Parte 8

L’economia fossile? Crollerà entro il 2028. Parola di Jeremy Rifkin

Il nuovo libro dell'economista statunitense illumina sui rischi della mancata decarbonizzazione: una nuova crisi finanziaria e un'emergenza climatica globale

Di Rosy Battaglia
L'economista e sociologo Jeremy Rifkin è consulente dell'Unione europea e presidente della Foundation on Economic Trends. FOTO: archivio World Travel & Tourism Council

«La bolla del carbonio è la più grande bolla economica della Storia». Non c’è da stupirsi se The Green New Deal , il libro-manifesto dell’economista e sociologo americano Jeremy Rifkin, (in Italia edito da Mondadori), sia stato accolto tiepidamente negli Stati Uniti. Non è semplice, per la società d’oltreoceano, ancora saldamente ancorata a petrolio, carbone e gas, digerire la previsione del «crollo della civiltà dei combustibili fossili entro il 2028», lanciata dal presidente della Foundation on Economic Trends di Washington.

«Abbiamo vent’anni per decarbonizzare l’economia globale -scrive Rifkin- agendo sui grandi paradigmi di mutamento economico legati al climaSi tratta di una rappresentazione verosimile e spesso semplificata del possibile clima futuro.Approfondisci». E aggiunge: «Se solo intercettassimo un decimo dell’energia solare che raggiunge la Terra, avremmo 6 volte l’energia attualmente usata nel nostro sistema economico-industriale».  Alla vigilia della Cop25 di Madrid, dopo il ritiro annunciato del presidente degli Stati Uniti dall’Accordo di ParigiL’Accordo di Parigi è un documento d’intesa tra le nazioni facenti parte dell’UNFCCC che è stato raggiunto nel 2015 al termine della Cop21.Approfondisci sul Clima, le duecentocinquanta pagine dell’autore de La terza rivoluzione industriale, tratteggiano un cambiamento irreversibile e un preciso monito per gli USA. Dove il Green New Deal, è stato introdotto da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. 

Economia fossile all’ultima spiaggia

Tutte le nazioni, ma soprattutto gli USA, i più grandi produttori di petrolio del globo, hanno bisogno di un Green New Deal, dice Rifkin, ed è ora il tempo di farlo, pena il tracollo finanziario di un intero sistema. L’economia americana, invece, è quella che, più delle altre, sta continuando a investire miliardi di dollari, in quelli che Rifkin considera «stranded assets». «Beni spiaggiati» che ora sono ancora alla base dell’economia fossile globale, ma che potrebbero rapidamente deprezzarsi, proprio con l’avanzata delle energie rinnovabili, già sul mercato, grazie all’ingresso della Cina, con tecnologie e a prezzi più che competitivi.

Nel 2015, ricorda Rifkin, City Group aveva valutato gli «stranded assets» pari a 100mila miliardi di dollari, nel caso che, dal summit di Parigi, fosse uscito un impegno vincolante a limitare il riscaldamento globale a 2 gradi centigradi. Dopo tre anni, nel 2018, la questione dei combustibili fossili non è più legata agli impegni assunti dagli Stati. Gli obiettivi climatici, diventati ormai volontari, spesso non sono stati mantenuti. Rifkin dimostra, invece, come sia la caduta del costo delle tecnologie solari ed eoliche ad indurre i principali settori della seconda rivoluzione industrialePeriodo di crescita industriale rapida dalle profonde ripercussioni sociali ed economiche che è iniziato in Gran Bretagna nella seconda metà del secolo XVIII.Approfondisci. Reti e strumenti di comunicazione, fonti energetiche, mezzi di trasporto e logistica, si stanno sganciando dall’infrastruttura dei combustibili fossili. Il tutto a una velocità e su una scala che fino a pochi anni fa sarebbero stati impensabili.

Senza decarbonizzazione, perdite come nella crisi finanziaria del 2007 

Quei dati sono stati confermati dagli studiosi dell’Università di Cambridge, nel 2018 su «Nature Climate Change». La bolla del carbonio non è più legata agli obiettivi dei governi in materia di emissioni, bensì al mercato e alla rivoluzione tecnologica verde in corso. «Se non verrà presto sgonfiata potrà portare a una perdita di ricchezza globale tra i 1000 e 4000 miliardi di dollari, una perdita paragonabile alla crisi finanziaria del 2007».

È la decarbonizzazione precoce, quindi, l’unica via d’uscita dalla potenziale esplosione della bolla, insieme alla risposta del settore finanziario alla transizione verso basse emissioni di carbonio. Necessaria per ridurre le emissioni di gas serra del 45% rispetto ai livelli del 2010, come prescritto dall’Interngovernmental Panel on Climate Change (IPCCSi tratta del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change), creato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite.Approfondisci) per evitare la catastrofe ambientale.

Entro il 2023 la transizione energetica anche in America

La Carbon Tracker Initiative ha delineato che, il momento di transizione energetico, sarà quello in cui il 14% dell’elettricità globale sarà fornito da quella solare e eolica. L’Europa ha superato questa soglia nel 2017, con il 15% della produzione di elettricità dovuto a energie rinnovabili. Mentre, nello stesso anno, gli Stati Uniti erano ancora all’8% e la Cina al 6%. Soglia che gli Stati Uniti raggiungeranno, entro la fine del 2023. Momento in cui, la quota delle principali rinnovabili nella produzione di elettricità salirà al 14%.

