C’è chi guadagna 1.800 dollari al secondo alimentando il caldo estremo
Un’analisi di Oxfam spiega che sole cinque compagnie del settore fossile hanno alimentato un’ondata di caldo estremo su quattro negli ultimi decenni
In breve
- Soltanto cinque compagnie petrolifere e del gas sono responsabili di emissioni climalteranti tali da generare quasi un’ondata di caldo su quattro, secondo un’analisi di Oxfam.
- Nel frattempo, sei tra le più grandi multinazionali del mondo nel settore stanno generando profitti stratosferici: 147 miliardi di dollari previsti nel 2026 per BP, Chevron, Eni, ExxonMobil, Shell e TotalEnergies.
- Due tra le aziende elencate sono state anche accusate di recente di aver adottato pratiche volte ad aggirare il fisco dei Paesi in cui hanno sede.
Mentre l’Europa comincia ad affrontare la quarta ondata di caldo estremo della stagione, che si preannuncia lunga e intensa, l’organizzazione non governativa Oxfam ha pubblicato un’analisi nella quale si punta il dito contro le compagnie del settore fossile. Nel documento, infatti, si afferma che le emissioni di gas ad effetto serra provocate da sole cinque grandi imprese state sufficienti per provocare quasi un’ondata di caldo estremo su quattro, tra il 2000 e il 2023.
Le aziende in questione sono British Petroleum, Chevron, ExxonMobil, Shell e TotalEnergies. I calcoli sono stati effettuati sulla base dei dati di S&P Capital Trucos, che monitora l’impatto ambientale di circa 18mila grandi società di tutto il mondo. Oxfam precisa che, soltanto lo scorso anno, i colossi del petrolio e del gas sono responsabili di danni ecologici pari a 60 miliardi di dollari. E a pagare saranno, come sempre accade, le comunità e i loro contribuenti.
Sei big fossili, Eni incluso: previsti utili a 147 miliardi
Come se non bastasse, mentre decine di milioni di persone in tutto il Vecchio Continente cercano refrigerio, i mega-incendi devastano Francia e Spagna, migliaia di lavoratori sono costretti a fronteggiare condizioni ai limiti del sopportabile, le sei più grandi multinazionali del settore fossile dovrebbero raddoppiare i loro profitti nel secondo trimestre del 2026.
Altrimenti detto, queste aziende si arricchiscono alimentando la catastrofe climatica, mettendo in pericolo economie, ecosistemi, biodiversità e vite umane nel Pianeta intero.
Nello specifico, gli utili previsti per l’intero anno 2026 di BP, Chevron, Eni, ExxonMobil, Shell e TotalEnergies dovrebbero arrivare a 147 miliardi di dollari. Più di quanto accumulato nei 21 mesi precedenti (dal secondo trimestre del 2024 al quarto trimestre del 2025). Con Chevron che spicca, in particolare, essendo sulla buona strada per quadruplicare i propri utili, pari a 1.200 dollari al secondo negli ultimi tre mesi. ExxonMobil dovrebbero al contempo triplicarli, arrivando a 1.800 dollari al secondo.
«L’avidità dei colossi del petrolio è incompatibile con un Pianeta abitabile»
Oxfam sottolinea che «una tassa sui super-profitti sulle più grandi imprese del settore fossile potrebbe generare fino a 400 miliardi di dollari soltanto nel primo anno». Denaro che basterebbe «per coprire i costi annuali di adattamento climatico dei Paesi a reddito basso e medio».
«Le aziende del settore fossile si stanno arricchendo sulle spalle dell’umanità. Mentre ondate di calore estreme, inondazioni e tempeste devastano le comunità di tutto il mondo, l’industria si appresta a incassare una nuova ondata di profitti. Le famiglie pagano un prezzo altissimo su tre fronti: con la distruzione delle loro case e dei loro raccolti, con l’impennata dei prezzi dell’energia e con una crisi del costo della vita aggravata dalla nostra dipendenza dai combustibili fossili. L’avidità dei colossi del petrolio è incompatibile con un pianeta abitabile», ha commentato Mariana Paoli, responsabile delle campagne sul clima di Oxfam.
I ricavi fiscali mancanti nonostante i profitti mastodontici
A indignare sono poi rivelazioni come quelle emerse dalle analisi dell’economista francese Gabriel Zucman, che concentrandosi sul caso di TotalEnergies ha mostrato pratiche evidenti di elusione fiscale. Il docente ha spiegato infatti che la compagnia non paga infatti quasi nulla di tasse sulle società in Francia. «Anno dopo anno vi avete in effetti dichiarato soltanto perdite – ha affermato, rivolgendosi alla dirigenza – benché a livello mondiale i vostri ricavi abbiano superato i 20 miliardi di dollari. E ciò nonostante in Francia abbiate 37mila dipendenti».
Secondo Zucman quei profitti sono stati sottratti al fisco transalpino. «Nei vostri conti nominate alcuni paradisi fiscali come le Bahamas o le Bermuda nei quali non dichiarate alcun ricavo. Ma occorre analizzare la lista fino in fondo. All’ultima linea sommessamente chiamata “resto del mondo” si trova la bellezza di 11,5 miliardi di dollari di ricavi nel 2022, tassati al 4%». In altre parole, nel “resto del mondo”, TotalEnergies dichiara tra il 25 e il 30% dei propri ricavi: oltre agli 11,5 miliardi del 2022, anche 9,1 miliardi nel 2023 e 5,9 miliardi nel 2024. Su totali, rispettivamente, di 49, 28,5 e 23 miliardi nei tre anni presi in considerazione.
Anche Shell accusata di uso intensivo dei paradisi fiscali
Allo stesso modo, un’analisi di Follow the money ha rivelato, grazie a documenti finanziati dell’azienda, che pratiche simili sono state adottate anche da Shell. La compagnia anglo-olandese, si legge nell’inchiesta, «ha trasferito i propri profitti attraverso paradisi fiscali quali le Bahamas e la Svizzera. Privando potenzialmente i Paesi in via di sviluppo di centinaia di milioni di euro». Un meccanismo che fa perfino sorgere dubbi sulla legalità di tali comportamenti, come conferma un docente di diritti tributario citato nell’analisi.




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