Opl245: alle fasi finali il processo del secolo contro Eni e Shell

Sta per concludersi il processo per la presunta maxi tangente pagata da Eni e Shell per acquisire il blocco petrolifero in Nigeria

Il palazzo Eni a Roma (foto Re:Common)

Dopo due anni e 60 udienze, il processo del secolo sulla presunta maxi tangente di 1,1 miliardi di dollari pagata da Eni e Shell per acquisire nel lontano 2011 l’ambito blocco petrolifero Opl245 nelle acque di fronte alla Nigeria è finalmente entrato nella fase delle conclusioni.

Trascorsa una lunga pausa per la pandemia del Covid, al tribunale di Milano l’estate è stata contraddistinta dagli interventi della pubblica accusa e dell’unica parte civile riconosciuta dai giudici Tremolada-Gallina-Carboni, ossia la Repubblica della Nigeria. Ora è il momento delle difese, anche se c’è il rischio di un nuovo stop per la seconda ondata del coronavirus.

Tutte le tappe della licenza OPL245 in Nigeria ENI
Tutte le tappe della licenza OPL245 in Nigeria che vede coinvolte ENI e SHELL.

Eni si difende, sul suo sito internet

Ad oggi hanno reso le loro conclusioni i legali di Armanna, Scaroni e Descalzi. Gli ultimi due di fatto hanno già dato la linea a tutte le difese in ambito Eni, preannunciata in un fact-checking pubblicato dalla stessa società sul suo sito web a inizio luglio e a cui Re:Common e le organizzazioni partner – dal cui esposto del 2013 è partita l’inchiesta che ha poi portato al processo a Milano – hanno risposto in punta di diritto.

Eni dà la sua versione su come abbia operato nel rispetto delle leggi

Le pesanti richieste di condanna

In due udienze nel caldo mese di luglio nell’aula bunker del carcere di San Vittore, grande abbastanza da garantire il distanziamento sociale, i pubblici ministeri Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro avevano presentato la loro requisitoria su un caso complesso, ma quanto mai decisivo per le sorti dell’attuale dirigenza dell’Eni, da pochi mesi confermata dal governo Conte.

Le richieste di condanna sono state pesanti: 8 anni per l’attuale ad di Eni, Claudio Descalzi, e il suo predecessore, Paolo Scaroni, attuale presidente del Milan e vicepresidente di Rothschild in Italia; 6 anni e 8 mesi al faccendiere Luigi Bisignani, pluripregiudicato con 2 anni e mezzo di condanna per la maxi-tengente Enimont ai tempi di Mani Pulite, e i 19 mesi patteggiati nel 2011 a Napoli per associazione e delinquere, favoreggiamento e rivelazione di segreto nel processo sulla P4; 7 anni e 4 mesi per l’ex numero tre della Shell, Malcolm Brinded; 10 anni all’ex ministro del Petrolio nigeriano Dan Etete, che si auto-assegnò la licenza nel 1998 quando era al governo nella dittatura di Abacha, già condannato in Francia per riciclaggio dei proventi dell’affaire Hulliburton/Bonny Island – per cui Eni ha patteggiato negli Usa nel 2010; 7 anni e 4 mesi all’allora capo delle esplorazioni Eni, Roberto Casula; 6 anni e 8 mesi a Ciro Pagano, ex managing director di Nae, una delle due società controllare da Eni in Nigeria, e all’ex dirigente nell’area del Sahara, Vincenzo Armanna, diventato da imputato a grande accusatorie di Descalzi; 6 anni all’imprenditore Gianfranco Falcioni, già vice console onorario in Nigeria, e a Ednan Agaev, ex ambasciatore russo in Colombia, mediatore per Shell; 6 anni e 8 mesi ai dirigenti di Shell, Peter Robinson, Guy Colgate e John Coplestone. Per le due major petrolifere c’è la richiesta di confisca di 1 miliardo e 92 milioni di dollari e 900mila euro di sanzione pecuniaria. Ulteriori un miliardo e 92 milioni di dollari sarebbero da confiscare ai singoli imputati.

