Riforma dell’Ets: perché l’Italia vuole sospendere il mercato delle emissioni di CO2
Il governo italiano vuole sospendere l'Ets, il sistema europeo di scambio dei crediti CO2. Per gli scienziati è un errore costoso
È possibile coniugare la crescita costante necessaria a sostenere l’economia sociale di mercato europea – un modello che distingue il continente nel panorama internazionale – con la lotta ai cambiamenti climatici? La domanda torna ciclicamente d’attualità. È stato così anche recentemente, date le dichiarazioni del governo italiano (e non solo), propenso a “sospendere” il sistema europeo della vendita dei carbon credit, il cosiddetto Ets.
La questione è, ovviamente, complessa. Quello che è certo è che – sempre più – politiche sul clima ed economia sono indissolubilmente legate tra loro. E pretendere di capire le prime senza guardare alla seconda è esercizio sempre più sterile. Vediamo.
«Il sistema Ets dell’Unione europea è un’ulteriore tassa a carico delle imprese, che incide sui costi e ne limita la competitività», ha affermato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. «Chiederemo alla Commissione europea la sospensione fino a una sua profonda revisione che intervenga sui parametri di riferimento delle emissioni e sui meccanismi di assegnazione delle quote, incluso il rinvio della graduale eliminazione delle quote gratuite». La dichiarazione è arrivata nel corso della riunione dei Paesi “Friends of Industry” che si è svolta a Bruxelles il 25 febbraio. Tra i partecipanti, Francia, Germania, Spagna, Polonia e Repubblica Ceca.
150 scienziati contro il governo: «Sospendere l’Ets è un errore»
Affermazioni che hanno messo in allarme gli ambienti della scienza climatica, preoccupati per le conseguenze di un arretramento. «Smontare uno degli strumenti cardine delle politiche continentali sul clima è miope», rileva a Valori.it Stefano Caserini, professore associato all’università di Parma, da anni divulgatore e oggi tra i primi firmatari di una lettera aperta siglata da 150 esperti. Assieme a lui, altri nomi noti dell’ambiente accademico come il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi e l’economista Carlo Carraro.
Nel testo, gli scienziati esprimono «profonda proccupazione per il modo in cui il governo italiano sta affrontando la crisi climatica, in particolare per le recenti prese di posizione volte a indebolire i principali strumenti della politica climatica europea».
«Presentare la contrapposizione alle politiche di decarbonizzazione come tutela delle imprese o delle famiglie italiane non è una giustificazione, ma un ulteriore motivo di preoccupazione», si legge ancora nel testo. «Da anni innovazione e competitività sono indissolubilmente legate alla transizione energetica: ostacolarla espone il sistema produttivo a rischi tecnologici, industriali e finanziari crescenti e rende il Paese subalterno alle componenti meno innovative dell’industria. Anche minori costi dell’energia e una maggiore sicurezza energetica sono ottenibili attraverso una transizione più rapida verso le energie rinnovabili».
Una bocciatura, dunque. Ma cos’è l’Emissions trading system? E quali sono le ragioni dell’esecutivo? Proviamo a capirlo, partendo dall’inizio.
Come funziona l’Ets, il mercato europeo delle emissioni di CO2
Lo Eu Emissions trading system (Eu Ets) «è uno dei pilastri della politica climatica continentale, creato con una direttiva del 2003», spiega Caserini. Per descrivere questo tipo di strategie si parla anche di cap and trade, che si può liberamente tradurre con tetto (fisso) e commercio.
In sostanza si fissa un limite di emissioni relativo a uno specifico agente inquinante e a una certa area geografica, e si applica il principio “chi inquina paga” dell’economia ambientale. Obbligando chi lo fa a comprare crediti ambientali in misura sufficiente a coprire le proprie emissioni: delle sorte di “diritti ad inquinare”.
La policy riguarda i grandi impianti industriali con enormi emissioni puntuali. Il tetto-limite, nelle previsioni del legislatore, andrà ad abbassarsi gradualmente negli anni, fino ad azzerarsi. Questo approccio si contrappone a quello dell’economia neoclassica, che considera l’inquinamento come “esternalità negativa” della crescita. Un male necessario, in altre parole. Un po’ come i “danni collaterali” dei bombardamenti, espressione che di solito identifica le vittime civili.
