Riforme finanziarie in Europa: le false soluzioni – sesta parte

L’Unione Europea sta studiando nuovi strumenti per migliorare il finanziamento dell’economia, delle infrastrutture e delle piccole e medie imprese. Proposte che vanno nella ...

Di Andrea Baranes

L’Unione Europea sta studiando nuovi strumenti per migliorare il finanziamento dell’economia, delle infrastrutture e delle piccole e medie imprese. Proposte che vanno nella direzione di un’ulteriore espansione dei mercati finanziari e del rilancio del sistema bancario ombra, delle cartolarizzazioni e di altre operazioni. Quali sono i rischi di tali strumenti, e quelli di una nuova bolla finanziaria? E’ possibile partire dall’assunto che la finanza privata sia la soluzione e quella pubblica il problema? In secondo luogo, di fronte a un sistema ipertrofico e autoreferenziale, che senso ha allargare ulteriormente la torta finanziaria, invece di ridurla ma fare in modo che una fetta nettamente più grande sia destinata alle attività economiche?

Possibili alternative: finanza privata e finanza pubblica

La CMU ha se non altro un pregio: ha implicitamente riconosciuto il fallimento – o per lo meno la gigantesca inefficienza e inefficacia – dell’attuale sistema finanziario, e la necessità di trovare delle soluzioni per rilanciare gli investimenti e il sistema economico. Al di là di questo, devono però essere rimesse in discussione sin dalle fondamenta sia le finalità sia le modalità di questo rilancio.
Riguardo il primo aspetto, non possiamo pensare di fare ripartire l’economia come se nulla fosse successo, rilanciando i consumi e gli investimenti in infrastrutture che sono in massima parte le grandi opere. Questo sia perché non ci sono le condizioni economiche e sociali per farlo – dall’inizio della crisi l’Italia ha perso il 25% della propria produzione industriale – sia per i limiti ecologici e i problemi ambientali e dei cambiamenti climatici, non più rinviabili. Per questo non si dovrebbe parlare di un rilancio dell’economia, ma della crisi come opportunità per un cambio di rotta. Spostarsi dai consumi agli investimenti, e in particolare investimenti per una riconversione ecologica dell’economia, per l’efficienza energetica, la mobilità sostenibile, la ricerca, il welfare. Investimenti in settori ad alta intensità di lavoro, mettendo il contrasto alla disoccupazione e alla precarietà al centro delle politiche pubbliche.
Politiche pubbliche che devono diventare centrali, nuovamente invertendo la rotta rispetto alla visione che ha dominato gli ultimi anni. Il sistema finanziario privato si è dimostrato totalmente incapace di sostenere l’economia nel suo insieme, e a maggior ragione una trasformazione come quella accennata nel paragrafo precedente. Servono “capitali pazienti” per investimenti di lungo periodo, come avviene per la ricerca e l’istruzione. Obiettivi che dovrebbe avere un pubblico interessato al benessere dei cittadini, non un privato che insegue il profitto a brevissimo termine.
Parliamo allora di un piano per l’occupazione, un piano industriale, un piano energetico, che in Italia mancano da decenni e che non sono oggi in discussione in un’Unione Europea per la quale “unione” continua a essere della moneta, dei capitali e delle merci ma non dei diritti o del sistema fiscale. Il primo passo dev’essere l’abbandono di un’austerità disastrosa, ma anche la revisione delle attuali politiche su scala nazionale, in particolare in Italia, dove l’unico “piano industriale” sembra essere la privatizzazione e la svendita del patrimonio pubblico. Oggi persino il FMI, membro autorevole della Troika, riconosce che un piano di investimenti pubblici sarebbe urgente e necessario e permetterebbe di rilanciare economia e occupazione.[4] Studi teorici e evidenza pratica del fallimento delle politiche perseguite negli ultimi anni, ai quali non segue però nessun ripensamento da parte della burocrazia del vecchio continente.