E le richieste della Nigeria

Non è stato da meno l’avvocato Lucio Lucia, che rappresenta la Nigeria come parte civile, che aveva citato per responsabilità civile le due società. Lucia si è accodato alla pubblica accusa meneghina, confermando le richiesta di confisca per i singoli imputati e aggiungendo i presunti danni materiali e morali ricevuti: come minimo un altro miliardo e 92 milioni di dollari – il presunto valore della maxi-tangente pagata – riservandosi, in caso di condanna, di avocare a un giudice civile per la quantificazione complessiva, che in dibattimento i consulenti tecnici del Paese africano hanno stimato in almeno 3,5 miliardi di dollari.

Non proprio uno scherzo per il cane a sei zampe, quest’anno già provato dal tonfo del prezzo del greggio in seguito all’emergenza Covid, al punto che sono a rischio i dividendi dell’intero anno.

Nigeria: la nazione più inquinata del mondo (un video di Re:Common)

5,8 miliardi di danni per la Nigeria

La tesi della Nigeria, presunta vittima di Eni, Shell e dei loro sodali, è stata quanto mai lineare. Ben 1,1 miliardi sono stati pagati per ottenere tre benefici smisurati ai danni del popolo nigeriano; non c’è stata gara per la riassegnazione della licenza e il valore del bonus di firma da versare non è stato aggiornato da quando nel 2002 Shell lo pagò per la prima volta vincendo una gara; quindi le società petrolifere hanno strappato un ottimo prezzo, troppo al di sotto del valore di mercato del blocco Opl245; soprattutto sono riuscite a ottenere delle condizioni fiscali particolarmente vantaggiose, se non uniche, contro l’obiezione delle entità tecniche dello stesso ministero del petrolio. Per gli esperti ingaggiati da Re:Common, i vantaggi potrebbero essere valsi fino a 5,8 miliardi di dollari sottratti alle casse languenti della Nigeria. Per altro proprio a settembre è iniziato al tribunale di Abuja il procedimento penale, diviso in tre tronconi, contro le due società, i loro manager locali e alcuni faccendieri e politici nigeriani, a partire dall’ex ministro della Giustizia, Adoke Bello, estradato da Dubai ad inizio anno e ora ai domiciliari.

Dove sono finite le tangenti?

Tornando a Milano, per i pm una parte dei soldi della tangente sarebbe stata tracciata fino a tre pubblici ufficiali, grazie all’indagine che ha coinvolto anche l’FBI e le controparti nigeriane in una cooperazione internazionale senza precedenti: 10 milioni di dollari all’ex ministro della Giustizia Bayo Ojo, che nel 2006 tolse alla Shell la licenza Opl245 per ridarla alla Malabu Oil&Gas di Etete; meno di 1 milione di sterline sequestrato a Londra a un assistente del senatore nigeriano Umar Bature; e quindi versamenti per circa un milione di dollari sul conto bancario del ministro Adoke Bello per ripagare un mutuo con cui questi aveva preliminarmente acquistato una proprietà da una società di intermediazione di “mister corruption” nigeriano, ossia il sempreverde Aliyu Abubakar, per cui a Milano ci sarà un procedimento penale separato.

In realtà la Procura ha riportato scambi di e-mail tra i manager di Shell in cui apertamente si ammetteva che il grosso dei soldi – fino a 523 milioni di dollari – sarebbe finito agli esponenti apicali dell’amministrazione Jonathan, presidente che in passato era stato insegnante privato del figlio di Etete. L’ex manager Eni Vincenzo Armanna ha menzionato anche testimoni che gli avrebbero riferito di borse piene di decine di milioni di contanti transitate nella villa presidenziale per poi essere retrocesse anche ai manager italiani. Ma, chiamato a testimonare a Milano, il superpoliziotto nigeriano Isaac Eke, alias “Victor”, inaspettatamente non ha confermato quanto scritto precedentemente ai pm, finendo così sotto indagine per falsa testimonianza.

