Ambiente

Parte il Green New Deal europeo. Ma c’è il rischio palude

Ursula von der Leyen presenta il piano verde Ue. Tagli alla CO2 attraverso tasse, finanza, dazi, chimica e foreste. Ma ora iniziano difficili trattative

Di Matteo Cavallito
La neopresidente della Commissione europea, Ursula Von Der Leyen, nel suo intervento prima della mozione di fiducia del Parlamento europeo, il 16 luglio 2019.

Il treno del Green New Deal europeo è partito ufficialmente. Ma una volta arrivato a destinazione, verosimilmente, non tutti gli auspici saranno soddisfatti. Intanto però si comincia a discutere di cose concrete e l’obiettivo di fondo non è nemmeno troppo modesto. Il documento «spiega come rendere l’Europa il primo continente neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050, stimolando l’economia, migliorando la salute e la qualità della vita delle persone, prendendosi cura della natura e migliorando l’ambiente», ha riferito la Commissione Europea nell’incontro con la stampa che ha preceduto l’avvio ufficiale delle danze. Poi, alle due del pomeriggio di ieri, ora dell’Europa centrale, è toccato alla presidente Ursula Von der Leyen.

Davanti al Parlamento, la numero uno della Commissione ha presentato le principali direttrici di un piano destinato – particolare non da poco – a costare moltissimo (260 miliardi di euro all’anno solo per gli obiettivi già fissati, figuriamoci per i nuovi). «Dobbiamo rimettere d’accordo l’economia, il modo di produrre e di consumare e il nostro Pianeta» ha dichiarato la Von der Leyen. Ora però iniziano i negoziati veri. E non sarà una passeggiata.

Scontro Est – Ovest

Mettere d’accordo tutti non sarà facile, proprio per questo, viene da pensare, il risultato finale potrebbe differire in modo significativo dalle proposte odierne. Lo scontro vero e proprio non coinvolgerà tanto i gruppi parlamentari – in gran parte ben disposti (popolari, centristi e socialisti) o per lo meno possibilisti (Verdi) – quanto i singoli Stati. Ed è lecito immaginare, suggerisce ad esempio Politico, che le maggiori resistenze verranno da Est, dove l’industria del carbone pesa ancora moltissimo in termini di Pil e occupazione. A marzo la Commissione presenterà la prima pietra angolare del Green New Deal: la normativa sul taglio delle emissioni. Oltre alla neutralità climatica 2050, si punta a un -50% (almeno) di emissioni entro il 2030, contro il meno 40% inizialmente previsto. Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia cercano una compensazione economica. Si vedrà.

Finanza e privati in prima linea

La finanza, come già ipotizzato, sarà in prima linea. Il Green New Deal non può farne a meno. Il piano dovrebbe portare entro il prossimo anno all’introduzione di nuovi standard europei su green bond e fondi d’investimento verdi. I regolatori, precisa ancora Politico, potrebbero arrivare addirittura ad allentare i requisiti di capitale per i prestiti bancari ai progetti caratterizzati da un impatto ambientale positivo. Una mossa pensata ovviamente per stimolare il credito.

Molto resta da definire, ma il ruolo del mercato, e degli investitori privati, questo è certo, sarà ancora più centrale. Una questione nota da tempo e che, già in passato, non ha mancato di suscitare critiche da parte di alcuni analisti.

Dal Green New Deal ai dazi pro clima?

Il tema più complicato sul tavolo dei negoziatori resta quello dei “dazi climatici” (il virgolettato è nostro), ovvero dell’ipotetica carbon border tax che dovrebbe proteggere parte dell’industria continentale dalla concorrenza dei produttori extra UE. Gli stessi che non essendo soggetti ai vincoli del Green New Deal, potrebbero praticare facilmente prezzi più bassi. L’idea iniziale è di partire dal cemento ma l’imposta potrebbe interessare anche le importazioni di acciaio. Francia e Germania sono favorevoli ma le tensioni internazionali, specie in tempi di guerra commerciale, sono dietro l’angolo. Cina e Stati Uniti, è ovvio, non la prenderebbero bene. I Paesi europei più esposti agli scambi con le prime due economie del Pianeta, probabilmente, nemmeno. E non è da escludere che la “legittimità” della tassa in un contesto di libero scambio possa essere addirittura contestata in sede WTO.

Nuovo sostegno al mercato della CO2

Il Green New Deal europeo coinvolge anche il controverso tema del mercato della CO2. La Commissione intende estendere l’Emissions Trading system al settore del trasporto marittimo, tuttora escluso dal meccanismo. Ma intende anche rendere il sistema più costoso nel suo insieme riducendo l’ammontare di crediti a costo zero per il settore del trasporto aereo. Contemporaneamente si prevedono nuovi provvedimenti fiscali: dalle tasse ad hoc per penalizzare l’utilizzo frequente delle autostrade (Eurovignette Directive) alla riduzione delle esenzioni sui carburanti per il trasporto aereo e marittimo. Trovare un accordo sul mercato della CO2, sostiene ancora Politico, potrebbe essere relativamente facile mentre un’intesa sulla tassazione “stradale” dovrà fare i conti con lo scetticismo tedesco. Le possibilità di arrivare alla riduzione delle esenzioni sul fuel «sono prossime allo zero».

Rifiuti, chimica e dintorni

Parola d’ordine: riciclare. A partire dai prodotti tecnologici. La Commissione, che già in passato ha prodotto un piano sull’economia circolare, intende proseguire sulla stessa strada. Altre iniziative di tutela rivolte all’ambiente e alle persone riguardano la dismissione di composti chimici giudicati particolarmente pericolosi (come le sostanze perfluoroalchiliche), la riduzione dell’uso dei pesticidi in agricoltura e di antibiotici negli allevamenti, l’introduzione di standard più severi per la qualità dell’aria in linea con le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Infine la deforestazione: la Commissione non si limiterebbe a promuovere la protezione delle piante nel Continente ma potrebbe anche introdurre nuove norme per contrastare l’acquisto di beni e materie prime importate che derivano dallo sfruttamento illegale delle foreste. Tutto per ora è comunque rimandato a uno studio preliminare che dovrebbe essere pubblicato non prima del 2022.

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