Il divieto di distruzione dell’invenduto potrebbe ridisegnare l’industria della moda

Nell'Ue tra il 4% e il 9% dei tessili viene distrutto senza mai essere indossato. Ora è vietato, ma resta un nodo: chi ripara?

Nell'Ue tra il 4% e il 9% dei tessili viene distrutto senza essere mai indossato © Ryan McVay/iStockPhoto

In breve

  • Dal 19 luglio 2026 il regolamento europeo sull’ecodesign vieta alle grandi aziende di distruggere l’invenduto, che nell’Ue riguarda tra il 4% e il 9% dei tessili.
  • Il regolamento considera distruzione anche il riciclo: impone di privilegiare riuso, rivendita, donazione e riparazione, e obbliga le aziende a rendicontare ogni anno gli scarti.
  • La riparazione richiede competenze sempre più rare: l’età media dei lavoratori dell’artigianato tessile italiano è di 49,3 anni, e il settore invecchia più in fretta della media.

100 miliardi. Tanti sono, secondo le stime più prudenti, i capi di abbigliamento che ogni anno escono dalle fabbriche di tutto il mondo. Il doppio di quanti se ne producevano nel 2000. Altre stime, meno caute, arrivano a parlare di 150 miliardi. In entrambi i casi il numero fa girare la testa: significa, nella versione più conservativa, oltre 12 capi per ogni essere umano sul Pianeta. Neonati compresi.

Ma quanti di quei capi arrivano a essere indossati?

Nella sola Unione europea, secondo i dati dell’Agenzia europea dell’ambiente, tra il 4% e il 9% dei tessili immessi sul mercato viene distrutto prima di essere mai indossato. Non parliamo di abiti usati o rotti. Parliamo di capi nuovi, spesso mai usciti dai magazzini, bruciati o smaltiti perché invenduti o perché resi da un acquisto online. In termini assoluti sono tra le 264mila e le 594mila tonnellate di tessuti l’anno. Con un impatto climatico stimato in 5,6 milioni di tonnellate di CO2eq. Più o meno quanto le emissioni nette della Svezia nel 2021.

A pesare, in particolare, sono i resi degli acquisti online. In Europa un capo comprato su internet su cinque torna indietro al mittente. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente tra il 22% e il 43% – in media un terzo – dei capi resi finisce distrutto, invece che rimesso in vendita.

È per rispondere a questo spreco sistemico – che riguarda l’intera economia dei beni di consumo, non solo l’abbigliamento – che dal 19 luglio scorso è entrato in vigore in Europa il divieto alle grandi aziende di distruggere l’invenduto.

Il divieto di distruzione dell’invenduto nel regolamento europeo

Il divieto è contenuto nell’articolo 25 del regolamento Espr (Ecodesign for sustainable products regulation, Regolamento UE 2024/1781). Entrato formalmente in vigore nel 2024, è diventato applicabile, per la parte che riguarda l’invenduto, il 19 luglio 2026. Al momento il regolamento vale solo per le grandi imprese (oltre 250 dipendenti o fatturato superiore a 50 milioni di euro). Le medie imprese avranno tempo fino al 2030, le micro e piccole imprese restano escluse.

La definizione di “distruzione” usata dal regolamento è più ampia di quanto si potrebbe pensare. Non riguarda solo l’incenerimento o la discarica, ma anche il riciclo e il recupero energetico. Sminuzzare un capo invenduto per recuperarne le fibre, in altre parole, conta comunque come distruzione. La norma privilegia prima di tutto il riuso, poi la rivendita, la donazione e la riparazione. Solo dopo il riciclo.

L’articolo 24 dello stesso regolamento affianca un obbligo di trasparenza. Ogni anno le aziende dovranno rendicontare quanti prodotti invenduti hanno scartato, il loro peso, i motivi dello smaltimento e la quota destinata rispettivamente a riutilizzo, riciclo, recupero energetico o smaltimento finale.

Restano alcune deroghe: prodotti pericolosi, non conformi alla normativa, contraffatti, danneggiati o comunque non riutilizzabili possono ancora essere smaltiti. È proprio su questo margine di discrezionalità, ovvero su cosa un’azienda può dichiarare «non riutilizzabile», che si giocherà buona parte dell’efficacia reale del regolamento.

