In Palestina l’apartheid è anche economica e finanziaria

Economia, banche, finanza, imprese, diritti: ecco come si vive in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza

Vivere in Palestina significa essere sottoposti ad un regime di apartheid. Anche dal punto di vista finanziario © rglinsky/iStockPhoto

A Hebron, Ramallah, Betlemme e nella Striscia di Gaza l’architettura urbana parla. Parlano le palazzine di cemento, i fasci di fili elettrici sospesi nelle periferie, il susseguirsi di strutture fatiscenti. Raccontano la storia della Palestina, la vita di chi la abita. Anche le insegne dei negozi parlano. Alcune possono risultare familiari anche a chi vive nel ricco mondo occidentale. I loghi di Starbucks e KFC, ad esempio. Colori e immagini figli di strategie di marketing pensate per un altro mondo, che si confondono in un oceano caotico e magmatico di scritte in lingua araba. È così nei dedali di strade punteggiati da negozi a conduzione familiare, nei viali commerciali, nei saliscendi incorniciati da piccoli ristoranti che colorano il cemento grigio degli edifici.

L’economia della Palestina è una battaglia quotidiana in un circuito in gran parte chiuso. Chiuso da barriere militari, politiche e ideologiche. Nel quale in pochi vogliono penetrare. Non le multinazionali della grande distribuzione organizzata, non i grandi marchi industriali, non le catene della ristorazione. E neppure le grandi banche internazionali.

L’apartheid che, di fatto, rappresenta la quotidianità per gran parte del popolo palestinese è ben presente infatti anche nel settore finanziario. Limitando non solo l’accesso ai relativi servizi, ma anche i potenziali investimenti provenienti dall’estero.

Gerusalemme Est vista da un drone. Nonostante l’occupazione militare, la mancanza di una moneta propria e di una banca centrale, l’economia palestinese ha mostrato negli anni una grande capacità di resilienza








Il tessuto economico resta infatti incredibilmente fertile, malgrado le immense difficoltà incontrate dalla popolazione




Il Prodotto interno lordo dei Territori varia fortemente tra le diverse aree che li compongono. Nel complesso, si stima che nel 2018 abbia superato i 14 miliardi di dollari

L’economia della Palestina è viva. Nonostante l’occupazione israeliana

Chi volesse lanciarsi in un business in Palestina, infatti, deve fare i conti con un contesto tutt’altro che favorevole. L’Autorità palestinese non dispone né di una banca centrale, né di una valuta propria. E neppure di uno Stato. Per questo, anche in periodi di pace, investire dall’estero non può che risultare particolarmente complicato. Eppure il settore privato palestinese, composto al 90% da piccole e medie imprese, ha mostrato una sorprendente capacità di adattamento. Nonostante gli enormi ostacoli imposti dall’occupazione israeliana

L’Autorità palestinese è infatti estremamente dipendente dagli aiuti internazionali. E cerca in ogni caso di attirare investimenti diretti esteri (IDE) sfruttando alcuni meccanismi: una politica fiscale incoraggiante, la creazione di una Borsa, il sostegno dell’Agenzia multilaterale di garanzia degli investimenti della Banca mondiale. O ancora la ratifica della Convenzione di New York sul riconoscimento e il rispetto delle sentenze arbitrali estere. Ciò nonostante, benché gli IDE siano risultati in aumento dal 2009 in poi, la partecipazione è ancora estremamente circoscritta a livello geografico. L’80% del denaro proviene infatti dalla Giordania, e in particolare dal settore finanziario della nazione mediorientale. 

«Nonostante le difficoltà geopolitiche – sottolinea un’analisi del quotidiano svizzero Le Temps – e la dipendenza dalle banche israeliane, la Palestina dispone di un settore finanziario regolato. Più della metà delle banche operanti è di origine regionale (Giordania, Kuwait, ecc.). Alcune iniziative, come il Fondo di garanzia di crediti euro-palestinesi, avviato dalla Commissione europea e dalla banca pubblica tedesca KfW, sono finalizzate a facilitare il finanziamento delle micro-imprese palestinesi e delle società di taglia intermedia».