L’Eu Ets e le politiche affini (applicate in diversi Paesi e territori del globo) cercano di sfruttare i meccanismi che regolano il mercato a vantaggio della sostenibilità ambientale: i consigli di amministrazione si trovano, così, a scambiare la riduzione delle emissioni (che richiede modifiche ai sistemi produttivi e, quasi sempre, investimenti) con un risparmio economico concreto che può essere messo a bilancio e inserito in una pianificazione pluriennale.
Il prezzo delle quote CO2 in Europa: oscillazioni e critiche
Insomma, aggiornare le modalità produttive diventa conveniente. Lo schema ha dato origine a una sorta di Borsa dove si incontrano domanda e offerta di crediti: oggi, in Europa, ogni tonnellata di CO2 emessa costa circa 84 euro. Ma non è sempre stato così: le oscillazioni possono essere anche ampie, e proprio la volatilità dei prezzi – che inserisce un’altra variabile nel già complesso mercato di energia e materie prime – è una delle principali critiche a questo approccio.
Un semplice sguardo al grafico dell’andamento dei prezzi consente di rendersi conto di quanto sopra, e di tentare alcune osservazioni.

La prima è, evidentemente, è che il prezzo della singola tonnellata di anidride carbonica emessa è cresciuto parecchio in Europa nel corso degli anni, soprattutto dopo il 2020: era attorno ai quindici euro nei primi anni Dieci.
La seconda è che le oscillazioni in Europa sono state più ampie, e nel continente si paga molto di più che altrove: in Nuova Zelanda e California siamo sotto all’equivalente di 30 euro, in Corea del Sud e Cina non si arriva a 10 euro. La differenza si può spiegare con l’approccio più ambizioso dell’Unione europea sulle emissioni, e con la volontà continentale di porsi all’avanguardia globale sui temi della sostenibilità. Una visione che viene da lontano, rinforzata con il Green Deal e il Repower Eu, entrambi arrivati a cavallo della pandemia, in un momento in cui l’entusiasmo per la questione climatica garantiva un mandato tutto sommato forte da parte degli elettori. Ma non è più così, come noto.
Cos’è il Cbam e come si collega all’Ets
Per evitare un dumping ambientale (cioè la delocalizzazione delle produzioni inquinanti, opzione sempre sul tavolo delle aziende quando i costi aumentano) Bruxelles nel 2023 ha messo a punto un altro meccanismo, il cosiddetto Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism): si tratta anche in questo caso di una contromisura nota, e che colpisce le importazioni di prodotti a più alta intensità di CO2 provenienti da Paesi extra Ue. L’idea è, anche qui, di usare gli incentivi economici per corroborare la politica ambientale: il fine è garantire che non vengano vanificati e aggirati gli sforzi di riduzione di Bruxelles.
Il Cbam (entrato in funzione in maniera definitiva il primo gennaio 2026 dopo una fase transitoria biennale di raccolta di informazioni) è tutt’altro che secondario. Recentemente è stato al centro di molti dei ragionamenti di Pechino all’ultima Cop30 di Belém: la Cina, infatti, vede la misura come una sorta di protezionismo mascherato, a danno delle proprie esportazioni. Un protezionismo, per giunta, nobilitato dal fine ambientale, che ne maschererebbe le reali intenzioni.
Ets e geopolitica: la partita tra Europa e Cina sulle emissioni di CO2
Un duello a sportellate, quello degli orientali ai tavoli negoziali: il Paese è, infatti, già colpito dai dazi del presidente americano Donald Trump, propenso a usare l’economia come arma di lotta geopolitica. Si capisce come difficilmente l’esecutivo asiatico potesse ignorare la questione, dal momento che il Paese vive di esportazioni ed è particolarmente sensibile, per questo motivo, alle misure dei clienti. Va aggiunto che l’ingresso della Cina nel Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio) del 2001 presuppone proprio un accesso meno gravoso ai mercati esteri.
