Emissioni di metano: il rapporto Aie 2026 e le false soluzioni alla crisi climatica
Il rapporto Aie sul metano mette al centro la sicurezza energetica. Per il clima, però, l'unica strada vera resta il phase out delle fossili
Rischiamo di “morire” di metano? Il Global Methane Tracker 2026 appena pubblicato dall’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) lo dice chiaramente: anche nel 2025 le emissioni di metano da combustibili fossili sono state elevatissime, vicine ai massimi storici. E non ci sono segnali di diminuzione alle viste.
A problema, poi, si aggiunge problema. Perché la stessa Aie per affrontare la questione propone soluzioni che non sembrano rispondere prioritariamente all’esigenza di affrontare la crisi climatica, a cui le emissioni fuggitive di metano contribuiscono grandemente. C’è il forte rischio, insomma, di trovarsi di nuovo nel campo già fin troppo affollato delle “false soluzioni” al collasso climatico in corso. Ma andiamo con ordine.
124 milioni di tonnellate di emissioni di metano nel 2025
L’anno scorso, dice l’Aie, petrolio, carbone e gas hanno conosciuto una produzione record. Già questa è una pessima notizia, perché non pare esserci neppure l’ombra di quel phase out dalle fossili – ovvero l’eliminazione progressiva – su cui la comunità internazionale almeno a parole dovrebbe invece essere impegnata ventre a terra. Ma proviamo a sorvolare per un momento – anche se sappiamo di non poterci più permettere di farlo – sul fatto che i combustibili fossili prodotti prima o poi vengono bruciati e quindi rilasciano CO2 in atmosfera. Concentriamoci, dunque, solo sulle emissioni di metano al centro del report.
La produzione record di fossili di cui abbiamo detto è stata responsabile (soprattutto petrolio e carbone) del 35% delle emissioni di metano provenienti dall’attività umana nel 2025, che l’Aie anche basandosi su dati satellitari quantifica in 124 milioni di tonnellate. È un’altra pessima notizia: com’è noto, infatti, il metano ha un impatto climalterante circa 80 volte maggiore di quello della CO2, anche se su un arco di tempo infinitamente inferiore (circa vent’anni) rispetto all’anidride carbonica, che resta in atmosfera per millenni. Per cui su un orizzonte temporale di questo tipo il metano è senza alcun dubbio il nemico pubblico numero uno, climaticamente parlando.
La proposta Aie: abbattere le emissioni fuggitive di metano per la sicurezza energetica
Ora, per affrontare il problema l’Aie propone come via maestra di utilizzare misure di abbattimento delle emissioni fuggitive che chiama “tried-and-tested”, cioè già disponibili. Lo spazio per queste misure sarebbe enorme, perché secondo l’Aie gli impegni di riduzione del metano a oggi non toccano ancora quasi la metà della produzione globale di oil&gas – ci sarebbe da chiedersi come mai, ma sorvoliamo anche qui. In termini di riduzione dell’intensità metanifera della produzione fossile ci sarebbero dunque vere e proprie praterie da percorrere specie per i Paesi meno performanti, che hanno risultati oltre 100 volte inferiori ai migliori.
La soluzione permetterebbe di cogliere i proverbiali due piccioni con una fava: da una parte consentirebbe appunto di ridurre la quantità di emissioni fuggitive di metano che aggravano la crisi climatica nel breve-medio periodo. Dall’altra, renderebbe disponibili ogni anno oltre 200 miliardi di metri cubi di metano: una manna dal cielo per arginare la crisi energetica innescata dalle attuali tensioni geopolitiche, rafforzando invece la sicurezza energetica, dice l’Aie, con riferimento in particolare al mercato del gas. Le misure in oggetto, inoltre, in pratica si ripagherebbero da sole, grazie a ciò che si ricaverebbe mettendo appunto sul mercato il metano “abbattuto”.
A prima vista sembrerebbe dunque una silver bullet, una soluzione miracolosa che non si capisce come mai non sia venuta in mente prima a nessuno. Ma il diavolo sta nei dettagli, che poi tanto dettagli non sono.
Il report Aie mette l’economia davanti al clima
Dove sta il problema? Nel fatto che la questione cruciale che il report sembra voler mettere in evidenza è quella economica. Infiorettata da quella climatica.
Il ragionamento è il seguente: siamo in crisi energetica. Lo Stretto di Hormuz bloccato, come dire, a doppia mandata da Iran e Usa sta sottraendo al mercato il 20% dell’offerta globale di gas naturale liquefatto. Per cui serve trovare nuove fonti, e soprattutto sicure. Abbattere le emissioni fuggitive può rendere disponibili sul mercato in tempi brevissimi 15 miliardi di metri cubi di metano. Che nel lungo termine, abbattendo anche il gas flaring – la combustione del gas estratto in eccesso, la cui riduzione già di per sé è un «vasto programma» poiché dati alla mano continua a essere un enorme problema –, possono diventare i 200 e passa di cui si diceva. Cioè il doppio dei volumi sottratti al mercato dalla chiusura di Hormuz.
Prendere di petto le emissioni fuggitive di metano è cosa buona, giusta e urgente. Ma se poi si vuole usare il metano “abbattuto” per scopi energetici, vuol dire che lo si vuole bruciare. A quel punto in atmosfera finirà soprattutto la CO2 e non il metano. Ma in sostanza climaticamente parlando siamo punto e a capo, perché abbiamo solo sostituito l’uno con l’altra. La soluzione proposta dall’Aie ha ragioni legate all’emergenza energetica causata dalla situazione internazionale: se ne può anche discutere, appunto per affrontare la contingenza. Ma non si cerchi di presentarla come una soluzione utile per il clima.
Il phase out da tutte le fossili è l’unica strada per il clima
Se si vogliono davvero “abbattere”, ma in senso assoluto, le emissioni di metano derivanti dalla produzione di fossili, la strada maestra è ovvia e nota da un pezzo: è il phase out, da pianificare e attuare con la massima urgenza, ovviamente in modo equo e giusto, come ha appena ribadito anche la storica Conferenza di Santa Marta. Spingendo, contemporaneamente, sulla produzione di energia rinnovabile.
Se c’è una cosa che l’attuale crisi geopolitica ha reso evidente in modo adamantino, infatti, è che le fonti fossili sono sinonimo di insicurezza energetica. La sicurezza energetica è nello sviluppo delle fonti rinnovabili, che nessuno Stretto di Hormuz potrà mai bloccare. L’Aie sa queste cose meglio di chiunque altro e le ha anche affermate spesso. Ci si aspetterebbe un po’ più di onestà intellettuale, allora, quanto alla comunicazione che utilizza e alle corde che vuole sollecitare quando fa uscire rapporti come questo.




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