Una filiale di Bank of Palestine a Betlemme © Salvatore Guida

Le vie alternative per l’accesso al credito in Palestina: il caso di Ucasc

Tuttavia, non sempre l’accesso al credito è facile. È per questo che da decenni i palestinesi hanno cercato di inventare vie alternative. Nel 1999, ad esempio, è nata l’Unione delle associazioni cooperative per il risparmio e il credito (Ucasc). «Abbiamo cominciato tra il 1999 e il 2000 dalla constatazione di una mancanza di risorse, specialmente per le donne – spiega Randa Abed Rabbo-Zein, dirigente dell’associazione -. Durante la prima Intifada molte persone hanno perso le loro fonti di guadagno. Ad esempio numerosi lavoratori impiegati sul territorio di Israele sono andati via e hanno cercato di lanciare iniziative in Cisgiordania. Ma le banche sono presenti nella città, non nelle aree rurali. Così abbiamo lanciato la nostra cooperativa».

«Oggi – prosegue Randa Abed Rabbo-Zein – abbiamo cooperative gestite da donne presenti in ogni distretto, per essere vicini alla popolazione. E ciascuna responsabile ha una sua autonomia gestionale. Siamo state presenti fino al 2013 anche nella Striscia di Gaza. Finché è stato possibile. La speranza è, un giorno, di diventare una vera banca cooperativa».

STORIE DI SUCCESSO – Le mense scolastiche a Nablus

Una delle iniziative promosse dall’Ucasc ha puntato a sopperire ad una mancanza di mense scolastiche in numerose aree della Palestina. Dando al contempo lavoro e reddito a donne che, altrimenti, non avrebbero avuto fonti di introito.

L’associazione ha contribuito a creare dodici strutture, per un investimento complessivo di circa 25mila euro. L’Ucasc spiega che i redditi netti che riescono oggi ad ottenere è di circa 360 euro al mese per ciascun membro. Ovvero il salario minimo per una persona che lavora 8 ore al giorno. Ma è stato possibile dare lavoro anche a un gruppo di assistenti, avviare iniziative volte a spiegare i principi di un’alimentazione sana e consegnare forniture alle scuole.

«Si è trattato – precisa l’Ucasc – di un modo per garantire ai membri dell’associazione e alle loro famiglie un sensibile miglioramento dei loro standard di vita».

Il settore informale in Palestina rappresenta il 40% dell’economia

Ciò nonostante, le banche sono poco utilizzate per il finanziamento delle aziende. Il settore “informale” rappresenta il 40% dell’economia e dà lavoro a un terzo della popolazione nel privato. Il tutto in una nazione nella quale il tasso di disoccupazione è attorno al 30%.

Una nuova piattaforma di investimenti per tentare di facilitare l’ingresso di liquidità europea è stata avviata alla fine del 2020. Il primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh e il rappresentante dell’Ue in Palestina, Sven Kühn von Burgsdorff l’hanno annunciata  il 1 dicembre. La dotazione: 100 milioni di dollari arrivati da una sovvenzione europea e altri 410 sotto forma di prestiti bancari e garanzie. 

«La piattaforma costituirà uno strumento di scambio di esperienze e di informazioni – ha commentato Shtayyeh -, di promozione degli investimenti locali e servirà per invitare gli istituti di credito europei a puntare sulla Palestina». Una delle priorità dell’Autorità è infatti «favorire l’ingresso di investimenti stranieri, per sostenere settori vitali come l’agricoltura, i trasporti, le comunicazioni, le energie rinnovabili, le risorse idriche, le tecnologie digitali».

Il 90% dell’economia palestinese è costituita da piccole e medie imprese. Nei Territori occupati circolano tre monete: quella israeliana, il dinaro giordano e il dollaro americano

Il tasso di disoccupazione è tuttavia ancora molto alto, pari a circa il 30%

Le condizioni di lavoro ed economiche sono particolarmente diverse nelle differenti aree della Palestina: Cisgiordania, Gerusalemme Est e Striscia di Gaza

Tutti i dati indicano come sia proprio a Gaza la situazione peggiore: in termini di Pil, di ricchezza, di condizioni di lavoro

Lo sviluppo della microfinanza in Palestina

Nel frattempo, ad aiutare le imprese palestinesi è soprattutto il microcredito. A partire dagli anni Novanta, il sistema è stato sostenuto da donatori, come nel caso delle associazioni Oxfam e Save the Children. «Oggi – prosegue Le Temps – sono nove gli istituti dedicati e tre i programmi. In sei casi di tratta di entità regolate dall’Autorità monetaria palestinese, che opera in mancanza di una banca centrale in Cisgiordania e a Gaza». 