Giri di denaro gestiti da Eni e Shell

Per questi presunti giri di soldi Eni e Shell avrebbero utilizzato due intermediari, Emeka Obi ed Ednan Agaev, entrambi consulenti di Etete; il primo già condannato con rito abbreviato sempre a Milano a quattro anni di reclusione e alla confisca di 110 milioni di dollari insieme al suo sodale Gianluca Dinardo e ora in attesa di appello. Dopo un primo tentativo fallito di trattare direttamente con la Malabu di Etete, come suggerito da Bisignani a Scaroni, dopo il monito di alcune società di intelligence Eni e Shell preferiscono “schermarsi” dall’ex ministro nigeriano già pregiudicato usando il governo della Nigeria come mediatore sicuro nell’affare. A questo arriverà il pagamento di 1,1 miliardi su un conto fiduciario aperto per l’occasione alla JP Morgan di Londra, che poi sarò girato alla Malabu. Eni e Shell si sono sempre difese dicendo prima di non sapere con certezza che Etete si celasse dietro la Malabu e sostenendo che loro avevano pagato il governo e non erano responsabili per l’uso dei soldi da parte di Etete e compari. In realtà trattare con Etete era diventato a tal punto un problema che un “asse delle spie” di servizi segreti di ben quattro paesi era sceso in campo: Coppleston e Colegate, due MI6 del servizio della Regina inglese, l’italiano Armanna, il russo Agaev e il capo dell’intelligence nigeriana, il generale Aliyu Gusau.

La maggior parte delle prove riguardano Shell

La pubblica accusa ha ammesso che gran parte delle prove riguardano la Shell, dopo la perquisizione senza precedenti avvenuta nel febbrario 2016 alla sede centrale dell’Aja della multinazionale olandese. Migliaia di pagine di e-mail tra i manager di Shell, “lo specchio olandese” in cui secondo la pubblica accusa si rifletteva la presunta condotta illecita di Eni. Uno schema negoziale gestito ai più alti livelli dall’Olanda, con il pieno coinvolgimento del vertice di Eni: nel febbraio 2010 Descalzi incontrò Etete a Milano, quindi nel maggio 2010 avrebbe incontrato il Presidente Jonathan, sua vecchia conoscenza – incontro negato con fermezza dalla difesa dell’ad di Eni, l’avvocato Paola Severino.

La difesa di Descalzi

L’ex ministro della Giustizia del governo Monti ha cercato di smontare con forza la tesi dell’accusa, sostenendo che gli scambi tra Descalzi e i vertici di Shell non erano complici, ma dialettici, prendendo così quasi le distanze dalla condotta della società olandese. La presunta “formula della corruzione”, brandita dall’accusa e ritrovata in alcune carte, sarebbe stata solo un accordo su quanto pagare l’agente di Etete, Emeka Obi. Questo poi non prese nulla, perché estromesso dall’affare una volta subentrato il governo nigeriano, e fece addirittura causa a Londra alla Malabu chiedendo ben 215 milioni di dollari come parcella. Rimane singolare, in ogni caso, che ad inizio 2010 Eni abbia sottoscritto un accordo esclusivo con l’ignoto presunto rappresentante di Etete, accettando una pesante clausola di confidenzialità.

Quella di Scaroni…

Ancora più duro della Severino l’avvocato Enrico de Castiglioni in difesa di Scaroni, secondo il quale la Procura meneghina è stata “in fuga dal dovere di indicare le prove”: non chiara l’individuazione dell’accordo corruttivo e il ruolo svolto da Scaroni al proposito, la stessa tesi che ha portato alla sorprendente assoluzione alla corte di appello a Milano di Eni e dello stesso Scaroni nel processo Algeria per corruzione internazionale, sentenza oggi impugnata dalla Procura in Cassazione. Bisignani, vicino a Scaroni, alla fine non avrebbe ricevuto nulla, anche se aveva ammesso di aspettarsi dei “riconoscimenti”.

