica. Ma oggi, con il mercato protagonista, gli appelli espressi in tal senso da Parigi e dal FMI, rischiano di cadere nel vuoto. Lo stesso Emmanuel Macron, nota il Financial Times citando fonti dell’Eliseo, ha frenato sull’ipotesi di estendere la richiesta di moratoria ai creditori privati cogliendo, evidentemente, tutte le difficoltà tecniche della questione. Ma forse, azzarda lo stesso quotidiano britannico, saranno proprio i fondi stessi, date le circostanze, ad arrendersi all’evidenza di inevitabili ristrutturazioni.

Nel 2020, ricorda l’Economic Commission for Africa delle Nazioni Unite (ECA), i Paesi del Continente pagheranno 44 miliardi di dollari di interessi. Nel mese di marzo, nota JPMorgan, il rendimento medio dei bond africani in valuta estera è cresciuto di 100 punti base raggiungendo quota 8%. Rifinanziare il debito con nuove emissioni, insomma, sta diventando sempre più costoso. Un’ondata di nuovi default potrebbe essere davvero dietro l’angolo.