Una delle società specializzate nel microcredito è Reef, del quale Fondazione Finanza Etica è socia. Masa Khalifa è fundraising manager dell’azienda: «La vita di chi abita in Palestina non è una vita normale. Non lo è nella Striscia di Gaza, ma neppure in Cisgiordania. Ciascuno di noi ha delle aspettative, ma anche spostarsi dalla propria residenza al luogo di lavoro può essere estremamente complicato. Ci sono checkpoint da superare, lunghi giri da effettuare. E così anche i business sono minacciati quotidianamente. A tutto ciò si è aggiunta la pandemia, e con essa la mancanza di vaccini in Palestina».

Un negozio a Betlemme © Salvatore Guida

Così, il sistema economico non è in grado di assorbire «le migliaia giovani laureati che non riescono a trovare un lavoro. E per questo vogliono andare altrove. Io stessa avrei voluto seguire un corso di studi a 40 minuti da casa. Ho provato per sette volte a raggiungerlo, invano. Così, ho dovuto cambiare campo di studi. È un esempio concreto di come l’occupazione incide sulle scelte di vita delle persone».

«Non riusciamo a rispondere alla domanda di microcredito»

Per questo Reef cerca di sostenere con il microcredito chi tenta di avviare un’impresa: «Operiamo soprattutto nel settore agricolo – prosegue Khalifa -. L’80% delle persone, se non direttamente tramite le loro famiglie, possiede della terra in Palestina. Purtroppo con il Covid-19 ci sono stati numerosi fallimenti. Abbiamo dovuto avviare la ristrutturazione di numerosi prestiti».

Ciò nonostante, l’apporto della microfinanza è per molti determinante: «Abbiamo erogato prestiti a 3-4mila persone. Il problema però è che non abbiamo abbastanza fondi a disposizione. Non attraiamo investitori perché non garantiamo guadagni. E fatichiamo con le donazioni perché non siamo una Ong. Le banche regionali, inoltre, praticano tassi troppo alti. Così, non siamo in grado di far fronte alla domanda».

STORIE DI SUCCESSO – La storia di Kamla Nu’aman Oddah, che grazie al microcredito ha aperto un asilo nel suo villaggio in Cisgiordania

Kamla Nu’aman Oddah è una delle persone che hanno potuto beneficiare del microcredito erogato da Reef. Laureata in giurisprudenza, vive nella porzione settentrionale della Cisgiordania. Il suo lavoro era però a Gerico in una scuola privata. Per raggiungerla, ed essere sicura di arrivare sul posto alle 8, doveva uscire di casa ogni giorno alle 5:30.

Sposata, Kamla normalmente lasciava i suoi tre figli a casa con la suocera quando andava al lavoro, in mancanza di un asilo. Anche al ritorno, lo stesso, quotidiano percorso a ostacoli tra blocchi e checkpoint. Così Kamla ha deciso di presentare le sue dimissioni, pur sapendo che lo stipendio del marito non era sufficiente per poter far fronte alle necessità della famiglia.

Di qui l’idea: creare lei stessa un asilo nel suo villaggio. Si è rivolta a Reef e ha ottenuto 8mila dollari di prestito per aprire una piccola struttura. Che, in breve, ha ottenuto uno straordinario successo. Per questo Kamla ha deciso di tentare di ampliarla ulteriormente, rivolgendosi ancora alla società specializzata in microfinanza.

Oggi nell’asilo di Kamla sono impiegati sei insegnanti. E anche due suoi familiari vi lavorano. La donna ha perciò richiesto un credito di ulteriori 12mila dollari per aprire una seconda struttura.

