Parte 2

Nestlè, Generali, Exxon: azionariato critico Greatest Hits

Petrolio e carbone. Ma anche armi, stipendi e governance. Così gli azionisti responsabili hanno piegato varie volte anche le multinazionali più ostinate

Di Matteo Cavallito
Seattle, 14 marzo 2018: a un mese dal massacro di Parkland gli studenti protestano contro la lobby delle armi. Di lì a poco un manipolo di suore centrerà una storica vittoria per l’azionariato attivo nel confronto con uno dei maggiori produttori del Paese: la Sturm Ruger. Foto: Ryan1783 Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

L’azionariato attivo è quasi una disciplina olimpica. Richiede anni di allenamento e, soprattutto, una grande pazienza. Si lotta, si perde, ci si riprova: e ogni tanto si trionfa, Forse più spesso di quanto si pensi, almeno negli ultimi anni. E il bello, quando si vince, è che i successi non sono mai banali. Prendiamo le corporation del petrolio: da anni subiscono il pressing degli azionisti che chiedono un cambio di rotta di fronte al cambiamento climatico. Le risoluzioni, spesso, non trovano sufficiente consenso. Ma alle volte anche le multinazionali cedono.

Negli ultimi anni, ad esempio, diverse corporation del petrolio hanno accettato di redigere un report su rischi del cambiamento climatico in relazione alle loro strategie di business. Tra queste Occidental Petroleum, BP e Shell. Ma nel palmares dell’azionariato attivo, è bene ricordarlo, non c’è solo il fossile.

Governance e stipendi

Say on pay. Ovvero il diritto di esprimersi, in modo più o meno vincolante, sulle retribuzioni dei manager, problema sempre attuale, per altro. La richiesta emerge con forza dopo il tragico 2008 e il bilancio, impietoso, delle scelte aziendali condotte dalle maggiori istituzioni finanziarie del Pianeta. Lehman è crollata, la crisi travolge tutti. E la cronaca dei maxi bonus elargiti ai principali dirigenti delle banche è un pugno nello stomaco di molti. Incentivi pessimi a strategie rischiose di breve periodo, parabole disturbanti di chi cade sempre in piedi. Vuoi che qualcuno non si muova?

Il salotto buono elvetico si piega a Ethos

In questo senso, la svizzera Ethos è stata protagonista indiscussa. Fondata nel 1997 a Ginevra, la fondazione raccoglie 230 fondi pensione pubblici elvetici e da anni si conferma particolarmente attenta alle politiche remunerative delle major in cui investe. Tra i principali successi quello raccolto nel gennaio del 2010, quando le compagnie assicuratrici Zurich Financial Services e Swiss Re accettarono per la prima volta nella loro storia di sottoporre i piani di remunerazione del proprio management al voto degli azionisti. Ad accogliere le istanze di Ethos, tra gli altri, tre pezzi grossi del salotto buono nazionale: le banche UBS e Credit Suisse e il colosso Nestlé.

La grande corporation del cibo, per altro, era stata già in passato nel mirino dell’azionariato attivo targato Ethos. È il 2005 e sul tavolo c’è una questione di governance non certo di poco conto: il doppio ruolo dell’allora presidente e Ceo dell’azienda Peter Brabeck. La richiesta era quella di rinunciare a una delle due cariche. Sebbene respinta dal 60% circa dei voti, la mozione di Ethos contribuì ad aprire il dibattito inducendo in seguito la multinazionale a nominare un nuovo amministratore delegato.

Le suore battono le armi

La storia più sensazionale – almeno nei contenuti simbolici – arriva però dagli Stati Uniti, l’unico Paese al mondo con più armi leggere che abitanti (non è una battuta). Judy Byron passa alla storia con un curioso primato: è la prima suora, per dirla con il Seattle Times, a infiltrarsi in una grande azienda degli armamenti. Nel giugno del 2018, dopo un pressing durato anni, la Sturm Ruger (ex Smith & Wesson) è costretta a impegnarsi nella stesura di un report per monitorare la violenza collegata alle proprie armi e a sviluppare, contemporaneamente, prodotti più sicuri. L’iniziativa, lanciata dopo il massacro di Parkland nel 2012, trova anche il sostegno della più grande società di investimento al mondo: il colosso BlackRock.

Foto: U.S Air Force photos/Senior Airman Tristin English dominio pubblico

La mozione passa con il 69% dei voti, praticamente due azionisti su tre. Ed è un risultato storico. Nei tre anni precedenti, la Northwest Coalition for Responsible Investment, il gruppo di pressione presieduto dalle suore, aveva presentato 56 risoluzioni nelle assemblee di alcune delle maggiori corporation totalizzando, malgrado l’impegno, un record negativo di 1 vittoria e 55 sconfitte. Unica eccezione il successo strappato nel 2017 all’assemblea di Exxon. Nell’occasione la compagnia petrolifera era stata costretta a valutare pubblicamente l’impatto del cambiamento climatico sul suo business a lungo termine. Un trionfo isolato. Ma non casuale.

Azionariato attivo vs fossile

È proprio sul fronte ambientale, infatti, che gli azionisti attivi hanno saputo ottenere i risultati più eclatanti. Tra i più recenti il successo conseguito dagli azionisti attivi di Glencore, colosso delle materie prime con un curriculum che è tutto un programma. Il gruppo degli attivisti, guidato dalla Chiesa anglicana, ha costretto la corporation a confrontarsi con l’iniziativa Climate Action 100 +, che raccoglie trecento investitori con 32mila miliardi di dollari di asset gestiti. Glencore, alla fine, ha ceduto al pressing accettando di congelare la produzione di carbone.

Non sarà una rivoluzione verde, d’accordo. Ma è comunque un passo avanti significativo. Negli ultimi anni è stato proprio l’impegno degli azionisti a dar vita a un ripensamento vero e proprio degli investimenti nel fossile. Ne sanno qualcosa i fondi pensione statunitensi che hanno tagliato (o ipotizzato seriamente di farlo) le proprie partecipazioni nel settore. Ma qualcosa si muove anche in Europa.

Generali: addio al carbone

Nel novembre 2018, le assicurazioni Generali hanno iniziato ad abbandonare il business del carbone. Una decisione – che si affianca idealmente allo stop al carbone colombiano approvato da Enel nel 2017 – che è il risultato di una intensa campagna di azionariato attivo condotta dalla Ong Greenpeace e dall’associazione Re:Common, tra campagne, appelli e interventi all’assemblea degli azionisti. In risposta alle richieste degli attivisti, la compagnia ha reso nota l’intenzione di non fornire coperture assicurative per la costruzione di nuove centrali a carbone e di non accettare come nuovi clienti le società che operano nel settore.

Generali ha anche promesso di disinvestire completamente dal carbone liquidando le proprie partecipazioni azionarie nel comparto. Nel mondo delle grandi major finanziarie italiane si tratta di una scelta senza precedenti.

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