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Gli obiettivi climatici Ue minacciati da 117 miliardi di fondi per il gas fossile

Gli investimenti, pubblici e privati, riguardano soprattutto 7 Stati europei (Italia inclusa). Se confermati, saranno una pietra tombale sulle speranze di una Ue "carbon neutral"

Emanuele Isonio
Una porzione del mega-gasdotto TAP in costruzione in Albania © Albinfo/Wikimedia Commons
Emanuele Isonio
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Tra l’ambizione climatica della Ue e il reale cambiamento in favore del clima il divario è forte e rischia di crescere nel prossimo futuro. La doccia fredda (l’ennesima, in realtà) sulle speranze di avere un continente “carbon neutral” entro metà secolo è in un numero: 117 miliardi di euro. È la somma che i diversi Stati europei stanno pensando di investire, tra fondi pubblici e privati, in nuove infrastrutture di gas fossile. Centrali elettriche, terminali di importazione di gas naturale liquefatto e gasdotti aumenteranno del 30% la capacità di importazione in Europa.

A rivelarlo è un nuovo rapporto stilato dal Global Energy Monitor, una rete di ricercatori che fornisce informazioni sui progetti con energia fossile, i cui dati sono utilizzati dall’Agenzia Internazionale per l’Energia, dalla Banca Mondiale, dall’UNEP, da Bloomberg e da decine di altre organizzazioni.

Gas fossile, la capacità di importazione già “doppia” la domanda

La beffa, per le speranze di transizione energetica avanzate dalla nuova Commissione von der Leyen, rischia di essere duplice: i ricercatori infatti ricordano che queste nuove infrastrutture rischiano seriamente di essere superflue in quanto l’attuale capacità di importazione di gas dell’UE è quasi il doppio (1,8 volte) rispetto all’attuale consumo di gas.

Per di più, anche se fossero utili, la loro realizzazione crea un pericoloso macigno che renderà impossibile raggiungere gli obiettivi climatici continentali. Le infrastrutture per il gas fossile possono infatti avere una durata di vita di oltre 40 anni. Lo studio evidenzia quindi come i piani di investimento analizzati siano in contrasto con  l’impegno dell’UE di ridurre le emissioni di gas serra a zerola decisione della Banca europea per gli investimenti (BEI) di eliminare gradualmente i finanziamenti per i combustibili fossili a partire dal 2021 e l’annuncio del Green Deal europeo.

A confermarlo sono le stesse proiezioni della Commissione europea. Secondo le quali centrare gli obiettivi climatici ed energetici per il 2030, richiederà un taglio del gas fossile del 29%. Altro che nuove infrastrutture…

Uk e Germania le più esposte alle fossili. In Italia 11,6 miliardi di investimenti

Ma quali Stati sono più coinvolti in questo piano? L’analisi di Global Energy Monitor evidenzia che gli investimenti programmati nel Regno Unito e in Germania rappresentano da soli il 30% di tutte le nuove infrastrutture di gas in Europa. Pari a 35,9 miliardi di euro.

Ad essi seguono poi gli investimenti di Grecia (14 miliardi di euro), Polonia (13,4 miliardi di euro), Romania (12,8 miliardi di euro) e Italia (11,6 miliardi di euro). Un evidente controsenso, quello italiano, visto che l’anno prossimo sarà il Paese co-organizzatore (insieme al Regno Unito) della COP26 di Glasgow.

Proprio l’Italia è in prima fila nell’elenco delle più grandi centrali a gas nell’UE proposte (quelle con capacità di generazione di 400 MW o superiore). Tra esse figurano infatti gli impianti elettrici di Andrea Palladio, Brindisi Sud, Marghera Levante, Presenzano Edison e Torrevaldaliga Nord (pag. 16).

Problemi sanitari e pericoli per l’economia

«Questo rapporto mostra come l’attuale costruzione di infrastrutture per il gas nell’UE sia pronta ad aumentare la capacità di importazione di gas del 30%», spiega Mark Z. Jacobson, docente di ingegneria civile e ambietnale alla Stanford University. «Se vogliamo sperare di risolvere la crisi climatica in corso ed evitare i 340mila decessi per inquinamento atmosferico che si verificano ogni anno in Europa, dobbiamo eliminare di almeno l’80% il consumo di gas naturale entro il 2030 e del 100% entro il 2050, non aumentarlo».

Peraltro, il problema non è “solo” ambientale e sanitario. C’è anche il concreto rischio che la strategia industriale ed energetica orientata al gas fossile rappresenti una palude per gli Stati che la intraprenderanno. «Il Regno Unito e le economie europee che stanno scommettendo su nuovi progetti di infrastrutture del gas non necessari e incompatibili con gli obiettivi climatici dell’Europa si stanno preparando ad affrontare perdite per decine di miliardi» spiega Ted Nac, direttore esecutivo del Global Energy Monitor. «È chiaro che dobbiamo riesaminare i nuovi investimenti nei combustibili fossili, sia per risparmiare miliardi di futuri stranded assets, sia per garantire che le energie pulite ricevano i finanziamenti necessari».

L’alternativa possibile

Lo spiraglio positivo evidenziato nel rapporto è che, al momento, meno del 10% dei nuovi terminali di importazione di gas naturale liquefatto (GNL) proposti sono effettivamente entrati nella fase di costruzione, per cui secondo gli autori sarebbe importante riesaminare gli altri che ancora non sono stati costruiti.

«Per l’Europa esiste un’alternativa. Il continente può funzionare interamente e in tutti i settori energetici con energie pulite e rinnovabili: energia elettrica e termica da vento, acqua e sole. Una tale transizione ridurrà il fabbisogno energetico e i costi, così come l’inquinamento atmosferico, i problemi di salute e le emissioni di gas ad effetto serraGas che compongono l’atmosfera terrestre. Trasparenti alla radiazione solare, trattengono la radiazione infrarossa emessa dalla superficie terrestre, dall'atmosfera, dalle nuvole.Approfondisci» conferma Jacobson.