Un non-Stato diviso in tre aree estremamente diverse tra loro

Lo sviluppo della Palestina, dunque, incontra enormi difficoltà logistiche. Il 60% della Cisgiordania è sotto il controllo di Israele, e l’accesso da parte dei cittadini palestinesi è spesso complicato. A risentirne sono tutti i parametri macroeconomici. Ad oggi i Territori palestinesi presentano un Prodotto interno lordo stimato (per il 2018) a 14,6 miliardi di dollari. In un sistema diviso – fisicamente, politicamente ed economicamente – in tre aree: Cisgiordania, Gerusalemme Est e Striscia di Gaza. Con la Cisgiordania, a sua volta, divisa in ulteriori tre aree, A, B e C con diversi gradi di controllo da parte delle autorità palestinesi e israeliane.

«La popolazione palestinese, tuttavia, dipende dalle aree A e B per la fornitura di servizispiega ACADF, società specializzata in microfinanza -. I tribunali palestinesi delle aree A e B sono autorizzati a trattare i conflitti tra le persone che vivono nell’area C. Ma non hanno il potere di far rispettare le loro decisioni. Ciò nonostante, noi concediamo prestiti nell’area C. E continueremo a farlo. In quella zona la maggior parte del territorio è utilizzata per l’agricoltura, settore sul quale ci concentriamo. L’assenza di strutture per far applicare la legge è compensata da un’attenta selezione dei clienti e dalla pressione sociale esercitata su chi è inadempiente».

«Il sistema politico palestinese – prosegue ACADF – rimane diviso: Hamas ha preso de facto il potere a Gaza e la divisione politica impedisce un coordinamento delle politiche. Sono sorti così due quadri normativi paralleli. Il che frammenta uno spazio economico già limitato. Ad esempio, la fornitura di servizi a Gaza è complicata dall’esistenza di due distinti servizi pubblici. Uno pagato e gestito dall’ANP a Ramallah e l’altro dall’autorità di fatto a Gaza». Anche per questo «la disoccupazione a Gaza è tra le più alte al mondo e anche la povertà è molto alta».

Nel complesso, inoltre, il sistema palestinese è fortemente dipendente da quello israeliano, con il quale è in vigore una sorta di quasi-unione doganale istituita dal Protocollo di Parigi. Di qui molte delle difficoltà che pesano nell’acceso ai mercati esteri e sulla competitività. Anche per questo gli investimenti diretti esteri (IDE) sono ancora ridotti (pari a 1,7 miliardi, ovvero il 12,5% del Pil), benché siano aumentati dal 2009. 

Migliaia di persone in Palestina sono riuscite ad accedere ad un prestito per avviare una piccola attività grazie al microcredito



Il sistema economico locale, tuttavia, non è in grado di assorbire la domanda di lavoro



Soprattutto quella qualificata: sono migliaia i giovani laureati che non riescono a trovare un impiego in Palestina



Il ruolo del settore pubblico e il contesto di incertezza

L’economia nei Territori è essenzialmente costituita da servizi, con un settore pubblico particolarmente presente (dal quale dipende il 20,3% dei posti di lavoro complessivi). Il peso dell’industria è pari al 13% del Pil e quello dell’agricoltura al 2,9%, mentre l’edilizia vale il 6,5%.

Il settore privato è composto da alcune grandi imprese, ma soprattutto da una miriade di micro-aziende. Tuttavia, non è in grado di assorbire la crescita della popolazione attiva. E soffre la mancanza di competitività rispetto alle nazioni vicine. Legata ad una logistica più costosa e complessa rispetto a quella di Israele, alle difficoltà nelle esportazioni, a costi relativamente elevati dei fattori di produzione. 

Una filiale di Quds Bank a Betlemme © Salvatore Guida

Ma a pesare, ovviamente, è soprattutto il contesto politico. Le incertezze legate al conflitto con la nazione ebraica, alternativamente latente o manifesto, rendono difficile convincere ad investire sul territorio. L’ultima guerra, nel 2014, ha affossato il Pil della Striscia di Gaza del 15,1%.

