Filmare i propri gesti per addestrare i robot, tra paghe minime e diritti negati
In India si guadagnano 250 rupie l’ora filmando le proprie mani. I video finiscono alle case di robotica, spesso senza il consenso di chi lavora
In breve
- In India, Cina e Stati Uniti migliaia di persone si filmano mentre lavorano: i video in prima persona, detti dati egocentrici, servono ad addestrare i robot umanoidi.
- Le riprese passano da intermediari a case come Tesla e Figure AI, ma la concorrenza al ribasso comprime i compensi: in India le tariffe sono scese del 30%.
- Chi si filma è pagato per il tempo e non per il valore futuro dei dati, e spesso il consenso viene chiesto alla fabbrica anziché ai lavoratori.
Come si spiega, passo dopo passo, il modo corretto di tagliare un mango, avvitare un bullone o piegare un vestito? L’impresa è quasi impossibile. Spezzettare un gesto in tanti movimenti elementari lo svuota di senso. Mostrarlo, invece, funziona molto meglio. Una persona guarda, ripete, corregge, risolve. È il meccanismo dell’imitazione, tra i più antichi dell’apprendimento umano.
Lo stesso meccanismo è alla base oggi di una filiera industriale digitale. La sua materia prima si chiama egocentric data, dati egocentrici. Si tratta di video girati in prima persona, con una telecamera sulla fronte o sul petto o con occhiali smart, che mostrano la scena con gli occhi e le mani di chi lavora. Servono ad addestrare la robotica incarnata, cioè robot guidati da un’intelligenza artificiale (IA) capace di decidere e di muoversi nel mondo fisico.
Nell’enciclica Magnifica Humanitas, papa Leone XIV ha chiamato «nuove terre rare del potere» le informazioni vitali usate per orientare le strategie economiche. I dati egocentrici ne sono una varietà: sono una materia prima poco visibile, ma da cui dipendono automazione e sviluppo dell’IA fisica.
India’s workers are training AI robots to take their jobs https://aje.news/150ldh
— Al Jazeera English (@aljazeera.com) 11 giugno 2026 alle ore 13:00
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Dati egocentrici: perché servono ai robot e come si raccolgono
I modelli come ChatGpt o Gemini sono stati addestrati su enormi quantità di testo. Per un robot non esiste nulla di equivalente: servono registrazioni in prima persona di lavoro fisico. Le riprese vanno poi ripulite e annotate, cioè controllate ed etichettate perché le mani restino visibili e le azioni siano separate dallo sfondo. L’India domina questo mercato: secondo stime di settore copre circa il 35% del mercato mondiale dell’annotazione, con il 60% dei ricavi da clienti statunitensi.
Il 24 giugno 2026 il quotidiano britannico The Guardian ha pubblicato un’inchiesta intitolata “Chi ci pagherà quando saremo sostituiti dai robot?”. Il racconto parte da una sarta in una fabbrica alla periferia di Delhi. La direzione ha chiesto alle operaie della sua linea di legarsi una telecamera sulla fronte prima del turno, senza spiegare perché. La telecamera registrava il ritmo delle mani, la precisione delle cuciture, perfino i dialoghi con le colleghe.
La sarta guadagna circa 200 dollari (175 euro) al mese. Per le riprese ha ricevuto, a volte, una bibita. Il giornale ha esaminato sei fabbriche in cinque Stati indiani: chi indossava occhiali smart (anche di Meta) o telecamere sul capo non ha ricevuto alcun compenso per riprese poi vendute ad aziende tecnologiche. Nessuna delle società interpellate ha dichiarato di aver chiesto il consenso direttamente ai lavoratori.
Compensi per le riprese, dagli Stati Uniti alla Cina all’India
Lo stesso gesto vale cifre molto diverse a seconda di dove viene filmato. Negli Stati Uniti una persona ha ricevuto 80 dollari (70 euro) per due ore di riprese di faccende domestiche, secondo il Los Angeles Times. In Cina, racconta Rest of World, una casalinga dello Shandong riceve 20 yuan l’ora (circa 2,5 euro) per registrarsi mentre fa i lavori di casa. In India una casalinga di Chennai guadagna 250 rupie, circa 2,3 euro, per un’ora di video.