Esiste però, un altro pericolo, aggiunge il sociologo americano, già consigliere politico, sia in Europa che in Cina. La competitività dei prezzi dell’energia solare ed eolica, può costringere un’industria petrolifera indebolita, a far scendere il prezzo del petrolio sui mercati mondiali, nonostante le perdite. Sia per estrarre dal sottosuolo e dal mare il massimo quantitativo di greggio rimanente, che per ridurre al minimo i restanti stranded assets. 

La corsa al gas può rivelarsi un altro colossale errore

In Europa, scrive Rifkin le società energetiche e elettriche che sfruttavano fonti fossili, in soli cinque anni, dal 2010 al 2015, hanno perso oltre 130 miliardi di euro. Ma, aggiunge, gran parte del mondo non sembra aver tenuto conto di quanto è accaduto nell’Unione Europea. Tanto che le principali nazioni produttrici di energia nella corsa alla conquista del  mercato globale, stanno aumentando la produzione di gas naturale, installando gasdotti transoceanici.

Il gas è, ora, più economico del carbone e ha minori emissioni di CO2. Solo in America si registra, un aumento del 7% tra il 2018 al 2020, secondo la Energy Information Administration (EIA). Ma il solare e l’eolico, nel frattempo, sono diventati competitivi e in qualche caso, anche più a buon mercato. Dato confermato anche da Bloomberg New Energy nel 2018. E il problema della discontinuità energetica, dovuto alle rinnovabili, secondo Rifkin è, invece, facilmente affrontabile con l’accumulazione tramite batterie o celle a idrogeno, i cui costi sono in rapida diminuzione.

Tutto il parco energetico americano è obsoleto

Ma in America suona un’altra musica. Entro il 2030 l’industria dell’energia elettrica statunitense dovrà investire almeno 500 miliardi di dollari per sostituire le vecchie centrali. Con altri 480 miliardi di dollari di combustibile per tenerle in attività. Nel frattempo, prevede Rifkin, le energie rinnovabili diverranno ancora più economiche e a un costo marginale quasi zero, con zero emissioni.

Sul piatto, quindi, non sono «solo» 1000 miliardi di perdite potenziali ma anche 5 miliardi di tonnellate di CO2 che, nel 2050, diverranno 16 miliardi di tonnellate. Secondo i dati e gli studi raccolti dall’economista, l’intera infrastruttura dell’energia nucleare e dei combustibili fossili, da oleodotti e gasdotti a centrali energetiche, fino agli impianti di stoccaggio e fracking, ridotta a stranded assets, dovrà essere smantellata e disassemblata.

Il cambiamento (e il lavoro) viene dalla creazione di nuove infrastrutture  

Anche le attuali infrastrutture pubbliche americane, come strade, ponti, dighe, scuole, ospedali, vie di trasporti, versano in condizioni poco più che sufficienti. L’American Society Civil Engineers (ASCE) ha certificato che si dovranno almeno investire 206 miliardi di dollari l’anno, per almeno dieci anni, (2016-2025). Almeno 4.590 miliardi di dollari, esattamente il doppio di quanto messo a bilancio ora. I mancati investimenti del governo USA stanno portando, già oggi, ogni famiglia americana a perdere almeno 3.400 dollari in reddito disponibile.

Mentre la trasformazione a un’infrastruttura intelligente e leggera, basata sull’energia verde e sulle nuove tecnologie ad alta efficienza, dettata dal Green New Deal, può essere un’enorme opportunità. «Richiederà una forza lavoro semi qualificata, qualificata e professionale, più agile per almeno vent’anni». Necessari ad accogliere il flusso di elettricità rinnovabile prodotto dalle innumerevoli microcentrali verdi, prevede l’economista.

Jeremy Rifkin – La Terza Rivoluzione Industriale Intanto Europa e Cina hanno superato gli USA nella trasformazione verde 

Secondo Rifkin «dobbiamo ringraziare l’Unione Europea. Gli obiettivi vincolanti in materia di emissioni come la strategia 20-20-20 e le tariffe feed-in, (cioè con gli incentivi ndr) hanno stimolato il veloce passaggio alle rinnovabili. Facendo  migliorare le prestazioni e l’efficienza, riducendo drasticamente i costi».

Primato scippato, però, dalla Cina, che è divenuto il principale produttore di tecnologia solare e eolica. La Repubblica Popolare Cinese ha incluso nel tredicesimo piano quinquennale una precisa road-map operativa. Il settore delle rinnovabili impiega già 3,8 milioni di persone e ha raggiunto, nel 2017, il 45%  del totale degli investimenti globali in rinnovabili.

Nuovi investimenti,  abolizioni dei sussidi alle fossili e alleanze pubblico-privato

Ma dove prendere le risorse? L’economista fornisce un elenco di 23 proposte. A partire dalle risorse ricavabili dalle tasse sui super ricchi fino ai tagli al bilancio del Pentagono. Ma soprattutto punta all’abrogazione dei sussidi alle industrie del petrolio, gas e carbone (qualcosa che anche l’Italia conosce bene…). Anche attraverso il divestment (disinvestimento) dei fondi pensione alle fossili. Questo genererebbe, almeno 115 miliardi di dollari ogni anno da immettere nei piani del Green New Deal.

Un altro nodo da affrontare, poi, è quello della gestione delle nuove infrastrutture. Nel futuro, già in parte divenuto realtà, proprio in Europa, saranno le ESCO (Energy Service Company) le società che gestiranno, insieme agli amministratori locali e ai cittadini, le reti intelligenti per i tutti i servizi. E il ritorno sugli investimenti sarà strettamente legato alla produzione di nuove energie verdi e  alle efficienze energetiche per contrastare il climate change.

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