Emissioni voli 2025, record europeo: Ryanair inquina come la Croazia
Nel 2025 i voli in partenza dall'Europa hanno superato i livelli pre-pandemia. Ryanair è la compagnia più inquinante, ma due terzi delle emissioni sfuggono all'Ets
In breve
- Nel 2025 i voli in partenza dall’Europa hanno emesso 195 milioni di tonnellate di CO2, il 2% in più del 2019 e il record di sempre per il settore.
- Le low cost trainano la crescita: le emissioni globali di Ryanair sono del 50% sopra il 2019, tanto quanto le emissioni annuali della Croazia.
- Due terzi delle emissioni aeree europee sfuggono all’Ets, che non copre i voli a lungo raggio più inquinanti: estenderlo frutterebbe 17 miliardi l’anno entro il 2030.
Nel 2025 i voli in partenza dagli aeroporti europei hanno emesso più anidride carbonica che in qualsiasi altro anno. Per la prima volta il settore ha superato i livelli precedenti alla pandemia: 195 milioni di tonnellate di CO2 per i soli voli in uscita dall’Europa, il 2% in più rispetto al 2019. È il dato più alto mai registrato, e arriva da una nuova analisi di Transport & Environment (T&E), il principale gruppo europeo per la decarbonizzazione dei trasporti.
Il segnale è controcorrente. Dal 2005, mentre agricoltura, industria manifatturiera e gran parte dei trasporti hanno ridotto le proprie emissioni climalteranti, l’aviazione europea le ha aumentate di oltre il 30%. Resta la fonte di emissioni in più rapida crescita nell’Unione. I voli in partenza dall’Europa valgono il 23% delle emissioni globali del settore: un terzo posto tra le regioni più inquinanti, dopo Asia (31%) e Nord America (25%). Ma l’Europa è l’unica delle tre ad aver già superato i livelli pre-pandemia.
Le compagnie low cost trainano la crescita delle emissioni
A spingere i numeri verso l’alto sono soprattutto le compagnie low cost. Le emissioni globali di Ryanair sono ora del 50% superiori al 2019: il maggiore aumento tra le prime venti compagnie più inquinanti al mondo. In Europa il vettore irlandese resta il primo per impatto, con 16,6 milioni di tonnellate di CO2 dai voli in partenza dal continente. Una cifra paragonabile alle emissioni annuali complessive di un Paese come la Croazia.
I vettori tradizionali, quelli che operano le tratte a lungo raggio, hanno invece recuperato più lentamente. Le loro emissioni restano sotto i livelli pre-pandemia, frenate dalla ripresa più graduale del traffico intercontinentale.
In Italia la crescita è seconda solo alla Spagna
Anche il nostro Paese segue lo stesso schema. I 900mila voli in partenza dagli aeroporti nazionali hanno prodotto circa 16 milioni di tonnellate di CO2, in crescita del 5% rispetto al 2024 e del 10% sul 2019. Nel confronto europeo, l’Italia registra il secondo aumento più marcato, dietro alla sola Spagna, trainato anch’esso dalla piena ripresa delle low cost.
Ryanair guida la classifica anche qui, con 3,5 milioni di tonnellate di CO2 e una crescita superiore al 60% rispetto al 2019. Seguono Ita Airways con 1,8 milioni di tonnellate e, a pari merito con 0,9 milioni ciascuna, easyJet e WizzAir.
Due terzi delle emissioni sfuggono all’Ets
Questa crescita non viene frenata dal sistema europeo di scambio di quote di emissione, l’Eu Ets. Il meccanismo impone alle compagnie di pagare per la CO2 emessa, ma copre solo le rotte a corto raggio all’interno dello Spazio economico europeo. Restano fuori i voli a lungo raggio dei vettori tradizionali, cioè i più inquinanti in assoluto.
Ne deriva una distorsione. Una compagnia come Ryanair, con una rete concentrata dentro l’Europa, paga in media 50 euro per tonnellata di carbonio. Lufthansa, più orientata verso le tratte extra Ue, ne paga 20. E chi opera quasi solo su rotte extra-europee, come Emirates, non versa quasi nulla nei mercati del carbonio europei.
In Italia, dove i voli in partenza sono più concentrati su destinazioni nazionali o intra Ue, la quota che sfugge all’Ets supera di poco il 50%. Compagnie come Emirates, Delta Air Lines, United Airlines o American Airlines, che operano esclusivamente voli extra-europei, non hanno pagato un euro per le emissioni generate dai voli in partenza dall’Italia.
Lo stesso vale per le dieci rotte intercontinentali più inquinanti in partenza dall’Europa: da Londra-New York a Francoforte-Shanghai, sfuggono del tutto alla tariffazione del carbonio. La sola Londra-New York, la più inquinante in assoluto, ha generato quasi 1,4 milioni di tonnellate di CO2 nel 2025: quanto le emissioni aggregate delle prime dieci rotte intra Ue. Appena un aereo lascia lo Spazio economico europeo, l’Unione perde di fatto la possibilità di applicare la tariffazione. Quelle emissioni finiscono sotto Corsia, uno schema di compensazione molto più debole del mercato del carbonio europeo.
Estendere l’Ets a tutti i voli in partenza
Allargare il mercato del carbonio a tutti i voli in uscita, sostiene T&E, correggerebbe la distorsione e produrrebbe risorse pubbliche per la transizione. Nel 2025 il mercato del carbonio ha generato 4,1 miliardi di euro per gli Stati membri. Con l’estensione, l’Unione potrebbe raccoglierne quasi 17 miliardi l’anno entro il 2030. Una parte di questi proventi, secondo l’organizzazione, andrebbe destinata ai carburanti sostenibili per l’aviazione (Saf) e alla riduzione delle scie di condensazione, misure dai benefici climatici immediati.
«Il fatto che le emissioni dell’aviazione raggiungano un nuovo massimo storico è un segnale estremamente preoccupante», commenta Carlo Tritto, Sustainable Fuels Manager di T&E Italia. «Nel solo 2025 le compagnie aeree, grazie a scappatoie normative, hanno evitato oltre 8,5 miliardi di euro di costi legati alle loro emissioni». Estendere l’Eu Ets ai voli extra-Ue più inquinanti, aggiunge, permetterebbe di «smettere di sovvenzionare la dipendenza dai combustibili fossili e iniziare a investire nel futuro di un’aviazione sostenibile».
Sui prezzi dei biglietti pesa il petrolio, non l’Ets
Le pressioni del settore per indebolire o abolire il mercato del carbonio si stanno intensificando, anche alla luce della recente crisi in Iran. L’analisi di T&E però ribalta l’argomento: a spingere i prezzi dei biglietti non è la tariffazione del carbonio, ma la dipendenza dai combustibili fossili. Per i voli a lungo raggio, lo shock sul prezzo del petrolio aggiunge circa 90 euro a passeggero ai costi del carburante; il mandato Saf appena 3 euro, e i costi dell’Ets non si applicano. Per il corto raggio, la volatilità dei fossili pesa per circa 30 euro, le politiche climatiche per meno di 10. I biglietti rincarano per la dipendenza dell’Europa dal fossile, non per le misure pensate per superarla.




Nessun commento finora.