Processo Opl245, Eni: l’insostenibile leggerezza dell’ex ministro

Processo maxitangente Eni, l’ex Guardasigilli nigeriano Ojo conosceva la posizione di Etete ma non ravvisò conflitti d’interesse. Tre anni dopo ottenne una superconsulenza

Di Matteo Cavallito

Al processo OPL 245 – che vede sul banco degli imputati Eni, Shell e altre 13 figure chiave, tra manager e intermediari – è il giorno di Christopher Adebayo Ojo. Tocca infatti all’ex ministro della Giustizia della Nigeria spiegare il suo ruolo nella complessa vicenda che ruota attorno alla presunta tangente miliardaria versata per l’acquisizione della ricca licenza petrolifera nel Paese.

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«Etete? Non vidi nessun conflitto di interesse»

Ojo entra in scena nel 2005 quando diventa attorney general del governo, incarico che ricoprirà per tre anni. È lui, nel 2006, a controfirmare l’accordo che restituisce alla Malabu Oil & Gas il controllo del giacimento OPL 245 che dal 2002 era gestito esclusivamente dalla Shell. Un’intesa sollecitata dal ministro del petrolio Dan Etete che però, come noto, è anche il proprietario effettivo della stessa Malabu. Lo ricorda il PM Sergio Spadaro ma nell’occasione la nonchalance dell’ex ministro è proverbiale.

Sapeva che Etete aveva un interesse nella compagnia? «Sì». Non pensò che l’assegnazione di OPL alla Malabu fosse illegittima? «No».

ex presidente Nigeria Goodluck Jonathan
L’ex presidente nigeriano, Goodluck Jonathan, sospettato di essere uno dei destinatari dei soldi incassati con la presunta tangente pagata da Eni e Shell per ottenere la licenza del giacimento OPL245

50 milioni per una consulenza senza successo

Colpisce più volte la leggerezza delle risposte, l’assoluta imperturbabilità con cui Ojo confermerà di qui in avanti particolari per certi versi sorprendenti, per non dire sospetti, per lo meno agli occhi dell’accusa. Nel 2009, la Malabu, ovvero Etete, assume proprio l’ex ministro nel ruolo di consulente legale con l’incarico di trovare potenziali compratori per OPL. Risultato? Una serie di incontri senza successo.

Spadaro chiede i nomi e Ojo oppone il segreto professionale, affermando però di non aver mai incontrato esponenti di ENI o Shell. Il contributo del consulente all’accordo del 2011 che consente alle due corporation di assumere il controllo del giacimento, insomma, è di fatto nullo. Eppure, come da accordi con Etete, l’ex ministro si vede riconoscere un compenso da 50 milioni di dollari.

La Svizzera stoppa Falcioni

E qui si apre un altro capitolo. L’accordo originale prevedeva che a gestire la transazione fosse la Petrol service, la società del vice-console onorario italiano in Nigeria Gianfranco Falcioni, uno degli imputati del processo. Petrol avrebbe garantito il buon esito dell’operazione incassando per questo 5 milioni di dollari, il 10% del compenso di Ojo.

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L’accordo però sfuma quasi subito. Dopo aver ricevuto il miliardo e 92 milioni versato da Eni per l’acquisizione della licenza su un conto londinese della banca JP Morgan, il governo della Nigeria prova a trasferire la cifra alla Petrol Service. Destinatario del bonifico un conto della società presso la banca BSI di Lugano. Gli svizzeri però non si fidano e respingono al mittente il bonifico. Secondo l’accusa, la società di Falcioni sarebbe servita da tramite per coprire il reale beneficiario della transazione, ovvero Dan Etete. Falcioni, in definitiva, sarebbe rimasto a mani vuote.

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«Aspetto ancora 40 milioni»

I soldi arriveranno comunque in Nigeria e una quota maggioritaria dell’importo, 532 milioni, finirà nelle mani di uno dei grandi protagonisti della vicenda: il super faccendiere Abubakar Alyu, grande amico dell’ex presidente nigeriano Goodluck Jonathan. Sarebbe stato lui, secondo la ricostruzione dell’accusa, a distribuire le quote della presunta maxi tangente. Tra i beneficiari anche Adebayo Ojo, destinatario di una transazione da 10 milioni di dollari effettuata da una società denominata Rocky Top Resources. Ojo, in aula, ha affermato di aver ricevuto legittimamente quel denaro come parte del compenso della Malabu. E i restanti 40 milioni? Li starebbe ancora spettando, ha spiegato, ma confida di riceverli. Al momento non ha intentato alcuna causa per il mancato pagamento.

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Il ministro smentisce il manager Eni

Ojo, pare di capire, non si scompone facilmente. Nemmeno di fronte alle cifre con molti zeri. Nel corso della sua deposizione ha anche affermato di essere tuttora in affari con l’ex dirigente Eni Vincenzo Armanna, un altro degli imputati al processo. L’ex ministro, in particolare, racconta di aver versato a quest’ultimo un contributo da 1,2 milioni di dollari per avviare una «attività commerciale» nel settore dell’oro. E ha dichiarato, inoltre, di essere ancora interessato a lavorare con il socio espandendo l’attività anche al settore dell’energia rinnovabile e del petrolio. Stando a Ojo, però, i due non si sentono dall’anno scorso. Quanto ai progetti di business, ha proseguito, non vi sarebbe alcun accordo scritto.

La versione di Armanna

La versione del testimone però contrasta con la deposizione resa agli inquirenti dall’ex direttore delle operazioni Eni per l’area del Sahara. Nell’aprile 2016, infatti, Armanna aveva dichiarato di non aver potuto avviare l’attività a causa dei margini di guadagno esigui causati dall’elevato prezzo dell’oro. L’ex manager aveva anche chiamato in causa «difficoltà economiche» personali. Adebayo Ojo, si legge nel verbale, «voleva effettivamente avere indietro questi soldi ma io l’ho coinvolto in alcuni affari e gli ho trovato alcuni clienti in Nigeria e quindi, alla fine, si è ritenuto soddisfatto». Secondo la Procura la somma versata da Ojo – tramite bonifico con causale «Eredità Armanna» – sarebbe anch’essa una quota delle presunte tangenti.

Colpo di scena finale

Nel pomeriggio toccava al testimone più atteso: il presunto dominus delle mazzette Alhaji Abubakar Aliyu. Ma qui è arrivato il colpo di scena di giornata. Il testimone ha scoperto solo in avvio di udienza di essere indagato nel procedimento. Incaricate dalla procura milanese, le autorità nigeriane, a quanto pare, non erano riuscite a notificargli gli atti. La Corte ha così accordato un rinvio della deposizione al 13 marzo. Nell’occasione, Abubakar avrà comunque la possibilità di non rispondere.

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