«La rabbia di chi è escluso dal consumo è politica e va ascoltata»

La sociologa Francesca Forno legge le piazze del 17 ottobre: il consumo è sempre politico, anche quando a praticarlo sono ragazze e ragazzi poveri

Francesca Forno

Il 16 ottobre studenti e studentesse sono scesi in piazza in tutta Italia. Secondo gli organizzatori erano 400mila. Gli slogan più ripetuti chiedevano di dare i soldi alla scuola invece che alla guerra, e meno armi in cambio di più diritti. La mobilitazione è partita da quella che dall’inizio di settembre ha attraversato la Francia, contro la carenza di personale, le classi sovraffollate e il degrado della scuola pubblica.

Il giorno dopo, sabato 17 ottobre, a Milano la protesta contro il carovita è sfociata in scontri e saccheggi. Il governo ha varato un decreto sicurezza che estende il fermo preventivo, rende subito imputabili i minori e introduce un nuovo reato di «violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche». La polizia ha fatto perquisizioni in 18 città su un centinaio di persone identificate negli scontri, metà delle quali minorenni.

I saccheggi sono stati raccontati quasi solo come fatti di cronaca nera. La storia dei movimenti conosce però una pratica che, almeno in superficie, gli somiglia: l’autoriduzione. Un gruppo entra in un supermercato, prende beni di prima necessità senza pagarli o pagandoli meno, poi li redistribuisce e rivendica pubblicamente il gesto come protesta contro il carovita. La pratica nasce in Italia negli anni Settanta, con l’autoriduzione delle bollette e dei biglietti dei trasporti e con le cosiddette «spese proletarie». In Francia, dove la chiamano autoréduction, i movimenti di disoccupati e precari la usano da decenni.

Gran parte del dibattito pubblico si è fermata alla condanna delle violenze. Ma che cosa raccontano queste piazze del rapporto tra giovani, consumo e disuguaglianze? Ne abbiamo parlato con Francesca Forno, sociologa dell’università di Trento, e direttrice del Master Gis che da anni studia il consumo critico e l’economia solidale.

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Che differenza c’è, se c’è, tra un saccheggio individuale di sneaker e un’autoriduzione collettiva e rivendicata? È solo una questione di metodo o anche di senso politico?

La distinzione non riguarda solo il metodo. Investe appunto il senso politico dell’azione. Un saccheggio individuale di sneaker e un’autoriduzione collettiva e rivendicata possono avere la stessa radice materiale. Questa radice è il bisogno, la percezione di esclusione, l’impossibilità di accedere a un tenore di vita che si riteneva acquisito o raggiungibile. Ma le due azioni si collocano su piani diversi quanto all’orientamento.

In questi giorni ho seguito le rassegne stampa, che hanno parlato molto di rabbia giovanile. Da tempo i giovani vengono descritti come attraversati da emozioni negative, legate a un futuro sociale e ambientale incerto. Penso all’eco-ansia, di cui si è discusso ampiamente. Oggi, come l’eco-ansia, anche la rabbia trova sbocco nelle strade, con azioni più o meno violente, più o meno legali.

Il bisogno di fondo può essere lo stesso anche quando si prendono di mira le scarpe di moda che contano nel proprio gruppo di pari. Emerge il senso di esclusione: sapere, quasi con certezza, di non poter raggiungere il tenore di vita di un coetaneo con un altro background familiare. In queste proteste riemerge con forza la materialità della vita quotidiana. È un momento importante, che va colto e orientato. Va dotato di un senso collettivo, emancipatorio, democratico.

Le piazze di ottobre chiedevano scuola, affitti sostenibili, stop al riarmo. Perché, secondo lei, fatichiamo a vedere una dimensione politica nel consumo quando a praticarlo sono ragazzi e ragazze poveri?

In parte credo che la ragione sia generazionale e demografica. Oggi i giovani sono pochi. Due generazioni fa i ragazzi del Sessantotto erano molti, e hanno potuto dare una direzione alle proprie rivendicazioni anche grazie al loro peso numerico, che oggi non c’è più. La mia generazione è quella di chi ha mezzo secolo o poco più, cresciuta nell’epoca del consumismo e della falsa abbondanza. Per noi certe cose erano scontate, e in parte lo sono ancora, almeno fino alla pensione: un lavoro stabile, una casa, una traiettoria di vita prevedibile.

Ma il punto vero è un altro. Il consumo è sempre politico, anche quando non ha questa ambizione esplicita. Sottrae risorse, produce scarti, incide comunque sulla vita comune. Fatichiamo a riconoscerlo quando a consumare sono ragazze e ragazzi poveri o impoveriti, e il motivo è una gerarchia implicita. La legittimità del consumo critico è riservata a chi può permetterselo. Il consumo di chi è escluso, invece, viene liquidato come “mero bisogno” o come “devianza”.

Il consumo critico è spesso accusato di essere una pratica per chi se lo può permettere. Che cosa ha da dire a chi resta escluso dal consumo tout court?

È una questione su cui ho riflettuto molto in questo periodo. La rabbia di chi è escluso dal consumo va ascoltata, ed è politicamente utile in un momento in cui le disuguaglianze tra ricchi e poveri crescono. Redistribuire le risorse, però, non basta. Mentre si risponde a una giusta richiesta di redistribuzione, bisogna chiedersi anche in che società vogliamo vivere e di che cosa le persone abbiano davvero bisogno.

Serve un’economia diversa per una società diversa. Questo significa ripensare che cosa vogliamo produrre e che cosa vogliamo consumare. È ciò che i movimenti dell’economia solidale, in tutto il mondo, hanno cercato di rendere visibile con le loro sperimentazioni. Ben vengano dunque le proteste sui bisogni primari, e ben venga la rabbia. Ma l’attenzione va spostata dalla politica della scelta del consumatore alla politica della capacità di scegliere.

Che cosa manca, oggi, affinché la rabbia di queste piazze diventi azione collettiva?

Più che di ciò che manca, parlerei di ciò di cui c’è bisogno: soggetti capaci di comprendere quella rabbia e di orientarla. Penso ai corpi intermedi, come partiti e sindacati. Penso alle organizzazioni di movimento, alle cooperative e alle imprese dell’economia sociale: realtà che possono battersi per una società con meno disuguaglianze, capace di riconoscere il valore delle diversità.

Torno alle emozioni. Uno studio su giovani universitari ha mostrato che partecipare ad azioni collettive per il clima può attenuare il legame tra ecoansia e sintomi depressivi. . La rabbia, come l’ansia, ha bisogno di luoghi in cui condividere esperienze e orientarsi verso futuri possibili, verso utopie concrete.

In questo l’economia solidale e le realtà del consumo critico hanno molto da offrire. Decenni di sperimentazioni hanno mostrato la possibilità concreta di organizzare diversamente la produzione, la distribuzione, il consumo e il risparmio. Le ricerche che ho condotto su queste esperienze ne evidenziano le potenzialità, ma anche una difficoltà: hanno coinvolto soprattutto settori della classe media, oggi peraltro sempre più impoverita.

La sfida è ampliare questa partecipazione. Per farlo, occorre che le “buone pratiche” diventino un ponte tra gruppi sociali con risorse, bisogni ed esperienze differenti. Il loro potenziale trasformativo dipende anche dalla capacità di incidere sulle regole che distribuiscono risorse e opportunità, rendendo accessibili a tutti scelte oggi possibili soltanto per alcuni. Fare “la cosa giusta” non può dipendere soltanto da quanto si ha in tasca.

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