Tre modelli a confronto: Francia, Europa, California

L’Unione europea non è la prima a muoversi in questa direzione, e il confronto tra i diversi approcci aiuta a capire cosa cambia davvero.

Ad aprire la strada è stata, nel 2020, la Francia. La legge Agec (Anti-gaspillage pour une économie circulaire) vieta la distruzione dei prodotti non alimentari invenduti, imponendo a produttori, importatori e distributori di riutilizzarli, riciclarli o donarli. Pena una sanzione fino a 15mila euro per violazione. È il primo divieto nazionale al mondo di questo tipo, ed è servito da modello diretto per l’Espr europeo.

Nel settembre del 2024 il governatore della California Gavin Newsom ha firmato il Responsible Textile Recovery Act. L’approccio è diverso da quello francese: non si tratta di un divieto diretto di distruzione, ma di un sistema di responsabilità estesa del produttore (Epr). I produttori che vendono tessili nello Stato devono costituire e aderire a una “Producer responsibility organization” (Pro) incaricata di gestire raccolta, trasporto, riparazione, selezione e riciclo su scala statale. A febbraio 2026 CalRecycle ha selezionato Landbell USA come Pro ufficiale, segnando il passaggio dalla fase di progettazione a quella operativa. Il pieno regime sanzionatorio scatterà però solo nel 2028-2030.

Divieto diretto o responsabilità del produttore: pro e contro

La differenza tra i due approcci non è solo tecnica. Un divieto diretto come in Francia e, ora, nella Ue, sposta immediatamente l’onere sulle aziende, vietando loro un comportamento specifico. Un sistema Epr come quello della California sposta l’onere sull’organizzazione della filiera, lasciando alle aziende più margine su come raggiungere l’obiettivo. Si tratta di un compromesso che può rendere la misura più praticabile, ma anche più lenta e più permeabile a interpretazioni elastiche.

Come leggere, allora, questo confronto tra modelli? Una chiave utile arriva da Mariagrazia Berardi, esperta di sostenibilità tessile e formatrice Futures & Foresight, interpellata da Valori: «Un approccio Futures & Foresight è volto a esplorare futuri alternativi al futuro probabile, che rappresenta la proiezione del presente e quindi dello status quo. Mira quindi a esplorare una pluralità di futuri possibili e alternativi, per ampliare la capacità di anticipazione e prepararsi oggi a ciò che potrebbe emergere domani». Applicato a Francia, UE e California, questo significa non chiedersi quale dei tre modelli “vincerà”, ma continuare a esplorarli tutti. Compresi quelli che ancora non vediamo. «La filiera tessile italiana dovrebbe esplorare ora più futuri possibili», conclude Berardi, «immaginando diversi scenari, valutarne gli impatti e le conseguenze per prepararsi e anticipare il futuro preferibile».

Cosa cambia (o dovrebbe cambiare) nella filiera

Se non si può più distruggere, l’industria dell’abbigliamento dovrà rivedere il proprio modello. Da un lato, occorrerà diminuire la produzione. Ma sarà necessario trovare altri modi di gestire l’invenduto. E qui la norma comincia a toccare qualcosa di più profondo del semplice smaltimento: il modo stesso in cui i capi vengono progettati e prodotti.

Lo dice bene Giovanni Maria Conti, coordinatore del corso di laurea in Design della moda al Politecnico di Milano, interpellato da Valori: «La riparabilità sta entrando nella formazione dei capi di abbigliamento, ma non è ancora un principio strutturato, perché questo implica ampliare il concetto stesso di progetto: non progettare soltanto l’oggetto, ma il suo ciclo di vita. Bisogna compiere quel passaggio culturale che prenda la cultura della riparazione non come una caratteristica, ma come parte del processo progettuale sin dall’inizio». Un cambiamento, aggiunge, «su cui si sta lavorando e che sarà sempre più presente nei nostri laboratori progettuali», ma che oggi resta più un’intenzione che una prassi diffusa.

Nel frattempo, attorno alla riparazione sta nascendo un piccolo ecosistema industriale. All’estero, diversi brand hanno fatto da apripista. Patagonia, per esempio, ha avviato il programma Worn Wear: riparazioni gratuite in negozio, anche su capi di altri marchi, e stazioni mobili itineranti. Accanto ai brand che internalizzano il servizio, sono nate piattaforme terze specializzate. Come la britannica Sojo che connette clienti e sarti attraverso un’app restituendo i capi riparati entro cinque giorni.

