Sistema Ets: perché lasciare al mercato la lotta alle emissioni di CO2 è un errore

Il mercato Ets ha ridotto le emissioni industriali europee, ma affidargli la politica climatica ha limiti strutturali. Servono altri strumenti

Antonio Piemontese
© Mudit Agarwal/Unsplash
Antonio Piemontese
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Il mercato europeo della CO2 (il cosiddetto sistema Eu Ets) è finito al centro di un intenso dibattito in questi giorni. L’Italia, assieme a un gruppo di altri Paesi europei, propone di sospenderlo: la tesi è che pregiudica la competitività delle aziende continentali, soprattutto con l’aumento dei prezzi dell’energia seguito alla guerra in Iran scatenata da Trump e Nethanyahu.

Il sistema Ets sulle emissioni di CO2 non basta

Il dibattito è sempre positivo, ma, se non si presta attenzione, rischia di avere un effetto deteriore: quello di fare passi indietro. Parliamo, ricorda l’ex ministro dell’ambiente Edo Ronchi, di una politica che è stata in grado di ridurre di oltre il 50% le emissioni dei grandi impianti industriali europei.

Ma, per quanto importante, siamo sicuri che l’Ets basti? Tutt’altro. La crescita della popolazione mondiale, l’impatto delle nuove tecnologie (prendiamo l’intelligenza artificiale coi suoi consumi abnormi in termini energetici e di acqua) e l’aumento del tenore di vita di buona parte degli Stati impongono di prendere altre misure.   

Insomma, l’Ets è un punto di partenza, il pezzo di un quadro più ampio di tutela del clima, che comprende altre policy.

Politiche climatiche: gli altri strumenti oltre all’Ets

Esistono altri strumenti per lottare contro i cambiamenti climatici. La scelta su quali puntare è, ovviamente, essenzialmente politica, con i governi che non possono non tenere conto delle particolarità dei diversi Paesi e sistemi economici, oltreché di fattori contingenti.

I database che elencano le misure adottate non mancano. Per esempio, quello della IEA (l’Agenzia internazionale per l’energia). Aggiornato regolarmente a partire dal 1999, ai governi è chiesto di rivedere quanto contenuto nella lista almeno una volta all’anno.

Scorrendola ci si può fare un’idea di ciò che esecutivi e parlamenti stanno facendo, concretamente, a livello globale per contrastare la crisi climatica. Dal piano di investimento nelle ferrovie del Marocco tra il 2025 e il 2030 (politica, per il momento, solo annunciata) a quello di elettrificazione dei veicoli pesanti in Norvegia (2025-2036, già in essere); dalle aste per i sistemi di accumulo dell’energia (fondamentali per le rinnovabili) del Brasile al sostegno per un gasdotto in grado di trasportare idrogeno (Germania). Tutte tessere da inserire nell’ampio mosaico della transizione energetica ed economica globale.

En-Roads: il simulatore per valutare le politiche climatiche

C’è di più. Come abbiamo rilevato in altre occasioni su queste pagine, decisori e negoziatori non sono una manica di algidi funzionari in grigio, ma persone in carne e ossa. Che fanno tardi la sera sui testi negoziali, e sovente preferirebbero dedicarsi ad altro. Giovani e meno giovani impallidiscono di fronte ai tomi monstre della normativa climatica e delle sue basi scientifiche.

I numeri sono fondamentali, ma lo sforzo degli ultimi anni è (fortunatamente) quello di semplificare. Così, per esempio, corpus maestosi come il rapporto settennale dell’Ipcc (Intergovermental panel on climate change, la massima autorità internazionale per la scienza del clima) vengono sintetizzati nei pratici Summary for policymakers, che in poche decine di pagine condensano le conclusioni a uso dei politici (e dei giornalisti).

Esistono altri strumenti interessanti per rendere più semplice la comprensione delle politiche climatiche. Uno dei più noti si chiama En-Roads. Si tratta di un simulatore di politiche climatiche sviluppato dall’organizzazione non profit Climate Interactive assieme alla Sloan Sustainability Initiative del Massachussetts Institute of Technology.

Usandolo, in pochi istanti è possibile verificare gli effetti di un ampio ventaglio di interventi: dall’aumento (o diminuzione) dei sussidi alle fonti fossili agli incentivi sul nucleare passando per la lotta alla deforestazione e la rimozione della CO2 dall’atmosfera.

Spostando gli indicatori, i grafici mostrano immediatamente la variazione del riscaldamento globale al 2100 in funzione di ciascuna modifica alle politiche adottate. Interessante notare che anche EnRoads rende evidente come la tassazione della CO2 sia uno strumento utile per ottenere una rapida riduzione della corsa al rialzo delle temperature. Il simulatore, però, mostra chiaramente un’altra verità: nessun intervento, da solo, basta.

Butera: «Il mercato Ets non considera il costo sociale della CO2»

«Il problema dell’Ets è che si tratta di un meccanismo al ribasso che risponde alla necessità di fare in modo che chi produce il danno paghi», spiega a Valori.it Federico Maria Butera, professore emerito al Politecnico di Milano dove per molti anni ha insegnato Fisica tecnica ambientale e autore di alcuni pregevoli volumi divulgativi.

«Il problema è che il mercato non è capace di autoregolarsi da un punto di vista che non sia meramente economico, e in particolare non tiene con del costo sociale delle emissioni». L’Environmental protection agency americana, aggiunge Butera, «ha fatto i conti: prendendo in considerazione anche questi aspetti il prezzo della singola tonnellata di CO2 nel mercato dovrebbe essere di circa 255 dollari». Al momento in cui scriviamo, in Europa è di circa 99 dollari, in California circa 31. In Cina poco più di 10.

Il prezzo reale della tonnellata di CO2: 255 dollari, non 99

«Ma ho letto altre stime che assegnano un prezzo fino a mille dollari», prosegue il docente. «Questo significa che il mercato creato con l’Ets è al ribasso». La soluzione, secondo Butera, potrebbe essere quella di «fissare politicamente il prezzo delle emissioni di biossido di carbonio», senza lasciare il compito alla mano invisibile di Adam Smith, «imponendo delle soglie sotto cui non scendere. È uno sforzo che i Paesi poveri non possono fare, ma l’Unione europea, che è potente, sì».

«Certo – precisa il fisico – questa politica va accompagnata da altri strumenti come il Cbam (Eu Carbon border adjustment mechanism), per prevenire delocalizzazioni». La normativa entrata in vigore in maniera definitiva a gennaio 2026 dopo una fase di studio colpisce le importazioni di prodotti a più alta intensità di CO2 provenienti da Paesi extra Ue. L’idea è, anche qui, quella di usare gli incentivi economici per corroborare la politica ambientale: il fine è garantire che non vengano vanificati e aggirati gli sforzi di riduzione di Bruxelles.

«Era questo lo spirito che gli architetti del Green Deal probabilmente avevano in mente». Ma i tempi sono cambiati. Altre sono le priorità, mentre le notizie sui disastri del clima peggiorano di mese in mese. «Dall’ultima edizione a oggi la fisica alla base dei miei libri è chiaramente rimasta la stessa», riflette Butera. «Va solo aggiornato il fatto che nel frattempo abbiamo superato un paio di limiti planetari in più…».


Fumo negli occhi è la rubrica di Valori.it che racconta le scorciatoie climatiche: tecnologie e narrazioni che rassicurano, mentre spostano in avanti le scelte che contano.

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