L’ultima guerra ha fatto precipitare il Pil nella Striscia di Gaza di oltre il 15%

Proprio nell’enclave palestinese che affaccia sul Mediterraneo, infatti, si registrano le condizioni economiche (e sociali) peggiori. Inoltre, l’Autorità palestinese non ha margini di politica monetaria, mentre quelli di bilancio sono decisamente ristretti. Soprattutto, non è possibile ricorrere a strumenti tradizionali di indebitamento: impossibile, in altre parole, emettere bond. Gli introiti sono così legati in larghissima parte a prestiti e aiuti internazionali. 

Anche il settore bancario resta sostanzialmente poco sviluppato. I prestiti al settore privato rappresentano poco più di un terzo del Pil. Sul territorio, poi, circolano tre monete: lo shekel israeliano, il dinaro giordano e il dollaro americano. Non esiste, appunto, una valuta palestinese. Il che priva completamente le istituzioni di una politica monetaria.

Le banche presenti in Palestina sono unicamente regionali

La supervisione, come detto, è appannaggio di una specifica autorità che fa le veci di una banca centrale, ed è riconosciuta come una delle più professionali e prudenti della regione. Ma per le banche operanti nei Territori i prestiti non performanti sono soltanto attorno al 3%. E l’autorità monetaria ha anche introdotto un sistema di garanzie sui depositi (fino a 20mila dollari) per rassicurare i correntisti. 

Anche dal punto di vista fiscale, la situazione della Palestina è del tutto peculiare: «Qui – spiega Luigi Bisceglia, che insegna presso l’università di Betlemme ed è responsabile regionale dell’organizzazione non governativa VIS – è Israele a riscuotere le tasse indirette, come l’IVA. E a controllare l’import-export».

Luigi Bisceglia, docente presso l’università di Betlemme

Ciò nonostante, negli ultimi anni si è riusciti a sviluppare un sistema bancario. «Dal 2007 – prosegue il docente – con l’ex presidente dell’Autorità palestinese Salam Fayyad si è di fatto introdotto il capitalismo nel sistema economico. Qui esiste un settore bancario, costituito prevalentemente da istituti regionali, come Arab Bank e Cairo-Amman Bank. E proprio nel 2007 nacque la prima banca locale, la Bank of Palestine». 

La testimonianza di Luigi Bisceglia, docente presso l’università di Betlemme

Le banche occidentali sono tuttavia totalmente assenti: «Possiamo dire in ogni caso che un cittadino palestinese ha a disposizione dei servizi bancari paragonabili a quelli europei, benché con una minore diversità bancaria. Si possono avere carte di credito Visa e Mastercard. Funziona Revolut. Certo, esistono anche alcune limitazioni. È il caso di PayPal, che qui non funziona. Ma i palestinesi si sono attrezzati e hanno creato PalPay, che funziona molto bene». 

Il caso di PayPal. E la rivincita con il successo di PalPay

A colpire, infatti, è la capacità di resilienza del tessuto produttivo palestinese. Che deve fronteggiare molteplici difficoltà eppure riesce a rimanere vivo. «Con l’accelerazione degli ultimi dieci anni – aggiunge Bisceglia – sul fronte finanziario la popolazione si è però indebitata. E, con la crisi del coronavirus, chi aveva a disposizione un po’ di risparmi, o le rimesse di familiari che lavorano all’estero, ha potuto galleggiare. Per gli altri la situazione è molto complicata». 

Il dinamismo del sistema produttivo palestinese è tuttavia evidente. Moltissimi ragazzi studiano e frequentano le università, anche all’estero grazie a borse di studio. Si seguono master e conseguono dottorati e c’è una mentalità imprenditoriale molto sviluppata. Sono moltissime le start-up che nascono, nonostante l’assenza di welfare, di sussidi in caso di disoccupazione.

«Detto ciò – lamenta Bisceglia – non possiamo dimenticare che i due terzi del territorio sono sotto occupazione. Tra una comunità e l’altra ci sono insediamenti illegali rispetto al diritto internazionali. Nei quali chi vi abita usa numerose forme di violenza nei confronti dei palestinesi. Vengono distrutte reti idriche, infrastrutture elettriche, servizi. Si costruisce una casa, una scuola, e poco dopo può arrivare un ordine militare che ne impone la distruzione nel giro di due giorni». Chi investirebbe in un contesto del genere?