Oscar 2026: Hollywood vede il clima. Ma non lo premia ancora
Agli Oscar 2026 un film su tre trattava la crisi climatica. Nessuno ha vinto una statuetta. Hollywood guarda il clima, ma non lo premia ancora
Nella cerimonia degli Oscar di dieci anni fa, Leonardo DiCaprio riceveva il premio come miglior attore protagonista per The Revenant. Il cuore del suo discorso ruotava attorno alla minaccia reale dei cambiamenti climatici e alla necessità di lavorare assieme per affrontare il pericolo più imminente per la nostra specie. Fu la prima volta che con grande nettezza il tema della crisi climatica veniva affrontato nella manifestazione più importante del cinema.
Sono passati dieci anni: l’ultima edizione è appena andata in archivio, sul palco si sono alternati registi, attrici e attori, sceneggiatori, spille per protestare contro le violenze dell’Ice o bandiere palestinesi. Non si è però ripetuta la scena di DiCaprio, nonostante un dato: per la prima volta nella storia recente della manifestazione, quasi un terzo dei film in lizza aveva un filo comune che li teneva in qualche modo connessi: riconoscere la crisi climatica.
Il Climate Reality Check: come si misura la presenza del clima nei film
Good Energy è una società di consulenza narrativa che si pone l’obiettivo di aumentare la visibilità della crisi climatica nei film e nelle serie tv. Da tre anni applica ai film candidati agli Oscar un test, chiamato Climate Reality Check, ispirato al celebre test di Bechdel del 1985 sulla rappresentazione femminile nel cinema. Il punto di partenza è semplice. Il film supera il test se può rispondere a due domande. La prima: i cambiamenti climatici esistono nella storia raccontata? La seconda: almeno un personaggio ne è consapevole?
Quest’anno, tra i film candidati all’Oscar, sedici soddisfacevano i criteri di eleggibilità, cioè essere ambientati sulla Terra, in epoca contemporanea o futura, con una sceneggiatura originale. Di questi sedici, cinque avevano superato il test: Arco, Bugonia, Jurassic World Rebirth, The Lost Bus e Sirāt. In altri termini, un film su tre tratta dei cambiamenti climatici.
È un dato che si capisce meglio se visto all’interno di una tendenza. Nel primo studio di Good Energy, sui 250 film più popolari prodotti tra il 2013 e il 2022, il dato era del 9,6%. La percentuale era salita al 23%, nel 2024, per poi crollare l’anno successivo al 10%. Quest’anno, il grande salto al 31%: la tendenza non è consolidata, ma un passo in avanti è stato fatto.
Il silenzio che non si è rotto
Good Energy aveva ipotizzato che la premiazione di uno dei cinque film avrebbe potuto portare le parole «cambiamenti climatici» sul palco, rompendo quello che chiama il «silenzio climatico». Non è accaduto. Bugonia di Yorgos Lanthimos, candidato in quattro categorie tra cui Miglior film: zero statuette. Arco, candidato al Miglior film d’animazione: battuto da KPop Demon Hunters. Sirāt, candidato al Miglior film internazionale: sconfitto dal norvegese Sentimental Value. Il Miglior film è andato a Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, segnalato come film con accenni climatici insufficienti a superare il test. Sul palco, Anderson ha ringraziato il cast, senza nessun riferimento al clima.
Eppure, paradossalmente, questo è accaduto nell’anno in cui più che mai il cinema ha dimostrato di saper raccontare la crisi climatica. Ciò che colpisce è la varietà. Come si legge nel rapporto ufficiale di Good Energy: «Il clima non è un genere. Questi cinque film sono straordinariamente diversi l’uno dall’altro, attraversano toni e scale».
Arco, Bugonia, Sirāt: i cinque film che hanno raccontato la crisi climatica
Si passa da Jurassic World Rebirth al futuristico mondo di Arco, che immagina un 2075 che ha provato ad adattarsi e a limitare i danni dei cambiamenti climatici, con città autosufficienti, parchi eolici e giardini pensili. The Lost Bus racconta la storia vera del salvataggio di una scolaresca durante il più grande incendio che ha colpito la California. Bugonia di Lanthimos – candidato in quattro categorie – usa il rapimento di una Ceo di un’azienda farmaceutica per attaccare il sistema economico responsabile del collasso ecologico.
Sirāt, candidato al Miglior film internazionale, era il più radicale: disegna un road movie ambientato in un paesaggio desertico, senz’acqua, con poco carburante, con la radio in sottofondo che racconta la Terza Guerra Mondiale in corso. Il regista, Óliver Laxe, ha spiegato la domanda centrale del film: «La vita ci spingerà così tanto verso un confine… Con la crisi climatica e le nuove tecnologie, l’intelligenza artificiale, la domanda è: cosa significa essere un essere umano?»
Dal catastrofismo al climate realism
C’è un dato particolarmente interessante rispetto a come vengono narrati i cambiamenti climatici in questi film. Come riporta lo stesso rapporto, c’è un filo comune: la sopravvivenza alla crisi climatiche dipende dall’azione collettiva, non dal genio individuale o dalla superiorità tecnologica. Storie che rifiutano il mito che il disastro inevitabilmente ci divida o produca solo caos, e invertono la rotta narrativa rispetto all’immaginario tradizionale: non più l’eroe solitario che salva il mondo, ma comunità che si organizzano, si adattano, ricostruiscono nuovi legami.
Il cli-fi – climate fiction, genere nato nei primi anni del Duemila come derivazione della fantascienza classica – ha percorso molta strada. Dal catastrofismo di The Day After Tomorrow (2004) al gelo sociale di Snowpiercer (2013), dalla siccità di Mad Max: Fury Road (2015) alla satira di Don’t Look Up (2021), il genere ha attraversato decenni e registri. I film più interessanti di oggi spostano il baricentro sempre di più verso l’adattamento ai cambiamenti climatici, verso il racconto di come ci si viva dentro. È quello che viene chiamato «climate realism» – l’eco-quotidianità al posto dei futuri apocalittici e distopici.
Raccontare la crisi climatica al cinema è un atto politico
Secondo un sondaggio di Yale sui cambiamenti climatici dell’autunno 2025, solo il 20% degli americani discute dei cambiamenti climatici con familiari o amici con regolarità mensile. Una «spirale del silenzio» che approfondisce l’ansia collettiva. Quello che il cinema normalizza e tenta di raccontare può avere un peso.
Certo, il cinema non salva il Pianeta. Ma può cambiare il modo in cui il Pianeta viene immaginato. E l’immaginazione ha sempre preceduto l’azione politica. In una stagione in cui i governi di mezzo mondo sembrano voler rimuovere la crisi climatica dall’agenda pubblica, il fatto che quasi un terzo dei film candidati agli Oscar 2026 abbia scelto di guardarla in faccia non è un dettaglio secondario. Raccontare il clima è, per usare le parole di Good Energy, un atto di coraggio. Premiarlo, evidentemente, ancora no.




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