Rifò, Prism, Atelier Riforma: i modelli circolari italiani

In Italia il fenomeno è ancora acerbo ma in crescita. Il caso più maturo è probabilmente Rifò, azienda pratese fondata nel 2017 da Niccolò Cipriani, oggi certificata B Corp, che recupera la tradizione dei “cenciaioli” per rigenerare lana, cashmere e denim. Nel 2023 ha prodotto 72mila capi, riciclato 14,1 tonnellate di indumenti usati attraverso 230 punti di raccolta, e venduto l’82% della produzione tramite prevendita. Un modello pensato proprio per minimizzare l’invenduto, che infatti è calato dell’11% rispetto al 2022. Offre inoltre un servizio di riparazione con garanzia di tre anni, aperto anche a capi di altri brand.

Accanto a Rifò si muovono realtà più giovani. Per esempio, a Milano c’è Prism, una società benefit che ha aperto un “Repairing Hub” dedicato a riparazione, ricondizionamento e upcycling per conto di altri brand, impiegando anche rifugiati e persone fuori dal mercato del lavoro. A Torino c’è la startup Atelier Riforma che ha sviluppato Re4Circular, un marketplace B2B per catalogare e ridistribuire tessili pre e post-consumo, con un impianto capace di lavorare fino a 70mila capi al giorno.

Il nodo che la norma non risolve: chi ripara, e chi riparerà domani

C’è però un problema strutturale che nessuna normativa, da sola, può risolvere: chi possiede davvero le competenze per riparare. L’età media dei lavoratori nell’artigianato tessile-abbigliamento italiano è di 49,3 anni, tra le più alte di tutto il comparto artigiano. Con un ritmo di invecchiamento superiore a un anno ogni anno nel periodo 2019-2023. Il settore, cioè, non si sta semplicemente invecchiando: sta invecchiando più in fretta della media. E questo accade in un momento in cui la normativa chiederebbe esattamente il contrario: più manodopera specializzata, non meno.

Secondo il rapporto L’Italia del riciclo di Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e Fise Unicircular, nel 2021 le imprese italiane attive nella riparazione di articoli tessili erano 2.331, in crescita del 162% rispetto al 2010. Un settore che è più che raddoppiato in un decennio, ma che parte da una base piccola e da una manodopera sempre più anziana.

Alcune risposte a questo vuoto generazionale stanno però nascendo dal basso, spesso con un’esplicita missione formativa. Dal gennaio 2025 esiste in Italia una rete di oltre 30 sartorie sociali – tra cui Kechic, InTessere a Torino, Lab Zen 2 a Palermo, Coop Soleinsieme a Reggio Calabria – che punta a costruire entro il 2030 il primo distretto nazionale del Made in Italy sostenibile, dando lavoro e formazione a oltre mille persone fragili. E in diverse città italiane sono nati Repair Café, presidi di riparazione gestiti da volontari che puntano esplicitamente a coinvolgere più generazioni, pensionati compresi, per trasmettere competenze che rischiano altrimenti di andare perse.

Gestione dello stock e ricondizionamento dei capi: il caso Ovs

Per capire come si comporta in pratica una grande catena italiana, abbiamo girato alcune domande a Ovs, che ha risposto per iscritto a Valori.

Per Ovs l’invenduto rappresenta meno dell’1% dell’immesso sul mercato, e riguarda quasi soltanto merce «non riutilizzabile né riparabile». Un risultato – spiega l’azienda – costruito investendo in gestione dello stock tra punti vendita e in una riproposta commerciale dei prodotti di stagioni precedenti. Con il centro logistico di Bari «interamente dedicato al ricondizionamento dei residui di fine stagione».

L’azienda tiene poi a marcare una distanza dal resto del settore: «Il problema della distruzione dell’invenduto è probabilmente ancora più forte e radicato in settori diversi da quelli in cui operiamo», si legge nella risposta. Settori in cui «è prassi più diffusa distruggere i capi in eccesso, anziché reimmetterli nel mercato tramite canali secondari o sconti, con il preciso scopo di preservare l’esclusività e il posizionamento del brand». Un riferimento che, per quanto non nominato esplicitamente, richiama il lusso, il segmento in cui la stampa internazionale ha documentato con maggiore continuità casi di distruzione dichiarata come scelta strategica di brand protection, più che come gestione di un eccesso produttivo.

