Con una parola, Trump smonta la legge che tutela la fauna selvatica
Modificando l'Endangered Species Act, Donald Trump dichiara guerra pure alla biodiversità nel territorio statunitense
In breve
- Il 10 luglio 2026 l’amministrazione Trump ha cambiato la definizione di «danno» nell’Endangered Species Act, la legge che dal 1973 tutela le specie a rischio negli Stati Uniti.
- Da settembre distruggere l’habitat di una specie protetta – abbattere alberi, prosciugare stagni, edificare spiagge – non sarà più reato: lo sarà solo ucciderla o ferirla direttamente.
- Il paradosso è che l’81% delle specie protette è minacciato proprio dalla perdita di habitat, contro il 17% dalla caccia diretta. E 43 milioni di ettari statunitensi sono designati habitat critici.
Si può cancellare mezzo secolo di protezione della fauna selvatica cambiando il significato di una sola parola. Lo ha fatto il 10 luglio 2026 l’amministrazione di Donald Trump con l’Endangered Species Act, la legge cardine con cui gli Stati Uniti tutelano dal 1973 le specie a rischio di estinzione.
La parola presa d’assalto è harm (danno). Per oltre cinquant’anni «danneggiare» una specie protetta non ha significato soltanto ucciderla o ferirla direttamente: comprendeva anche qualsiasi «modifica o degrado significativo» del suo habitat che compromettesse la sua capacità di nutrirsi, ripararsi o riprodursi. Nel 1995 la Corte Suprema aveva confermato questa interpretazione, dando torto ai proprietari terrieri che sostenevano che «danno» dovesse voler dire solo il colpo diretto.
Ora i dipartimenti dell’Interno e del Commercio hanno abrogato quella definizione: si considera «danno» vietato solo l’atto che uccide o ferisce direttamente un animale protetto. Distruggere il suo nido o il suo habitat (abbattere gli alberi, prosciugare lo stagno, cementificare la spiaggia in cui vive) non conta più come reato.
La perdita di habitat è la prima causa di estinzione
La perdita e il degrado degli habitat sono la prima causa di estinzione al mondo, secondo la Piattaforma intergovernativa sulla biodiversità e i servizi ecosistemici (Ipbes). Uno studio del 2019 sulle specie protette dall’Endangered Species Act tra il 1975 e il 2017 ha mostrato che solo il 17% era minacciato dall’uccisione diretta tramite caccia o bracconaggio. L’81% era invece a rischio per la perdita di habitat.
Lo studio cita per esempio il picchio dalla nuca rossa che scava le sue cavità solo in vecchi pini maturi; abbatterli non ferisce direttamente alcun esemplare, ma ne condanna le colonie a venire. Il piviere sabbioso, invece, torna ogni primavera sulle stesse spiagge per nidificare; se durante l’inverno quella spiaggia viene edificata, in primavera troverà solo cemento. Insomma, il danno arriva solo in modo differito e indiretto: questa è la parte che il nuovo regolamento smette di riconoscere.
Negli Stati Uniti oltre circa 43 milioni di ettari sono oggi designati come habitat critici. La modifica voluta da Donald Trump alla legge sulle specie a rischio, che entra in vigore il 14 settembre 2026, potrà accelerare trivellazioni, estrazioni minerarie, disboscamenti, agricoltura intensiva e sviluppo immobiliare proprio in quelle aree.
La modifica arriva senza valutazione scientifica
Come spiega la testata The Conversation, sono anni che settori quali oil&gas, minerario, immobiliare, agroindustria e legname chiedono allentamenti dell’Endangered Species Act. Ora Trump li ha accontentati. Il segretario all’Interno Doug Burgum ha parlato di una legge «abusata per ostacolare l’uso legittimo del territorio» che è finita per «gravare sulle famiglie e sulle imprese americane».
I giuristi sollevano due obiezioni. Primo: manca la valutazione scientifica sull’impatto che di norma precede una scelta di questa portata. Secondo: nella pratica è raro che un progetto si debba fermare per la tutela degli habitat. Più spesso chi costruisce deve solo predisporre un piano di conservazione che descrive gli effetti attesi sulla specie e come limitarli. Con la nuova regola quel meccanismo salta e, con lui, l’incentivo a compensare i danni proteggendo la specie altrove.