… e di Armanna

Infine la figura poliedrica di Vincenzo Armanna, che ha cambiato la sua posizione ripetutamente nel corso dell’indagine e del processo, è stato terreno acceso di scontro tra accusa e le difese: per il Pm De Pasquale Armanna, nonostante le sue incongruenze, è ancora credibile, così come è credibile il presunto tentativo dei manager di Eni, facilitato dall’avvocato esterno della società Piero Amara, di convincerlo ad addolcire la sua posizione nei confronti di Descalzi. È stato anche rinvenuto un video di un incontro tra Armanna ad Amara avvenuto due anni prima e riguardante altri affari di Eni in Nigeria, poi accettato come prova del processo. Ma il tribunale alla fine non ha accettato di ascoltare come testimone Amara, nonostante le sue illazioni sui pedinamenti e controlli da parte di Eni addirittura sull’operato degli stessi Pm a Milano. Un tentativo di inquinare il processo e le prove, rispedito con nettezza al mittente da Paola Severino, che ha definito Armanna un agente dei “servizi di informazione deviati”. Sarà un’indagine parallela in corso sempre in Procura a Milano a portare chiarezza anche sul presunto finto complotto ordito da manager e collaboratori di Eni, tra cui lo stesso Amara – che ha già patteggiato – per depistare senza successo l’indagine sull’Opl245.

Verso il finale a gennaio

Il processo dovrebbe riaggiornarsi il 9 novembre, Covid permettendo, in una sala allestita alla Fiera Milano City. Sarà il turno della difesa di Roberto Casula e degli altri manager o soggetti di area Eni. Seguiranno i manager di Shell, che avranno il vantaggio di chiudere le conclusioni. Infine toccherà ai legali della due società e poi alla breve replica dell’accusa. Con una tabella di marcia serrata a gennaio dovrebbero finire le udienze e dopo qualche settimana arriverebbe la sentenza di primo grado. Come il presidente del collegio giudicante, Marco Tremolada, ha più volte ammonito, “non abbiamo mica solo il processo Nigeria da seguire in questo tribunale”.

L’autore dell’articolo è Antonio Tricarico di Re:Common

La risposta di Eni

La redazione di Valori.it ha ricevuto e pubblica integralmente la seguente replica da parte di Eni Spa:

Premesso che Eni e il suo management si dichiarano completamente estranei rispetto alle condotte illecite ipotizzate dal Pubblico Ministero e  che l’azienda confida che il Tribunale di Milano possa fare finalmente chiarezza sulla correttezza del loro operato, teniamo a precisare quanto segue:

1) nel 2011 BayoOjo, con il quale Eni non ha mai avuto alcun rapporto, non era più pubblico ufficiale da almeno 4 anni. Come invece scoperto dalla Guardia di Finanza nel 2012, fu Vincenzo Armanna, rispetto al quale Tricarico ventila una certa credibilità, a ricevere da Bayo Ojo un bonifico da quasi un milione di dollari;

2) il Senatore nigeriano Umar Bature, citato nell’articolo tra i pubblici ufficiali che avrebbero ricevuto il denaro dell’Opl245,  non ha avuto alcun ruolo nell’operazione, né è mai stato individuato in questo senso dalla polizia londinese, né dal DoJ americano, né dalla Procura della Repubblica di Milano;

3) le motivazioni della sentenza relativa a Obi e Di Nardo sono gli esiti di un processo abbreviato che, come stabilito dal diritto, in nessun modo possono essere utilizzate un processo ordinario, peraltro caratterizzato nella fattispecie da innumerevoli prove e testimonianze mancanti nel rito abbreviato: nessuna delle prove emerse nel dibattimento sostiene le tesi dell’accusa.