Pechino ha, dalla sua, un’altra arma: come visto, si è dotata anch’essa di un sistema simile di cap and trade. Simile, appunto, ma meno gravoso per le imprese. Una mossa in qualche modo necessaria per sostenere la posizione del Dragone ai tavoli negoziali. In questa partita a scacchi di cui poco si legge nelle cronache sul clima, è impensabile trovare lo spazio per concessioni su accordi ambiziosi e di ampia portata che superino l’Accordo di Parigi – che ormai ha quindici anni –. Il clima gode di una posizione ancillare in seno agli esecutivi, e le politiche che lo riguardano non possono – a nessuna latitudine – confliggere con la competitività di un Paese. A meno che siano collettive. La soluzione del rebus richiede tempo.
Ets: dove vanno i proventi del mercato delle quote CO2
Torniamo all’Ets. Le origini del mercato dei carbon credit sono tutt’altro che recenti. «Il sistema degli scambi è nato negli anni Settanta e Ottanta e ha dimostrato di funzionare. È stato applicato anche per l’anidride solforosa negli Stati Uniti, e si è visto che è più efficiente di una carbon tax, che peraltro soffre del difetto congenito di chiamarsi “tassa”, con tutto il portato retorico di contrarietà che il vocabolo trascina con sé».
Al contrario del sistema cap and trade, «la carbon tax è una tassa fissa, che non garantisce il risultato ambientale», sintetizza Caserini. Ma dove vanno i proventi economici del mercato delle emissioni? Dovrebbero essere reinvestititi, spiega l’esperto, per aiutare i consumatori più colpiti dalla crisi climatica – l’Italia, sottolinea la missiva dei 150 scienziati, è tra i Paesi più esposti – , per creare lavori verdi e, in generale, per conseguire obiettivi sociali e di governance Esg.
Il governo Meloni vuole sospendere l’Ets: ma con cosa lo sostituisce?
«Se salta il meccanismo di scambio dell’Ets, viene meno il target di emissioni vincolanti per le imprese», dice Caserini. «In questo momento abbiamo un tetto limite. Rimuovendolo, si determineranno ovviamente emissioni aggiuntive rispetto a quelle attuali». Il sogno è «arrivare a una situazione in cui le aziende potrebbero non avere più bisogno della CO2 per la produzione».
«Ma l’esecutivo Meloni si è pronunciato con diverse dichiarazioni sul fatto che bisogna sospendere l’Ets, senza dire chiaramente con cosa intende sostituirlo. Strano, dal momento che, a parole, ha sottoscritto l’obiettivo climatico europeo al 2040. Ma se si vuole raggiungere in 15 anni una riduzione dell’80% delle emissioni, è necessario spiegare chiaramente come si intende farlo».
«Quella del governo, insomma, mi sembra una posizione ambigua: la presidente Giorgia Meloni alle Cop fa dichiarazioni sul futuro dei giovani pensando a sua figlia, dice di avere a cuore i cambiamenti climatici. Ma poi, alla prova dei fatti, non fa i compiti a casa. Mi ricorda le posizioni del movimento Maga americano, che contesta l’esistenza del riscaldamento globale. Ma almeno negli Stati Uniti i negazionisti lo dicono apertamente. Meloni, invece, no. Ha forse cambiato idea? Ritiene che non si debba fare una politica europea sul clima?», chiede Caserini.
Italia e Francia sull’Ets: vogliono cambiarlo, ma non allo stesso modo
In realtà, il ministro Urso ha fatto alcune precisazioni. Le revisione dell’Emission trading system europeo, secondo il politico, dovrà introdurre un meccanismo «stabile di sostegno per le imprese esportatrici, non ancora compiutamente definito nella riforma del Cbam». Nel confronto tra i ministri dell’Industria, evidenzia poi una nota diffusa nei giorni scorsi e riportata dall’agenzia di stampa Ansa, Urso ha posto l’accento sulla competitività industriale e sulla necessaria coerenza tra revisione del meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere e riforma dell’Ets.
Roma non è sola sul Continente. Anche la Francia, per esempio, ha preso posizione, seppur in maniera più sfumata. Sull’Ets «credo che sia necessario essere prudenti», ha dichiarato il ministro francese dell’Industria, Sébastien Martin. Lo schema «ha senza dubbio una serie di punti che meritano di essere ridiscussi. In particolare, va messo in parallelo con la tassa sul carbonio alle frontiere, che deve essere più completa». Martin ha, però, precisato che «da qui a far saltare tutto, non è la posizione della Francia».