Possibili alternative: quale modello finanziario

In parallelo con una discussione sul ruolo della finanza pubblica, occorre un’altrettanto radicale trasformazione della finanza privata. E’ ai confini dell’incredibile, a pochi anni dalla peggiore crisi degli ultimi decenni, sentire parlare di ulteriore liberalizzazione del movimento dei capitali, di cartolarizzazioni, di sistema bancario ombra come possibili soluzioni, quando parliamo del cuore del problema. Così come è ai confini dell’incredibile vedere come, mentre l’austerità viene imposta con un rigore che rasenta il fanatismo, è difficile fare anche solo l’elenco delle misure messe in campo per sostenere la finanza privata, dai piani di salvataggio, al prestito di oltre 1.000 miliardi di euro all’1% fatto dalla BCE alle banche tramite il LTRO, con impatti pressoché nulli sull’economia o l’erogazione del credito. A questa operazione ne è seguita un’altra, TLTRO, ancora in corso ma che ha portato fino a oggi risultati estremamente modesti, poi il QE, le cartolarizzazioni, ecc…
La soluzione dev’essere quella di spostare verso l’economia almeno una parte delle sterminate risorse incastrate nel sistema finanziario, disincentivare le attività speculative e impedire allo stesso sistema finanziario di provocare continuamente instabilità e crisi dalle quali deve essere salvato con soldi pubblici.
Esattamente la direzione in cui andrebbe una tassa sulle transazioni finanziarie, discussa da anni in Europa e ufficialmente sostenuta anche dal nostro governo, anche se non sembra che il semestre di presidenza UE a guida italiana verrà ricordato per i passi in avanti compiuti in materia. Ancora, serve una severa regolamentazione del sistema bancario ombra, non un suo paradossale rilancio. Serve una drastica trasparenza e limiti all’utilizzo dei derivati, il che in Italia comprende anche fare piena chiarezza sulla disastrosa vicenda di quelli presenti nelle pieghe dei bilanci della pubblica amministrazione, che potrebbero portare a perdite per oltre 40 miliardi di euro nei prossimi anni.
Analogamente, occorre ripensare il funzionamento del sistema bancario. La misura probabilmente più importante ed efficace deve consistere in una completa separazione tra banche commerciali e di investimento, fondamentale per fare si che i risparmi depositati in banca dai correntisti e la liquidità fornita da BCE e istituzioni pubbliche serva a erogare credito e non alla speculazione. In questo come in altri casi, le difficoltà non sono di natura tecnica, ma nella volontà politica di procedere.
Oggi unicamente circa il 30% dei prestiti erogati dalle banche europee è destinato a cittadini e imprese non finanziarie. Come detto sui mercati finanziari, da quello delle valute a quello dei derivati, la percentuale di operazioni legate al sistema economico è addirittura notevolmente inferiore. La questione che si pone è se sia necessario allargare ulteriormente la torta, nella speranza che proporzionalmente una fetta più grande finisca all’economia reale, o se non sia più opportuno capire come – a parità di risorse o meglio restringendo la dimensione complessiva del sistema finanziario – fare si che una percentuale nettamente maggiore vada a imprese e famiglie.
Cambiare rotta significa allora agire lungo tre direttrici. La prima è un sistema di regole per rendere la finanza uno strumento al servizio delle attività economiche, chiudendo una volta per tutte l’attuale casinò. La seconda, in parallelo con un sistema di regole “dall’alto”, è una riflessione dal basso sull’uso del nostro denaro. A fronte di un sistema bancario con sofferenze che sfiorano il 10%, Banca Etica in Italia, che pure presta a soggetti spesso considerati rischiosi o non bancabili, ha chiuso il 2014 con sofferenze al 2,5%, circa quattro volte più basse. A fronte di un sistema che continua a chiudere i rubinetti del credito in tempo di crisi, ovvero con un comportamento pro-ciclico, Banca Etica ha chiuso con un segno più sui prestiti erogati.
Una dimostrazione che un diverso sistema bancario, fondato sulla piena trasparenza e la partecipazione, non ha ricadute positive “unicamente” dal punto di vista ambientale e sociale, ma anche da quello strettamente finanziario, e non necessita di bad bank, cartolarizzazioni o sistemi ombra per sostenere l’economia. E’ compito dei decisori politici favorire lo sviluppo di tali iniziative di finanza etica e alternativa, ma è prima di tutto una scelta del singolo cliente e risparmiatore: decidere di mettere i propri soldi al servizio di un diverso modello finanziario e non alimentar un sistema del quale, oltre che vittime, diventiamo anche complici inconsapevoli.
Per una tale trasformazione è necessaria agire lungo la terza direttrice: un lavoro culturale per ribaltare l’immaginario costruito in questi anni, per capire quali siano le priorità e le sfide che ci troviamo davanti. Non solo nel rapporto tra finanza pubblica e finanza privata, ma anche nella stessa definizione e finalità del sistema finanziario: deve essere un mezzo al servizio dell’economia o un fine in sé stesso per fare soldi dai soldi? Se la risposta è la prima, allora occorre cambiare alla base l’approccio che oggi guida le istituzioni europee.
L’ambito non è unicamente quello finanziario. Ancora a monte non si può non menzionare come le difficoltà economiche siano da ascrivere in buona parte alle crescenti diseguaglianze e all’impoverimento di fasce sempre più ampie della popolazione, il che assieme all’austerità che frena la spesa pubblica porta a un crollo della domanda aggregata. Finché le istituzioni europee si concentreranno unicamente sul miglioramento dell’offerta (rendere le imprese più competitive, esportare di più, aumentare l’offerta di credito e finanziaria) e non sul lato domanda (diseguaglianze, investimenti pubblici, revisione del sistema fiscale), è difficile pensare di trovare soluzioni durature.
Rimanendo alla finanza, appare analogamente piuttosto improbabile trovare una soluzione proponendo di accelerare lungo la stessa direzione che ha causato il problema. L’intero edificio finanziario è marcio dalle fondamenta e va ricostruito. Non si può continuare a puntellarlo per tentare di rimandarne il crollo, soprattutto nel momento in cui si sfrutta il fatto che viene continuamente puntellato con soldi pubblici non per ristrutturarlo, ma per costruire torri finanziarie sempre più alte e sempre più instabili.


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