Ovs tra riparazione, raccolta dell’usato e passaporto digitale

Il servizio di sartoria e riparazione di Ovs, invece, è ancora agli inizi: 10 punti vendita pilota a Milano, con l’avvio appena partito in una selezione di negozi in Puglia. «È un modo per testare la predisposizione del cliente verso servizi di cura del capo e testarne la scalabilità», spiega l’azienda. Che parla di un «piano di espansione progressiva nei principali centri cittadini» senza però sbilanciarsi su tempi o numeri.

Diverso e più maturo il programma di raccolta degli abiti usati, attivo dal 2013 in tutti i punti vendita diretti. E gestito dal 2016 in collaborazione con Humana People to People Italia. Nel 2025 ha raccolto oltre 300 tonnellate di abiti usati, destinate per il 67,5% al mercato dell’usato, per il 25,5% al riciclo e per il 7% alla produzione di energia. Si tratta, tuttavia, di un circuito che non ha a che vedere con l’obbligo Espr sull’invenduto, perché tratta capi già indossati, non prodotti mai venduti.

Sul Digital product passport, in arrivo dal 2027, Ovs dichiara un obiettivo preciso: dotare i propri prodotti tessili di un prototipo già nel corso del 2027, «mappando l’intera filiera produttiva», in attesa della pubblicazione degli atti delegati ufficiali della Commissione europea. Il passaporto, spiega l’azienda, sarà anzitutto uno strumento informativo per il cliente – accessibile tramite QR code, con dati su origine dei materiali, fasi produttive, impatto ambientale, composizione e certificazioni – ma anche un canale per «ingaggiare il cliente» su temi come la cura del capo, il corretto smaltimento a fine vita, la riciclabilità del prodotto e i servizi post-vendita.

Progetti di riparazione: il rischio del greenwashing

Resta una domanda a cui né la norma né i buoni propositi delle aziende rispondono da soli: quanti di questi progetti di riparazione e ricondizionamento sono risposte autentiche al problema, e quanti invece semplici operazioni di immagine?

Anche fuori dal settore moda, il mercato della compensazione ambientale ha già mostrato quanto sia facile trasformare un obbligo normativo in un’operazione di facciata. Un caso recente: un’azienda britannica di data center per l’intelligenza artificiale ha proposto di vendere carbon credit generati alimentando i propri impianti con gas da discarica. Gas che la legge già obbliga a captare, rendendo l’operazione, secondo un critico citato da un’inchiesta di Follow the Money, «un altro caso di carbon credit rilasciati dove non dovrebbero esserlo».

In Sierra Leone, invece, SwedWatch ha documentato un progetto legato alla riforestazione che, su 10mila ettari di piantagioni, avrebbe generato carbon credit rivenduti sul mercato mentre diverse comunità locali coinvolte non erano nemmeno a conoscenza dell’esistenza del progetto sulle proprie terre, con impatti sproporzionati sulle donne, che hanno perso l’accesso a raccolta di frutta e legna da ardere.

Sono casi che riguardano altri settori, ma la logica è la stessa che si applica al tessile: un obbligo di legge crea un incentivo a dimostrare conformità. E la conformità dimostrata non sempre coincide con un cambiamento reale. Interpellata su questo punto, Giusy Bettoni, fondatrice dell’ecohub C.L.A.S.S., ha preferito spostare l’accento altrove: «Indipendentemente dal “perché” si facciano le cose buone, l’importante è che si facciano, si facciano bene, e magari siano anche d’ispirazione per altri». Una consapevolezza più ampia, aggiunge, «arriverà insieme a un’altra cultura che non ci porterà a “trovare rimedi” a pratiche [dannose], ma troverà strategie propositive e positive per produrre in maniera appropriata».

È una lettura più indulgente di quella che emerge dai casi SwedWatch e Follow the Money. Ma è anche, forse, un promemoria utile: la domanda “chi lo fa e perché” conta meno, alla fine, della domanda che i prossimi report di trasparenza obbligatoria imposti dall’Espr permetteranno finalmente di porre con dati alla mano: quanto viene davvero riparato, e quanto continua, sotto altra forma, a essere scartato?

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