Michela Murgia: «Per cambiare il mondo servono rivoluzioni plurali dal basso»

Protagonista al Festival di Internazionale di un evento organizzato da Banca Etica, la scrittrice anticipa a Valori il suo pensiero: «Tutti possiamo fare una rivoluzione»

Di Elisabetta Tramonto
Michela Murgia Foto di Alec Cani

«Credo che fare rivoluzioni al plurale sia qualcosa che accade tutti i giorni ovunque, di continuo». Così ha risposto a Valori Michela Murgia, la scrittrice lo sostiene sempre nei suoi libri, nei suoi post sui social, negli interventi pubblici. Come quello al Festival di Internazionale a Ferrara (sabato 5 ottobre alle 15) organizzato da Banca Etica, anche quest’anno sponsor del Festival.

All’incontro Michela Murgia dialoga con Anna Fasano, presidente di Banca Etica, Alexander Fiorentini di Fridays for FutureJordi Ibáñez, direttore della Fundación finanzas éticas su come possiamo cambiare in meglio il mondo e l’economia dal basso, tutti insieme, senza bisogno di leader ed eroi.

Nel suo ultimo libro, “Noi siamo tempesta” lei parla di cambiamento, frutto di un eroismo corale. È questa, quindi, per lei la ricetta per cambiare il mondo?

Siamo privi di una narrazione al plurale, per cui quando queste cose avvengono sotto il nostro naso o non le vediamo o le consideriamo eccezioni. L’esempio più evidente (eppure più nascosto) è Wikipedia, un alveare del sapere dove ogni giorno milioni di api che nemmeno si conoscono tra loro portano la loro goccia di miele perché sia condivisa da tutti. Eppure se Hollywood deve fare un film non lo fa su Wikipedia, ma su Facebook, dove la figura del fondatore è e resta dominante rispetto all’esperienza collettiva.

 

Nel mondo della finanza etica la partecipazione attiva dal basso è un tema centrale. E uno strumento, molto forte ed efficace, usato a tal fine è l’azionariato attivo. Lei considera anche l’investimento un atto “politico” per indirizzare le attività di un azienda?

Da sempre studio i modelli finanziari etici. L’esperienza dell’economia di comunione di chiara lubich ha segnato la mia sensibilità in materia e l’associazionismo cattolico da cui provengo si è sempre mostrato attento alla questione delle banche armate.

Siamo tutti e tutte più  consapevoli oggi che le scelte economiche dei singoli – dal boicottaggio di certi prodotti o modalità alla scelta attiva di comportamenti finanziariamente etici – orientano le grandi decisioni di sistema. I poteri forti sono tali solo se li si affronta da soli.

La sua terra, la Sardegna, è sorgente di grande creatività, di tenacia, di cambiamento. Le viene in mente qualche caso emblematico di un cambiamento di successo?

Il Sardex è una realtà meravigliosamente esemplare, perché mettendo in rete le fragilità – quelle economiche, da prosaica limitata liquidità – le trasforma in forza attraverso lo scambio paritario.

Non è la sola esperienza, per fortuna. In ambito culturale la Sardegna esprime da quasi dieci anni anche la dimensione di Lìberos, che ha messo in rete decine di comuni e operatori della filiera del libro per promuovere la lettura come fatto quotidiano dei paesi più piccoli, fuori dalla logica degli “eventi” straordinari riservati alle grandi città. È colpa dei nuraghes, credo: da ognuno se ne vedono altri due, per sapere sempre chi è vigile accanto a te.

Uno dei momenti di lettura organizzati da Liberos

Nei suoi libri, in un modo, e nei suoi interventi sui social, in un altro, lei denuncia ingiustizie e difende diritti fondamentali (degli immigrati, delle donne, dei lavoratori, degli individui in generale). Quali dovrebbero essere per lei le priorità nell’agenda di un governo ideale in ambito di diritti umani?

In tema di diritti umani tutti e tutte possiamo far qualcosa, perché nelle democrazie il dissenso organizzato è una grande arma di pressione politica. In Italia sulle questioni interlacciate del lavoro, del maschilismo e dell’accoglienza al nuovo si gioca letteralmente il futuro del Paese. Le persone comuni hanno oggi molti più strumenti per farsi sentire e possono sostenere in molti modi le realtà che lavorano in modo organizzato per promuovere i diritti: case delle donne, Ong, movimenti di sensibilizzazione climatica. C’è l’imbarazzo della scelta.

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