Riformare l’Ets sì, ma con uno sguardo laico ai costi e ai benefici
In politica e nelle negoziazioni spesso si spara alto per ottenere meno. Fare sintesi nella girandola di dichiarazioni incrociate, però, non è facile. Abbassare i toni può aiutare. Anche Caserini è d’accordo sul fatto che sia necessario modificare qualcosa nell’Eu Ets. «Se si vuole avviare una discussione su come renderlo più efficiente, il cosiddetto fine tuning, ovvero i dettagli, e lo si vuole fare con sguardo laico, si può fare», afferma.
Chiediamo: cosa intende per “sguardo laico”? «Significa fare conti con i costi e i benefici complessivi delle politiche sul clima. L’esecutivo di Roma parla di costi per l’industria, ma non conteggia i benefici di una maggiore efficienza del sistema industriale preso nel suo complesso, i danni dei cambiamenti climatici che Stato ed enti locali si trovano a dover pagare, e l’effetto positivo dei nuovi posti di lavoro green che si verrebbero a creare se si facesse davvero la transizione».
Senza politiche aggiuntive sull’Ets, gli obiettivi dell’Accordo di Parigi restano irraggiungibili
Il problema, sostiene il docente, è non spacchettare le questioni (magari per contentare la base elettorale), ma «guardare alle strategie complessive. Bisogna rendersi conto che una politica sul clima è indispensabile. Non si può pensare che l’Europa segua l’esempio degli Stati Uniti: quello federale, peraltro, perché le amministrazioni locali, in realtà contestano spesso Washington nei tribunali». Persino la Cina, il più grande emettitore di CO2 del mondo, «non è più la stessa di 10-15 anni fa», sostiene l’esperto. «Ora è un attore mondiale della decarbonizzazione». «Non è più vero che siamo gli unici al mondo».
Certo, i recenti avvenimenti geopolitici – almeno dalla guerra in Ucraina – hanno cambiato lo scenario in cui gli esecutivi si trovano a muoversi. «Esiste di certo un calo di attenzione ai cambiamenti climatici da parte dell’elettorato», annota Caserini, cui si sommano «le campagne di disinformazione che arrivano da oltreoceano, e quelle di due o tre giornali italiani. In generale, noto un’arretratezza del nostro sistema informativo». L’esperto sottolinea come il mondo sia ancora lontano dalla traiettoria dell’accordo di Parigi firmato nel 2015, e che mirava a contenere il riscaldamento globale «ben al di sotto» dei due gradi rispetto ai livelli preindustriali per evitare conseguenze catastrofiche. «E senza politiche aggiuntive non lo raggiungeremo».
L’Onu approva i primi carbon credit dell’Accordo di Parigi: un segnale
E poi c’è l’Onu, il cui ruolo è eroso quotidianamente dalle azioni unilaterali, ma che resta l’unico appiglio in un mondo in preda al caos. Nei giorni scorsi, le Nazioni Unite hanno approvato la prima emissione di carbon credit sotto l’Accordo di Parigi del 2015. Un segnale piccolo, ma preso con ottimismo dagli ambientalisti.
Il progetto in questione riguarda la cucina sostenibile in Myanmar: alla popolazione sono stati distribuiti fornelli più ecologici, a emissioni ridotte. Un problema non da poco, quello della preparazione dei pasti: l’inquinamento dovuto ai metodi di cottura tradizionali è difficile da comprendere nel mondo occidentale dove la tecnologia, anche in questo caso, è avanzata, ma è rilevante a livello globale: secondo l’inviato Onu per il clima Simone Stiell, «oltre due miliardi di persone a livello globale non hanno ancora accesso al clean cooking». Insomma, cucinano ancora con stufe alimentate a carbone o simili, senza sistemi di filtraggio.
La riduzione delle emissioni dovuta al progetto è stata certificata dall’Onu e ha generato crediti, che sono stati poi venduti a un’azienda coreana, che in questo modo potrà compensare le proprie emissioni in eccesso. I proventi della vendita potranno essere utilizzati per progetti green. La battaglia per il clima è più aperta che mai.



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