I data center consumano più di un quinto dell’elettricità irlandese

Pur di diventare hub europeo dei data center, l'Irlanda sacrifica i propri obiettivi climatici. Ma i cittadini non stanno a guardare

I data center sono strutture ad altissima domanda di energia e le comunità locali temono di pagarne il prezzo ©Dragon Claws/IStockPhoto

L’Irlanda punta a diventare un hub europeo per i data center, sacrificando a questo altare i suoi obiettivi climatici. Nella sola area metropolitana di Dublino sono stati installati impianti per 1.150 megawatt. Quasi quanto quelli ospitati da Londra (1.189) che, però, è quattro volte più grande. A Parigi ce ne sono appena 523 MW.

In Irlanda i data center consumano più elettricità di tutte le case urbane

Il processo è determinato da una precisa strategia politica. Da cinquant’anni ormai l’Irlanda utilizza gli sgravi fiscali come attrattore di grandi multinazionali americane, formando nel frattempo professionalità di profilo molto alto. Non a caso, i più grandi sono tutti lì. Da Google ad Amazon, da Facebook ad Apple fino a Microsoft. Le entrate fiscali sono tali che da alcuni anni il Paese registra un surplus stabile in bilancio.

Questo ruolo di attrattore di capitali stranieri di Big Tech si sta consolidando nella nuova corsa all’oro dello stoccaggio di dati. Il problema è che i data center sono strutture ad altissimo fabbisogno energetico. Nel 2024 hanno consumato il 22% dell’energia elettrica totale, più di tutte le abitazioni urbane irlandesi:. Secondo le previsioni dello Stato, a questi ritmi arriveranno al 31% entro il 2034.

La decarbonizzazione è servita a rispondere alla crescente domanda di energia dei data center

Livelli così alti di domanda rendono la rete elettrica instabile, tant’è che da qualche anno si susseguono allarmi per lo squilibrio tra domanda e offerta di energia. Il rischio di blackout diventa sempre più concreto al punto che, per correre ai ripari, il governo ha dovuto costruire con urgenza due centrali a gas e a petrolio da attivare in caso di emergenza. Le società che gestiscono la rete nazionale, EirGrid ed Esbn, hanno avviato nuovi lavori con investimenti che, in cinque anni, potrebbero avvicinarsi ai 19 miliardi di euro.

Proprio EirGrid nel 2021 aveva chiesto una moratoria e rifiutato nuovi allacciamenti intorno a Dublino perché i data center assorbivano già metà dell’energia elettrica disponibile. Da questa moratoria è però esente il mega impianto di Echelon Data Centers, che era stato approvato prima. Come sottolineato dall’eurodeputata del Sinn Fein Lynn Boylan, questa nuova corsa all’elettricità è in netta contraddizione con gli impegni climatici del Paese.

Eppure l’Irlanda è un paese all’avanguardia nello sviluppo delle energie rinnovabili. L’eolico fornisce il 38% del fabbisogno nazionale, quasi alla pari con il gas (40%). La crescita del settore dell’energia del vento è stata rapidissima tra il 2017 e il 2023, solo che è stata praticamente pari a quella della domanda di elettricità dei data center che, in alcuni casi, consumano quanto una piccola città. La decarbonizzazione energetica non ha quindi abbassato le emissioni. È servita a rispondere alla crescita del fabbisogno.

In Irlanda i data center dovranno prodursi l’energia da soli

La crescita incontrollata dei mega-impianti sta minando anche gli obiettivi sociali del governo. L’investimento di 100 milioni di euro di EirGrid per una nuova sottostazione elettrica da 220 kV a Castlebaggot era stato stanziato per fornire elettricità ai nuovi complessi residenziali e alle nuove imprese. L’azienda ha però ammesso che tutta l’energia è stata assorbita dai data center nelle vicinanze, ancor prima che la sottostazione fosse ultimata. I soldi per realizzare l’impianto di cui hanno beneficiato questi privati, però, provenivano dalle tasse pagate dalla popolazione.

Eppure il governo procede spedito. Anzi, a dicembre 2025 l’autorità di regolamentazione dell’energia elettrica ha interrotto la moratoria e pubblicato i nuovi requisiti con cui i data center potranno allacciarsi alla rete di Dublino. Per farlo, le nuove strutture dovranno avere la capacità di prodursi da sole l’energia e garantire che, entro sei anni, provenga all’80% da fonti rinnovabili.

