Quando la finanza sostiene l’industria delle carceri private

Le società carcerarie private prosperano grazie ai finanziamenti bancari e ai contratti con l’ICE, alimentando detenzioni di massa e violazioni dei diritti umani

Alessandra Tommasi
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Alessandra Tommasi
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La finanza globale non è un meccanismo neutrale. Attraverso prestiti, investimenti, fondi indicizzati e strumenti speculativi può sostenere regimi repressivi, alimentare conflitti, favorire modelli produttivi distruttivi o indebolire diritti fondamentali lungo intere filiere. Analizzare questi meccanismi significa mostrare come, dietro a scelte apparentemente tecniche, si nascondano impatti concreti sulla vita delle persone: dalle repressioni dei regimi autoritari alla violenza nelle frontiere, dalle filiere tessili alle speculazioni sul cibo, fino ai grandi eventi sportivi.

Ricordando che quel denaro non è astratto: è il nostro. Sono i risparmi, i fondi pensione, i conti correnti di milioni di persone. Ed è anche attraverso le nostre scelte – a chi affidiamo i soldi, quali operatori premiamo o abbandoniamo – che possiamo contribuire a costruire un sistema finanziario più giusto

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A Chicago si tengono corsi di difesa personale contro l’Ice, l’agenzia federale del Dipartimento di Sicurezza Interna americano che applica le leggi sull’immigrazione. Dopo i raid e le deportazioni di massa degli ultimi mesi, finanziati (e rivendicati) dall’amministrazione Trump, molti cittadini si sono organizzati per monitorare e limitare le attività dei suoi agenti: migliaia di fischietti sono stati distribuiti in bar, caffetterie e biblioteche per avvisare i vicini in caso di avvistamento, insieme agli opuscoli che ricordano i propri diritti se fermati. Mentre le attività commerciali affiggono cartelli per dire che «l’Ice non è la benvenuta». Scene diventate sempre più comuni con l’aumentare delle retate. 

Secondo i dati più aggiornati (novembre 2025), i detenuti dell’agenzia in tutto il Paese hanno raggiunto il numero record di 65mila – la maggior parte dei quali privi di condanne, smentendo l’obiettivo dichiarato da Trump di voler «rimpatriare i criminali stranieri» – con più di due milioni tra espulsioni e partenze volontarie da gennaio 2025. Più del 90 per cento delle persone fermate, in attesa di processo o di rimpatrio, viene trattenuto in strutture di proprietà o gestite da società carcerarie private, che traggono profitto da queste politiche — sostenute, a loro volta, dai finanziamenti degli istituti di credito globali.

Le carceri private come strumento delle politiche anti-migranti

Oggi le strutture private ospitano circa il 7 per cento della popolazione carceraria statunitense. Ma i detenuti comuni non sono che una quota marginale del business di queste società. Negli ultimi anni, l’applicazione delle norme sull’immigrazione è diventata il vero motore economico del settore: nel 2023 i contratti con l’Ice hanno generato 1 miliardo di dollari (circa il 43 per cento dei ricavi totali) per Geo Group, il primo appaltatore dell’agenzia, e 556 milioni di dollari (circa il 30 per cento) per CoreCivic, l’altro maggiore gestore statunitense di carceri private.

Quest’anno il Congresso americano ha stanziato 45 miliardi di dollari per nuovi centri di detenzione per i migranti. Una somma che, secondo le stime del Washington Post,  permetterebbe all’Ice di trattenere oltre 107mila persone entro la fine del 2025. Nella loro costruzione sono coinvolte proprio Geo Group e CoreCivic.

Profitti in crescita: i guadagni di Geo Group e CoreCivic

Entrambe hanno firmato nuovi contratti federali per ampliare la capacità dei centri esistenti e riaprire quelli rimasti inutilizzati. Tra questi, la controversa struttura per famiglie di Dilley, vicino al confine tra Texas e Messico, che da marzo, secondo le Ong che la monitorano, è tornata a trattenere anche minori, spesso per periodi di diverse settimane. Il centro era stato chiuso durante la presidenza Biden, ufficialmente per ragioni di costo, dopo le proteste contro la detenzione di intere famiglie di migranti. Una pratica spesso preceduta dalla separazione dei figli dai genitori.

In questo contesto, le call con gli investitori descrivono un settore in pieno boom. Quattro contratti in novanta giorni (come per CoreCivic), capacità espandibili, ricavi stabili e l’ipotesi di un riacquisto delle proprie azioni. Geo Group ha dichiarato nel terzo trimestre ricavi per 682,3 milioni di dollari. In aumento di circa il 13 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. CoreCivic ha riportato un fatturato di 580,4 milioni di dollari. Con una crescita di circa il 18 per cento rispetto al terzo trimestre del 2024.

Banche e carceri private: il ruolo di Ubs, Hsbc e Barclays

Mentre le società carcerarie private registrano ricavi in crescita e ottengono nuovi contratti, è emerso un altro tassello della filiera che le sostiene dall’altra parte dell’Atlantico. Ubs, la maggiore banca svizzera, e le britanniche Hsbc e Barclays sono tra i primi grandi istituti di credito ad aver rifiutato una mediazione ufficiale dell’Ocse in seguito a una denuncia che le accusava – insieme a Swiss National Bank – di aver contribuito a finanziare CoreCivic e Geo Group attraverso investimenti diretti e fondi indicizzati.

La denuncia, presentata dalle Ong BankTrack, Worth Rises e Coalition for Immigrant Freedom, documenta come questi istituti abbiano ignorato i rischi legati alle violazioni dei diritti umani nelle strutture carcerarie private. Ciò in contrasto con il principio Ocse di due diligence sugli investimenti. Il dossier cita la detenzione prolungata di minori, le separazioni familiari, le condizioni insalubri, gli abusi, le negligenze mediche e le morti in custodia. I Punti di Contatto nazionali di Svizzera e Regno Unito avevano ritenuto le accuse “materiali e rilevanti”, offrendo una mediazione congiunta – un meccanismo non giudiziario, volontario e senza sanzioni – a Ubs, Hsbc e Barclays, ma le banche hanno rifiutato l’invito. 

L’inversione di rotta della finanza statunitense

Il dibattito sul ruolo della finanza non riguarda solo l’Europa. Negli Stati Uniti, infatti, il settore bancario sta compiendo una parziale inversione di rotta. Nel 2019, sotto la pressione delle proteste contro la separazione dei bambini dalle loro famiglie al confine – una pratica impiegata come deterrente all’immigrazione – otto grandi banche statunitensi, tra cui JPMorgan Chase e Bank of America, avevano annunciato l’interruzione di ogni forma di finanziamento agli operatori privati di prigioni e centri di detenzione.

Negli ultimi anni, però, complice anche la campagna condotta in diversi Stati repubblicani contro le politiche Esg (ambientali, sociali e di governance), molte società hanno iniziato a rivedere o ad allentare gli impegni presi nel 2019. Almeno due istituti, Bank of America e Wells Fargo, hanno ripreso a collaborare con il settore, riaprendo linee di credito o tornando a gestire strumenti finanziari legati ai suoi titoli. È un’inversione di tendenza che ha contribuito a ricostruire – seppur ancora in modo limitato – il circuito di finanziamento che oggi sostiene l’espansione delle detenzioni dell’Ice. Un circuito che, con il ritorno di Trump, ha trovato un acceleratore politico decisivo.

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