Nelle fabbriche della moda: chimica, acqua e lavoro invisibile
Cosa succede davvero nelle fabbriche della moda: chimica dei tessuti, acqua contaminata e lavoro invisibile
La moda non è solo stile. È una filiera globale che parte dalle fibre – naturali o sintetiche –, attraversa fabbriche e intermediari, si nutre di marketing e velocità e finisce nei nostri armadi sempre più pieni.
Dietro ogni capo si muove un sistema complesso: impatti ambientali, lavoro invisibile, logistica accelerata, sovrapproduzione e consumo continuo. Il problema non è soltanto la fast fashion, ma il modello che la rende possibile.
Gli articoli che compongono il dossier:
- Fibre tessili e impatto ambientale: da dove inizia la moda
Poliestere, cotone, viscosa: dietro le fibre tessili si nasconde un modello fossile e iperproduttivo. Un viaggio nei materiali che vestono il mondo - Nelle fabbriche della moda: chimica, acqua e lavoro invisibile
Cosa succede davvero nelle fabbriche della moda: chimica dei tessuti, acqua contaminata e lavoro invisibile - Dentro la moda globale: intermediari, marketing e trasparenza
Tra brand e fabbriche esiste una rete invisibile di intermediari, marketing e logistica. Così la moda frammenta la produzione e diluisce le responsabilità - Fast consumption: perché compriamo così tanto e dove finiscono i vestiti
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Se una t-shirt o un paio di jeans costano poco, non è perché la loro produzione sia “semplice”. Il prezzo basso, in ogni cosa, ha sempre bisogno di un luogo in cui scaricare i costi. E nella filiera della moda quel luogo è un capannone di cui non leggiamo sulle etichette. Una stanza in cui l’aria è densa di vapore e sostanze chimiche, il colore del tessuto è lo stesso che attraverso uno scarico finisce nei fiumi. In cui si lavora turni lunghissimi, scanditi da ordini che cambiano all’ultimo minuto e da tempi di consegna sempre più compressi.
Se una t-shirt o un paio di jeans costano poco, quindi, è perché viviamo in un sistema economico che ha reso semplice scaricare altrove il prezzo dell’energia, dell’acqua, della sicurezza, dei diritti. Per capire l’impatto di questo sistema, occorre andare nelle fabbriche che producono tessuti e capi di abbigliamento. E per questo diamo uno sguardo a ciò che succede in Cina.
Gran parte dei tessuti e dei capi d’abbigliamento che arriva nei negozi europei passa, in una fase o nell’altra della sua produzione, dalla Cina. Nel 2025 in Cina sono stati prodotti 30,7 miliardi di metri di tessuto. Nello stesso anno, la produzione di fibre chimiche – in larga parte sintetiche – è stata pari a 87,01 milioni di tonnellate. Sempre nel 2025 la Cina ha esportato 293,77 miliardi di dollari di prodotti tessili e di abbigliamento; anche se la quota risulta in leggero calo rispetto alle esportazioni globali, la nazione asiatica mantiene il suo ruolo di leader del settore.
Produzione tessile globale: perché la Cina è la “fabbrica del mondo”
L’affermarsi della Cina come “fabbrica del mondo” è il risultato di una serie di decisioni politiche prese all’interno e all’esterno del Paese. A partire dagli anni Sessanta del Novecento, la produzione tessile e dell’abbigliamento ha iniziato a spostarsi fuori dagli Stati Uniti e dall’Europa, dove i salari erano più alti e le tutele del lavoro più forti. In un decennio la quota di capi prodotti all’estero per il mercato statunitense è passata dal 5% al 25%. Per arginare questa perdita di produzione interna, lavoratori e aziende si allearono per chiedere l’imposizione di restrizioni alle importazioni di prodotti tessili e abbigliamento.
Nel 1974 si arrivò alla Multifiber Arrangement (Mfa), un sistema di quote che limitava le esportazioni dai singoli Paesi produttori. L’effetto, però, fu opposto a quello dichiarato: invece di riportare la produzione in Occidente, le imprese iniziarono a frammentare le catene di fornitura e a cercare nuovi Paesi a basso costo, innescando una corsa globale al ribasso.