Infine, lo sconcerto aumenta ulteriormente quanto si legge quanto riportato da Tricarico in merito al video che vede protagonista Vincenzo Armanna: in quel documento, infatti, che è del 28 luglio 2014, non si vede alcun tentativo da parte dei vertici Eni di addolcire la posizione di Armanna, come sostiene Tricarico, ma si vede inequivocabilmente Armanna che, insieme a Piero Amara e ad altri individui (non erano naturalmente presenti rappresentanti Eni), promette, per tornaconto economico personale proprio e di Amara, di utilizzare a livello giudiziario la vicenda Opl245 per colpire i vertici Eni facendo giungere loro avvisi di garanzia. Armanna annuncia il 28 luglio 2014 la propria comparizione alla Procura di Milano, di lì a tre giorni, motivata dall’intenzione di far “piovere” avvisi di garanzia per sbarazzarsi così degli intralci ai propri affari nigeriani. E così, purtroppo, accadde: Armanna si reca in procura il 30 luglio 2014, rilascia dichiarazioni e il 31 luglio 2014 Paolo Scaroni e Claudio Descalzi vengono iscritti nel registro degli indagati. Il presunto “incontro” della Rinascente a Roma non c’entra assolutamente nulla con questo video e sarebbe avvenuto nel 2016: ma anch’esso è falso. Troviamo davvero incredibile quest’ultima manipolazione dei fatti da parte di Antonio Tricarico.

La controrisposta di Re:Common

Re:Common ha risposto alle osservazioni arrivate da Eni all’articolo di Antonio Tricarico. Ecco la missiva:

Sorprende lo sconcerto di Eni nel leggere un articolo che ha semplicemente riassunto quanto emerso nelle ultime udienze del processo Opl245 al Tribunale di Milano, dopo che altri media hanno ampiamente coperto gli eventi. Non vi è stata alcuna intenzione dell’autore né della testata di diffamare Eni o suoi impiegati.

Nel merito dei punti sollevati, facciamo osservare che:

1) Secondo la pubblica accusa, Bayo Ojo, che era Attorney General della Nigeria nel 2006 ed aveva allora sorprendentemente riassegnato la licenza Opl245 alla Malabu Oil & Gas di Dan Etete, avrebbe monetizzato tale favore ricevendo 10 milioni di dollari da quest’ultimo dopo la stipula degli accordi sul blocco nell’aprile del 2011. Ojo ha affermato al tribunale di Milano che la cifra fosse il pagamento di una consulenza legale fornita in passato ad Etete. L’autore non ha affatto affermato che Ojo abbia avuto relazioni dirette con Eni. Allo stesso tempo Ojo sarebbe stato coinvolto in qualche forma nell’affare Opl245 anche nel 2011. Infatti, secondo quanto dichiarato in tribunale dal testimone Stefano Piotti, citato dalla difesa di Gianfranco Falcioni, nel mese di aprile 2011 Ojo avrebbe effettuato, su mandato di Etete, una revisione della bozza di accordo per il trasferimento dei fondi pagati alla Malabu per l’Opl245 da un conto a Londra ad un conto della società Petrol Service presso la banca BSI in Svizzera. https://dirittopenaleuomo.org/wp-content/uploads/2019/11/P2019203499561_TRIBUNALE-DI-MILANO_30-10-2019_TREMOLADA_SCARONI-PAOLO-14_1351.18_54772.13firmato-2.pdf  pp. 10-12