Nel momento della consultazione pubblica, poi, la legge aveva raccolto circa 220mila osservazioni ufficiali. Secondo un’analisi del New York Times, il 99% era contrario alla modifica voluta dall’amministrazione Trump. Tra chi chiedeva di fare marcia indietro c’erano anche le agenzie faunistiche di Stati a guida repubblicana. I procuratori generali di sedici Stati hanno definito la motivazione «arbitraria, irragionevole e contraria alla legge».
L’associazione Earthjustice ha già annunciato ricorso. Se il caso arrivasse all’attuale Corte Suprema, tuttavia, la sua maggioranza conservatrice potrebbe trasformare la modifica in un precedente vincolante, rendendo di fatto impossibile per le amministrazioni future ripristinare la vecchia interpretazione con un nuovo regolamento, se non attraverso un voto al Congresso.
Gli habitat hanno un valore economico che Washington ignora deliberatamente
Eppure, mentre Washington cancella il valore giuridico degli habitat, una parte del sistema economico globale sta andando nella direzione opposta. Il World Economic Forum ha stimato che 44mila miliardi di dollari di valore economico dipendono in modo moderato o elevato dalla natura e dai suoi servizi. Si tratta di oltre la metà del Prodotto interno lordo (Pil) mondiale. I settori più esposti sono proprio costruzioni, agricoltura e alimentare: gli stessi che beneficeranno della deregulation americana.
Da questa consapevolezza sono nati strumenti e impegni internazionali, dalla Task Force on Nature-related Financial Disclosures (Tnfd) che chiede a imprese e società finanziarie di rendicontare la propria esposizione ai rischi legati alla natura, al concetto di capitale naturale, fino agli impegni assunti alla Cop16 sulla biodiversità di Cali. La mossa di Trump va nella direzione contraria, trattando l’habitat come un costo da eliminare. È una deregulation che, oltre al danno ecologico, incorpora un rischio economico semplicemente non prezzato e scaricato sul futuro e sulla collettività.
C’è poi una scorciatoia ideologica che ricorda le promesse del greenwashing tecnologico. Burgum ha citato la “de-estinzione” del lupo delle praterie, ottenuta modificando pochi geni del lupo grigio, come prova che la tecnologia «può forgiare un futuro in cui le popolazioni non sono mai a rischio». Ma ricreare in laboratorio la copia di una specie estinta costa moltissimo e non sostituisce la tutela di ciò che è ancora vivo. È la stessa logica che, in finanza, giustifica emissioni e consumo di risorse oggi con la promessa di rimediare domani.
L’Europa va nella direzione opposta con la Nature Restoration Law
Il contrasto con l’Unione europea, almeno sulla carta, è netto. Nel 2024 Bruxelles ha approvato la Nature Restoration Law che impone obiettivi di ripristino degli ecosistemi. Il percorso è stato segnato da forti tensioni politiche e dall’opposizione di Paesi come l’Italia, che hanno annacquato la proposta iniziale, ma è comunque arrivato a compimento. Sul piano finanziario, la direzione europea – tra tassonomia, obblighi di rendicontazione di sostenibilità e attenzione crescente alla biodiversità – resta per il momento orientata a integrare la natura nelle decisioni economiche, non a espellerla.
Per gli investitori e le banche, anche italiane ed europee, la domanda diventa concreta: quanto delle proprie esposizioni riguarda i settori statunitensi – estrattivo, immobiliare, agroindustriale – che dalla deregulation trarranno margine di manovra? E quanto quei margini sono coerenti con gli impegni dichiarati sulla biodiversità? Perché una specie, come ricorda il giurista Karrigan Börk su The Conversation, non ha una seconda possibilità: «Se la perdi, è persa per sempre». A differenza di un titolo in portafoglio, insomma, la biodiversità non si può ricomprare.




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