In questo contesto si inserisce l’ascesa della Cina. Alla fine degli anni Settanta il governo cinese avviò riforme orientate al mercato e la politica delle “Porte aperte”, attirando investimenti stranieri e puntando esplicitamente sulle esportazioni. La Cina offriva diversi vantaggi: forza lavoro abbondante e a basso costo, capacità di pianificazione statale, infrastrutture industriali integrate e un accesso controllato al proprio mercato interno. Ciò permetteva alla Cina di assorbire rapidamente volumi sempre maggiori di produzione. Così, nel giro di pochi decenni, è diventata il perno della manifattura globale dell’abbigliamento (e non solo): non per un “miracolo” spontaneo, ma come risultato di scelte politiche e strategie industriali precise.
La fase invisibile della produzione tessile: chimica, acqua e scarichi
Ma non basta la manodopera a basso costo per spiegare perché i capi di abbigliamento che compriamo costano così poco. E per questo è importante osservare ciò che succede lungo il processo di produzione tessile. Per esempio, in una delle fasi che in genere sfugge allo sguardo dei consumatori: quella della tintura e del finissaggio.
È qui che il tessuto prende colore e resistenza. Ed è qui che si concentra una parte enorme dell’impatto ambientale del settore. Tintura e finissaggio dei tessuti richiedono grandi quantità di acqua e di sostanze chimiche: coloranti, solventi, fissanti, trattamenti antimacchia, antibatterici o antipiega. Una parte di queste sostanze viene assorbita dal tessuto, un’altra finisce negli scarichi. Anche quando esistono impianti di depurazione, non sempre questi sono sufficienti a trattenere le componenti più pericolose. E non sempre vengono utilizzati, perché anche i depuratori rappresentano un costo da ridurre. I controlli sono sporadici e le sanzioni spesso irrisorie rispetto ai margini della produzione.
Il prodotto finale appare pulito, perfetto, privo di tracce visibili. L’inquinamento resta nei fiumi che cambiano colore, nelle falde contaminate, negli ecosistemi devastati. Lontani dagli occhi di chi compra, in una rimozione che è geografica e simbolica: ciò che non si vede non preoccupa.
Il lavoro nella moda globale: ritmi insostenibili e salari da fame
Dopo il tessuto viene il capo. La fase del cosiddetto cut & sew, il taglio e la confezione, è quella più intensiva in termini di lavoro umano. Ed è qui che la velocità della fast fashion si traduce in pressione quotidiana sui corpi delle persone che lavorano.
La produzione avviene spesso a cottimo e quindi il salario dipende dal numero di pezzi realizzati. I salari minimi, quando esistono, sono bassi e molto lontani dall’idea di “salario dignitoso”. Per raggiungere un reddito appena sufficiente a sopravvivere occorre lavorare molte ore. I ritmi sono dettati dagli ordini dei brand, che possono aumentare improvvisamente in prossimità di lanci, promozioni, saldi. Le misure di sicurezza diventano spesso un ostacolo alla velocità. Gli edifici sono sovraffollati, le vie di fuga ostruite, le attrezzature obsolete. Gli incidenti, in questo contesto, non sono fatalità ma conseguenze prevedibili.
A rendere il quadro ancora più opaco contribuisce la frammentazione della catena produttiva. Subappalti, laboratori informali, fabbriche che cambiano nome o indirizzo rendono difficile ricostruire le responsabilità. Anche quando i brand dichiarano di controllare i propri fornitori, l’attenzione si ferma spesso al primo anello della catena.
Un modello industriale basato sulla compressione di tempi, costi e diritti
La fast fashion non è una distorsione del sistema industriale: è un modello progettato per funzionare così. È parte integrante di un sistema produttivo che ha reso normale comprimere costi, tempi e diritti lungo tutta la filiera. La fabbrica in cui si producono gli abiti è il punto in cui convergono tutte le pressioni di questo sistema: la richiesta di prezzi sempre più bassi, la velocità imposta dalle collezioni continue, l’asimmetria di potere tra chi ordina e chi produce.
Il prodotto finale, pulito e ordinato sugli scaffali, non ci permette di vedere l’altro lato della storia. Quello che si trova negli scarichi che finiscono nei fiumi senza depurazione, nelle ore eccessive di lavoro, nelle responsabilità che si dissolvono lungo catene di subappalto sempre più opache. E se noi non vediamo questo lato della storia non è per mancanza di informazioni, ma per una distanza costruita e diventata accettabile. La fast fashion funziona perché ciò che accade nella fase di produzione è stato reso lontano, frammentato, difficile da ricondurre a una scelta precisa. Eppure è lì, nel cuore industriale del sistema, che si misura il vero costo di un capo a basso prezzo. Il prezzo di un modello che continua a produrre velocemente, troppo, e quasi sempre altrove.
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