L’Onu dice che bisogna tassare i cibi peggiori
Un maxi-studio su Nature rivela il divario: l'obesità infantile rallenta in Occidente, ma esplode nei Paesi poveri. L'Onu propone di tassare il cibo spazzatura
In breve
- Un maxi-studio su Nature, con dati di 232 milioni di persone dal 1980 al 2024, mostra che l’obesità infantile rallenta nei Paesi ricchi ma accelera in quelli poveri.
- Nei Paesi in via di sviluppo il food environment espone i bambini a cibo ultraprocessato a basso costo, pubblicità aggressiva e mense scolastiche povere di alternative sane.
- L’Onu propone di tassare il cibo spazzatura e regolamentare il marketing alimentare rivolto ai minori, sul modello di misure già adottate in alcuni Paesi.
La notizia è positiva, ma nasconde un rovescio della medaglia. L’obesità infantile frena nei Paesi occidentali – quelli del “benessere”, dove sarebbe arrivata al plateau –. Il problema è che aumenta nei Paesi in via di sviluppo.
Possibile? Sì, se ad affermarlo è un articolo pubblicato su Nature nel maggio scorso. La ricerca ha monitorato altezza e peso di 232 milioni di persone dal 1980 al 2024, aggiornando continuamente i dati. Il maxi-studio rivela dinamiche inattese: mentre nei Paesi ad alto reddito (l’Italia tra i primi) si registrano interessanti segnali di inversione di tendenza tra i più giovani già dal Duemila, nella maggior parte dei Paesi a basso e medio reddito (Africa, Asia e America Latina) la crescita annuale dell’obesità è aumentata.
Le cause sarebbero molteplici. Nei Paesi occidentali la legislazione e le campagne di associazioni e politica sono riuscite ad aumentare la consapevolezza – tra le più famose, la battaglia di Michelle Obama contro le bibite gassate. Nei Paesi meno sviluppati, invece, la minore disponibilità di cibi sani, i fattori culturali, il marketing e il desiderio di uno stile di vita identificato con il benessere non trovano argini. E la legislazione, qui, è fortemente inadeguata.
Perché l’obesità infantile cala nei Paesi ricchi
Anche l’università degli Studi di Padova ha fornito i dati di duemila soggetti. «L’importanza di questo lavoro», spiega a Valori il professor Antonio Paoli, che nell’ateneo dirige il Laboratorio di nutrizione e fisiologia dell’esercizio, «è che mentre in una metarevisione si mettono assieme gli studi di diversi ricercatori e la metodologia non è definita a priori, in questo caso è vero il contrario: per entrare nel database bisogna accettare preventivamente certe condizioni, ed è questa la sua forza».
Secondo quanto scoperto dagli studiosi, in alcuni Paesi sviluppati la crescita dell’obesità avrebbe rallentato tra bambini e adolescenti lungo tutto il corso degli anni Novanta del secolo scorso. Le differenze di passo non sono mancate: si spazia tra il 3-4% delle ragazze con problemi di obesità in Giappone, Danimarca e Francia, al 23% dei ragazzi maschi negli Stati Uniti.
In alcuni Paesi occidentali ad alto reddito (per esempio Italia, Portogallo e Francia) a partire dagli anni Duemila l’obesità ha addirittura cominciato a calare. Qualcosa di simile è stato osservato in alcune nazioni dell’Europa centrale e orientale. Gli adulti seguono il trend dei giovani, ma con circa un decennio di ritardo. «In pratica significa che le strategie che mettiamo in piedi da anni per ridurre epidemie di obesità cominciano ad avere effetto», commenta Paoli. La musica, però, cambia nei Paesi poveri, dove, nel corso del tempo, la curva non solo non si è invertita ma addirittura ha accentuato la pendenza.
Un bambino su dieci al mondo è oggi obeso
Analizzare i dati a livello regionale come fa lo studio di Nature fornisce utili indicazioni sui Paesi in cui indirizzare le politiche. Ma anche guardare ai dati aggregati, cioè a livello globale, aiuta a comprendere a che punto siamo.
Ci ha pensato l’Unicef, che a settembre 2025 ha spiegato che per la prima volta l’obesità ha superato il sottopeso tra bambini in età scolare e adolescenti. Non solo: a livello mondiale, ben un bambino su dieci sarebbe obeso. «Le tendenze sociali, economiche e tecnologiche che influenzano la disponibilità, la convenienza e l’uso di cibi differenti possono aver aiutato a controllare la crescita dell’obesità nei Paesi ad alto reddito, ma richiedono interventi di policy in quelli a medio e basso reddito», scrivevano gli esperti.
L’ambiente alimentare che espone i bambini al rischio
Le Nazioni Unite parlano di food environment, che si potrebbe tradurre con “ambiente alimentare”. I bambini dei Paesi più poveri e in via di sviluppo sono esposti a una costante presenza di cibi poco salutari, bibite gassate che non hanno potere nutrizionale, ma apportano molte calorie e zuccheri, e cibi ultraprocessati. Opzioni salutari non sono disponibili, o facilmente accessibili.