Lo sta facendo l’irlandese Echelon Data Centers nel realizzare il suo nuovo progetto da 1,5 miliardi di euro: tre edifici, con annessa una centrale elettrica a gas per alimentarli. A questi costi si aggiungeranno poi quelli dei server, che costeranno probabilmente il doppio e saranno acquistati dalle aziende americane clienti.

Il megaimpianto di Ennis, finito davanti all’Alta Corte

Nel frattempo crescono le tensioni per un ulteriore progetto nell’area agricola della città di Ennis, in Irlanda occidentale. Qui Art Data Centres prevede la costruzione di un mega impianto da 200 MW di capacità, cioè tra tre e quattro volte il consumo complessivo della contea. Secondo Le Monde, l’impresa che presenta la proposta è in realtà una società di facciata dietro la quale c’è Amazon.

Il progetto, peraltro in terreni agricoli, ha trovato il favore delle autorità locali che hanno concesso la licenza edilizia. E fatto insorgere la comunità locale. Uno sparuto gruppo di cittadini ha portato il caso davanti all’Alta Corte irlandese, chiedendole di chiarire se un progetto che farà aumentare le emissioni di CO2 sia compatibile con gli obiettivi nazionali di ridurle del 30% entro il 2030. Una sentenza del 12 marzo ha risposto alla loro domanda: la costruzione del megacentro è legale, e si farà.

L’ondata di proteste contro i data center sta arrivando anche in Europa

Le proteste contro i data center non riguardano solo l’Irlanda. Abbiamo già scritto dell’ondata di mobilitazione che, negli Stati Uniti, ha bloccato la realizzazione di progetti per quasi 100 miliardi di dollari. Anche il resto d’Europa non sta a guardare. Secondo un sondaggio dell’ottobre 2025 la maggior parte dei cittadini europei vuole nuove leggi che limitino gli impatti ambientali, energetici e sociali dei data center. Più del 70% degli intervistati ritiene che la costruzione di nuovi impianti debba essere subordinata alla produzione di nuove fonti di energia rinnovabile. Oltre il 60% pensa che comunque non dovrebbero essere costruiti se alimentati con combustibili fossili. Il 73% ha dichiarato che i governi dovrebbero stabilire dei criteri chiari per garantire la distribuzione dell’energia per tutti i settori e gli usi.

E già da qualche tempo si organizzano le prime grandi mobilitazioni. Lo scorso febbraio le strade di Londra sono state attraversate dalla “March against the machine” davanti agli uffici di OpenAI, di Meta e di Google. La manifestazione ha denunciato che la proliferazione dei data center (circa 450) sta mettendo a rischio gli obiettivi climatici britannici. L’autorità britannica di regolamentazione dell’energia ha ricevuto 140 richieste di allaccio, per un totale di 50 gigawatt. Il picco del Paese, l’11 febbraio 2026, arrivava a 45. A settembre 2025 c’è stata la prima grande manifestazione a Saragozza contro il consumo idrico degli impianti, il perno della battaglia contro i data center in Spagna. Nei Paesi Bassi le proteste hanno portato all’occupazione del tetto del data center di Microsoft a Middenmeer. I manifestanti hanno contestato anche, in questo caso, l’utilizzo a scopi militari delle intelligenze artificiali.

I nuovi progetti e le proteste in Italia

In Italia, l’opposizione ai data center è esplosa soprattutto in Lombardia, che ospita oltre il 60% delle richieste nazionali. Comitati spontanei come “Ferma Ecomostro” a Vimercate e le “Sentinelle del Territorio” a Bornasco denunciano un modello industriale estrattivo, fondato su infrastrutture mastodontiche che consumano suolo agricolo e risorse idriche garantendo un’occupazione irrisoria. A Bollate il circolo locale di Legambiente ha presentato ricorso al Tar contro un progetto su 12 ettari di area verde. A Settimo Torinese le proteste attaccano il campus Microsoft da 1 GW. La comunità residente denuncia il pericolo di colonialismo energetico legato a rincari previsti del 12% sulle bollette locali.

Importante elemento di criticità, al momento, in Italia, è il consumo di suolo. Secondo i comitati, i Comuni accettano oneri urbanistici milionari e scelgono, pur di fare cassa, di sacrificare importanti risorse ecologiche. Anche in questo caso il buco nero dell’assenza di una legge nazionale sul consumo di suolo rivela la sua potenza distruttiva. Senza nessuno che imponga di riutilizzare e riconvertire le aree industriali dismesse, scegliere aree vergini e di pronta edificazione (con il benestare degli enti locali) sarà sempre troppo più conveniente per chi investe. Soprattutto se i costi energetici, sociali e ambientali sono sempre pagati dalla collettività.

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