Le guerre invisibili: la guerra civile ignorata in Sudan
Il Sudan è nel terzo anno di guerra civile. Un genocidio in corso, milioni di sfollati e nessuna attenzione internazionale. Il conflitto più ignorato del mondo
Ci sono guerre che riempiono i telegiornali e guerre che non esistono. Non perché manchino i morti, i profughi, le città rase al suolo, ma perché mancano le telecamere, gli interessi geopolitici, l’attenzione dei mercati. Eppure continuano: in Sudan, nel Myanmar, nello Yemen, nel Sahel e altrove. Lontani dai riflettori, questi conflitti si nutrono di armi vendute legalmente, di risorse contese, di Stati fragili abbandonati dalla comunità internazionale.
Raccontarle non è solo un dovere giornalistico: è un atto politico. Perché dimenticare una guerra non la ferma, la prolunga.
Gli articoli che compongono il dossier:
- Le guerre invisibili: il silenzio sui conflitti dimenticati è complicità
Trentadue guerre attive, milioni di civili invisibili. Raffaele Crocco spiega perché il silenzio sui conflitti dimenticati non è distrazione: è scelta politica - Le guerre invisibili: trentadue conflitti che i media non raccontano
Trentadue guerre attive, ventidue aree di crisi. L’Atlante delle guerre 2026 racconta i conflitti che non fanno notizia e le ragioni economiche che li alimentano - Le guerre invisibili: neocolonialismo in Africa, femminicidi in America Latina
Dal neocolonialismo africano ai femminicidi latinoamericani: le guerre che non fanno notizia ma devastano milioni di persone ogni giorno - Le guerre invisibili: la guerra civile ignorata in Sudan
Il Sudan è nel terzo anno di guerra civile. Un genocidio in corso, milioni di sfollati e nessuna attenzione internazionale. Il conflitto più ignorato del mondo - Le guerre invisibili: a Gaza le stragi non si fermano
Il cessate il fuoco a Gaza non ha fermato le uccisioni. I dati parlano di un massacro in corso che il mondo ha smesso di guardare
Nell’offensiva tra il 25 e il 26 ottobre 2025, in Sudan, ci sono state circa 2mila vittime civili. L’ospedale di maternità Saudi, che ospitava 460 tra madri e neonati, è stato trasformato in un vero e proprio mattatoio. I satelliti Yale hanno individuato fosse comuni ancora fumanti. Le Nazioni Unite hanno denunciato un genocidio in tempo reale contro le popolazioni di etnia non araba, documentato dagli stessi soldati delle Forze di supporto rapido (Rsf) che hanno diffuso sui social i propri crimini. Dopo 18 mesi di assedio, le Rsf hanno travolto l’ultimo bastione dell’esercito regolare (Saf) nel Darfur settentrionale, prendendo il controllo di quasi l’intero territorio.
Sudan, oro e droni: gli interessi di Emirati, Russia e Cina nel conflitto
Il 2025 è stato il terzo anno di questa nuova guerra civile. A gennaio le Saf del generale al-Burhan sono riuscite a riconquistare Omdurman e a liberare la raffineria strategica di al-Jahili, rompendo parzialmente l’assedio su Khartoum grazie a droni iraniani e al supporto dell’intelligence egiziana. La tensione resta comunque molto alta. I Sudan ed Etiopia si contendono il territorio frontaliero di Al-Fashaga, dove le milizie Amhara (etiopi) continuano a combattere. In questo contesto, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia, Iran e Libia si contendono oro, petrolio e rotte sul Mar Rosso.
Il governo sudanese ha denunciato gli Emirati Arabi Uniti alla Corte internazionale di giustizia per il sostegno militare alle Rsf. Il Paese, infatti, rifornisce le Forze di supporto rapido di droni di combattimento cinesi Wing Loong II utilizzando in Ciad come ponte logistico. In cambio, l’oro estratto nelle miniere del Darfur, spesso con lavori forzati e alti costi ambientali, viene contrabbandato negli Emirati. Qui è raffinato e finisce sul mercato a Dubai. La Corte internazionale di giustizia ha rigettato la causa stabilendo di non avere giurisdizione, in virtù di una riserva formale inserita dagli Emirati al momento della ratifica della Convenzione sul genocidio del 1948. Nel frattempo, la Russia scorterebbe convogli d’oro verso la Libia. La Cina consolida la sua presenza commerciale a Suakin, assicurandosi la Belt and Road sul Mar Rosso.
Le radici della guerra civile in Sudan: colpi di stato e decolonizzazione
Il contesto di questa tragedia affonda le radici in una storia di instabilità cronica. La storia postcoloniale del Sudan è costellata di una lunga serie di colpi di stato militari iniziati nel 1958. Terminano nel 1989, con la presa del potere da parte di Omar al-Bashir. Dopo trent’anni di dittatura, con la rivoluzione popolare del 2019, il Paese aveva sperato in una transizione democratica guidata da un governo misto civile-militare.
Si era tentata una pace con gli Accordi di Juba del 2020. Il loro costo esorbitante di 13 miliardi di dollari da un lato, e l’esclusione di gruppi chiave come l’Esercito di Liberazione del Sudan, ne hanno minato l’efficacia. Nel 2021 c’è stato un nuovo golpe, che ha spezzato l’alleanza tra le due anime militari del regime, le Saf di al-Burhan e i paramilitari Rsf di Mohamed Hamdan Dagalo (Hemedti). Il 15 aprile 2023 è esploso lo scontro, che si è subito esteso ed è diventato una lotta totale per il controllo delle risorse e dello Stato.
Le Emergency Response Room: la resistenza civile nel Sudan in guerra
Il Sudan, oggi, è un Paese diviso in due, dove le Rsf hanno il controllo quasi totale del Darfur e di ampie porzioni del Kordofan occidentale, mentre l’esercito regolare mantiene le regioni settentrionali, l’Est e gran parte del Centro, incluse Khartoum e Port Sudan. La crisi sanitaria è spaventosa. Nel 2023 si contavano 1,1 milioni di donne incinte bisognose di cure in un sistema distrutto, con un tasso di mortalità infantile di 54,9 decessi ogni mille nati. Le violazioni dei diritti della popolazione, con esecuzioni, stupri e violenze, non risparmiano i bambini, spesso reclutati negli stessi gruppi armati. Le violenze sono alimentate dalla crisi climatica. Studi indicano che le anomalie delle temperature aumentano del 32% la frequenza dei conflitti violenti, specialmente tra pastori e agricoltori per i diritti sull’acqua. A questi dati si aggiunge lo sfollamento: secondo l’Onu nel primo anno di guerra hanno dovuto lasciare la propria casa più di 4 milioni di bambine e bambini.
Lo Stato è al collasso; la crisi umanitaria è stata definita tra le peggiori al mondo e non gode di alcuna attenzione internazionale. In questo scenario, l’unica forma di resistenza civile è rappresentata dalle Emergency Response Rooms (ERRs). Si tratta di reti spontanee nate a Khartoum ma poi diffuse in tutto il Sudan in cui si distribuiscono acqua, cibo e farmaci e che sostituiscono scuole e ospedali. Le ERRs sono animate da giovani, donne e leader comunitari che sperimentano solidarietà e mutualismo dal basso. Si prendono cura di bambini e orfani e, senza fondi o protezione, hanno avuto un ruolo essenziale, riconosciuto dalle ong internazionali, nell’assenza totale delle istituzioni a tutti i livelli.
Nessun commento finora.