La filiera però comprime i compensi a ogni passaggio. Il fondatore di Labellerr AI, società indiana che raccoglie dati egocentrici, racconta che ogni mese entrano nuovi concorrenti promettendo riprese più economiche: i clienti sarebbero disposti a pagare di più, ma la corsa al ribasso fa sì che a chi gira i video resti spesso nulla. Il sito indiano di informazione Inc42 riferisce che le tariffe sono scese del 30% tra gennaio e giugno 2026. Il lavoro di addestramento dei gesti, poi, tende a eliminare sé stesso. Il think tank indiano Observer Research Foundation lo definisce «autoterminante» perché, quando il modello comincia ad eseguire bene un compito, la domanda di video finisce o si riduce fortemente.
Tesla, Figure AI e Agility Robotics tra gli acquirenti dei dati
Gli acquirenti principali dei dati egocentrici sono ovviamente le case robotiche. Secondo la Mit Technology Review, tra chi compra dati reali ci sono Tesla, Figure AI e Agility Robotics. Le aziende di robotica spendono più di 100 milioni di dollari (88 milioni di euro) l’anno per aggiornare i propri database di addestramento.
Esiste anche un mercato aperto. La società del Delaware Build AI ha pubblicato su Hugging Face, la piattaforma che ospita dataset e modelli di IA, un set dal nome Egocentric-10K. Si tratta di 10mila ore di riprese in 85 fabbriche, con circa 2.100 lavoratori coinvolti. La licenza è libera e ne consente anche l’uso commerciale. La documentazione non indica in quale Paese siano stati girati i video. Altri pacchetti si trovano su piattaforme generaliste come Datarade e il Databricks Marketplace, dove compaiono raccolte da migliaia di ore. I prezzi non risultano pubblici.
A chi spettano i diritti e i proventi dei gesti?
Il valore delle riprese si forma lontano da chi le gira. In India si è sviluppata una discussione riguardo a chi spettino i diritti e i proventi. Diverse società sostengono che le fabbriche siano già compensate per aver reso possibili le registrazioni e che ai lavoratori non serva altro. chi ha girato le riprese non sa quale uso ne verrà fatto, ricorda il Guardian.
I lavoratori producono un bene digitale che può essere concesso in licenza, venduto o usato per addestrare sistemi commerciali, senza poter trattare né opporsi agli usi successivi. I dati nascono dal corpo di chi lavora ma, una volta estratti, non restano legati a lui: chi è pagato lo è per il tempo, non per il valore futuro, e servirebbero royalties o altre forme di condivisione del valore. I proprietari delle fabbriche dove vengono registrati i dati resistono anche alla richiesta di pagamenti diretti, perché i costi del lavoro crescono già e i margini calano.
Anche la normativa sul consenso rende l’India attraente per chi raccoglie dati. La legge indiana sulla protezione dei dati personali prevede un’adesione libera, specifica e informata. Nella pratica, osserva però il think tank indiano Observer Research Foundation, quest’autorizzazione viene richiesta alla direzione della fabbrica e non a chi indossa la telecamera. Le regole attuative sono del novembre 2025 e il pieno regime sanzionatorio scatterà solo a metà 2027.
Telecamere e nuove forme di sorveglianza sui dipendenti
Se i lavoratori si filmano, le aziende possono controllarli. Secondo la testata indiana Scroll.in, alcune società ricavavano dalle riprese rapporti sulla produttività, con classifiche dei dipendenti. Il sindacato più antico del Paese, All India Trade Union Congress, ha detto al quotidiano Arab News che usare i lavoratori per costruire strumenti di automazione aggiunge sfruttamento a sfruttamento.
Le paghe sono basse, eppure per molti rappresentano un’integrazione al reddito non indifferente. Un muratore ricava dalle riprese da 30 a 40 dollari (da 26 a 35 euro) a settimana, mentre con il lavoro abituale nella maggior parte dei giorni guadagna meno di 8 dollari (7 euro). Una casalinga ha detto all’Afp che nessun altro le offre una paga simile per fare le faccende di casa. È la contraddizione su cui cresce questa filiera: per molti lavoratori le riprese sono una fonte di reddito nell’immediato, ma servono ad addestrare macchine che potrebbero sostituirli.




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