2) L’autore non ha affermato in alcun modo che il senatore Umar Bature abbia avuto un ruolo nell’accordo Opl245. Ma secondo quanto dichiarato dalla polizia inglese e confermato dal fermo del senatore a Londra – che nel 2011 rivestiva una carica pubblica – nonché secondo quanto emerso dal tracciamento dei fondi della presunta tangente effettuato dall’FBI, sembrerebbe che Bature abbia ricevuto e gestito una parte di questi proventi dopo che sono stati trasferiti alla Malabu di Dan Etete, senza fornire una adeguata giustificazione. https://dirittopenaleuomo.org/wp-content/uploads/2019/07/P2018201821873_TRIBUNALE-DI-MILANO_03-10-2018_TREMOLADA_SCARONI-PAOLO-14_1351.18_54772.13firmato.pdf  pp.6-11

Per altro si fa notare che Bature avesse cercato di far arrivare più di trecentomila sterline in contanti a Jeffrey Tesler, che le ha rifiutate denunciando l’atto alla polizia inglese. Con questa “donazione” Bature, probabilmente a nome anche di Etete ed altri suoi sodali, voleva saldare un debito nei confronti di Tesler. Questi è stato un faccendiere chiave nell’affare Bonny Island sempre in Nigeria per cui la Snamprogetti, allora parte del gruppo Eni, ha commesso atti corruttivi da cui il patteggiamento dell’Eni con le autorità americane – e poi anche nigeriane – avvenuto nel 2010.https://shellandenitrial.org/wp-content/uploads/2018/07/snamprogetti-dpa.pdf. Dan Etete sarebbe stato tra i vari destinatari della tangente pagata per Bonny Island. Snamprogetti è stata condannata con sentenza passata in giudicato anche in Italia nel 2016 ma allora era diventata parte di Saipem, e quindi di una società diversa da Eni.

3) L’autore ha semplicemente riportato che Emeka Obi e Gianluca di Nardo hanno optato per il rito abbreviato e sono stati condannati in primo grado a 4 anni di reclusione e la confisca di 110 milioni di dollari, e sono in attesa del processo di appello. Da questa pacifica circostanza di fatto ricordata nell’articolo, Eni erroneamente deduce che l’autore intendeva affermare che quanto sancito dalla sentenza del giudice Giuseppina Barbara possa essere utilizzato nel processo ordinario che sta per concludersi.

4) L’autore non ha affatto preso posizione sulla credibilità delle affermazioni dell’imputato Armanna, ma ha semplicemente riportato la posizione della pubblica accusa nella sua requisitoria. Sarà ovviamente il tribunale di Milano a stabilire la credibilità delle affermazioni dell’imputato. L’autore ha in ogni caso riconosciuto l’esistenza di alcune incongruenze nelle deposizioni di Armanna e che questi ha cambiato la sua posizione ripetutamente nel corso dell’indagine e del processo.

Allo stesso tempo l’Eni ha invece ragione a riscontrare un errore su quanto riportato nell’articolo, ossia che  sia stato filmato l’incontro facilitato nel 2016 a Roma dall’avvocato Amara tra Armanna ed un manager di Eni, come testimoniato da Armanna in tribunale e negato da Eni. L’incontro, invece, che è stato filmato – per altro sembrerebbe all’insaputa di Armanna – e la cui registrazione è stata acquisita come prova dal tribunale, riguarda sempre Armanna e Amara ma è avvenuto nel 2014 e non vedeva la partecipazione di personale di Eni. https://dirittopenaleuomo.org/wp-content/uploads/2019/08/P2019203183758_TRIBUNALE-DI-MILANO_24-07-2019_TREMOLADA_SCARONI-PAOLO-14_1351.18_54772.13firmato.pdf(p.6)

La suddetta inaccuratezza non è stata dettata da alcun intento diffamatorio nei confronti di Eni. A riprova di ciò questo l’articolo ha avuto la seguente errata corrige accogliendo l’osservazione di Eni: “È stato anche rinvenuto un video di un incontro tra Armanna ad Amara avvenuto due anni prima e riguardante altri affari di Eni in Nigeria, poi accettato come prova del processo”. La testata e l’autore si scusano anche con i lettori per l’imprecisione nel testo originale, poi corretta.