Le conseguenze, anche sociali, sono immense. Diete poco salutari aumentano il rischio di sovrappeso, obesità, condizioni cardiometaboliche precoci, tra cui pressione alta, glicemia alta e livelli anormali di lipidi. Problemi, viene spiegato, che possono trascinarsi fino all’età adulta, aumentando il rischio di diverse patologie tra cui il diabete di tipo 2 e alcuni tipi di cancro.
«Ma sovrappeso e obesità sono anche associati a bassa autostima, ansia e depressione tra bambini e adolescenti. Con i genitori che pagano il prezzo delle sfide di salute emotiva dei figli e le difficoltà economiche derivate dall’aumento delle spese mediche. Le economie di tutto il mondo stanno già confrontandosi con i costi crescenti delle cure e una produttività ridotta della forza lavoro dovuta a sovrappeso e obesità», scrive l’Unicef.
Le cause economiche dietro la crescita dell’obesità
Alla base di quanto descritto c’è un apparente paradosso. Gli stessi fattori che hanno sollevato alcune popolazioni dalla povertà (per esempio i cibi industriali che hanno permesso di sfamare buona parte della popolazione) possono, una volta raggiunto l’obiettivo, cominciare a essere considerati in un’altra ottica. Cibi iperprocessati e conservabili sono serviti per combattere la denutrizione, ma il progresso non può fermarsi a questo punto, ammoniscono gli esperti.
Il fatto è che il marketing spesso dimentica l’etica, e colpisce senza riguardi proprio dove fa più male. Un esempio? La psicologia insegna che i bambini hanno una preferenza innata per i sapori dolci rispetto a quelli amari. E l’industria ha imparato presto a sfruttare questa debolezza. Cibi e bevande spazzatura (tipicamente ben impacchettati) sono ampiamente disponibili e aggressivamente pubblicizzati proprio nei posti dove i più piccoli vivono, giocano e studiano. E per di più costano poco.
Supermercati, mense scolastiche e pubblicità digitale
Il progresso, come si diceva, non porta solo benessere. Nei Paesi a medio reddito, spiega l’Unicef, parallelamente alla diffusione dei centri commerciali che sostituiscono il commercio locale, cresce anche la presenza di alimenti poco salutari, che peraltro tendono a costare meno per via dei sussidi agli ingredienti principali – mais, soia e grano.
Non solo. La ricerca mostra che i negozianti mostrano più spesso il cibo spazzatura all’entrata dei negozi nelle aree più povere rispetto ai quartieri più ricchi, dove il livello culturale agisce da schermo. Accade, per esempio, in Argentina, Brasile, Costa Rica e Messico. Poi ci sono le mense scolastiche, che spesso nelle aree più povere servono carne processate, patatine, bevande zuccherate. E ai refettori si arriva tramite la politica, che non capisce il problema, o, nel peggiore dei casi, è collusa con l’industria.
Non solo: il marketing digitale è particolarmente aggressivo nei confronti dei bambini che si sentono tentati dalla pubblicità e sotto pressione. In questo caso – in controtendenza rispetto al resto – a essere messi peggio sono i Paesi ad alto reddito, forse per la disponibilità di dispositivi. Ma, sottolinea l’Onu, la presenza di pubblicità invasive è a livelli inaccettabili anche in quelli poveri e persino nelle zone di guerra.
Come l’Onu propone di tassare il cibo spazzatura
Per cercare di aumentare i profitti, prosegue l’Onu, l’industria fa leva su importanti risorse finanziarie e influenza politica per resistere ai tentativi di regolamentazione. Questa disparità di poteri rende difficile per governi, comunità e famiglie proteggere il diritto dei figli a un’alimentazione sana. Accordi delle aziende con le istituzioni fanno entrare il junk food nei menu e creano lealtà nei piccoli consumatori, che domani saranno già presi all’amo.
L’Onu propone di utilizzare la mano pesante: le aziende poco etiche devono finire nel mirino dei governi. Diverse le opzioni sul tavolo, a cominciare da una normativa sul latte in polvere, ma anche leggi che colpiscano gli “ambienti alimentari” e che limitino la disponibilità, il marketing e l’acquisto del cibo spazzatura. Si possono, suggerisce l’Onu, tassare i cibi peggiori, arrivando a favorire con sussidi la produzione e commercializzazione di alternative salutari, che risultano spesso più costose: utile anche prevedere sussidi per veicoli commerciali in grado di mantenere la freschezza dei cibi, per esempio con celle frigorifere.
Il legislatore deve correre ai ripari anche per quanto riguarda i lobbisti, costringendo a dichiarare i propri conflitti di interesse: si può, inoltre, costruire un database dei dati sanitari e delle misure intraprese. Infine c’è un altro elemento, ricorda Paoli: «Spesso si scambia la lotta all’obesità con il cosiddetto bodyshaming, ma in realtà si tratta di una malattia riconosciuta anche in Italia, con delle conseguenze precise». Insomma, anche le buone intenzioni a volte possono condurre fuori strada.




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