Meno coronavirus con più aree rurali: urge un nuovo modello di sviluppo

500 miliardi tra Recovery Fund e Politica agricola comune. Il coronavirus è l'occasione per adottare modelli di sviluppo e agricoltura più equi, green e meno vulnerabili

concept modello di sviluppo sostenibile, città, campagna, energia rinnovabile - violetkaipa/iStockPhoto

La pandemia di coronavirus ci offre un tragico insegnamento su molti errori commessi e mostra l’insostenibilità del modello di sviluppo attuale. Ma è anche un’occasione unica per attuare una transizione verso un sistema più equilibrato e meno permeabile al contagio. Un modello in cui, ad esempio, l’agricoltura valorizzi meglio piccoli produttori e aree interne. Un’opportunità che può contare sugli oltre 200 miliardi di euro del famigerato Recovery Fund (o Next Generation Eu) e sui 300 miliardi e passa della prossima Politica agricola comune (la Pac). Misure, non a caso, al centro di forti pressioni delle lobby e di un acceso dibattito politico per orientarne le ricchissime dotazioni.

Quel legame tra coronavirus e agricoltura

Il legame tra la pandemia e le diverse aree rurali in Italia: è il tema alla base di uno studio elaborato dalla Scuola di agraria dell’Università di Firenze. Si intitola appunto: “Covid-19 and rural landscape: The case of Italy”. Uno studio sulle relazioni tra la diffusione della pandemia in Italia e le diverse tipologie di regioni economiche. Su Valori avevamo già descritto la prima uscita dello studio, più centrata sull’agricoltura tradizionale. Questa seconda versione è un lavoro unico per approccio, ora pubblicato anche su una rivista scientifica internazionale, dopo 3 mesi di attenta peer review (revisione paritaria, ndr). La sua versione iniziale ha anche destato l’interesse della Banca centrale europea, che ne ha ricavato un working paper. Ed è stata messa alla prova della “seconda ondata”. Con i casi di covid-19 rilevati al 30 novembre 2020.

Meno contagi se ci sono più aree rurali

L’analisi è stata effettuata su quattro tipologie di paesaggio rurale italiano, poi ridotte a due per semplicità. Rivela che “le province con una quota maggiore di territorio rurale tendono ad avere un’esposizione significativamente minore al covid-19, controllando l’inquinamento, la popolazione e la disoccupazione. I risultati non sono solo statisticamente significativi, ma anche economicamente rilevanti: le province con il 10% in più di quota di terreno rurale mostrano in media il 10% in meno di
casi di contagio
“.

Un valore preciso e tanto più significativo sapendo che la popolazione di tali province, meno energivore e con minor diffusione del coronavirus, è mediamente più anziana e quindi, stando alle statistiche, più vulnerabile al virus. Lo stesso dato si traduce, per contro, in una correlazione opposta tra l’incidenza dell’epidemia e le aree più energivore ( a maggior “intensità energetica”). E stiamo parlando di quelle aree di agricoltura periurbana che circondano le città metropolitane (tipo A) e di agricoltura intensiva con alta concentrazione di agroindustria (tipo B).

MAPPA contagi coronavirus per modelli di sviluppo territoriale, Italia - studio UniFi dicembre 2020
MAPPA contagi coronavirus per modelli di sviluppo territoriale, Italia – studio UniFi dicembre 2020



In sostanza è emerso che le persone che vivono in zone più rurali hanno meno probabilità di contrarre il covid-19.

Più inquinamento nelle zone che consumano più energia

Gli studiosi sono tuttavia molto chiari su un punto. I dati non attestano alcun nesso causale provato e definito, né “sono spiegati dalla minore densità di popolazione di queste aree o da altre caratteristiche demografiche, economiche o ambientali”. Ma i medesimi scienziati sottolineano che “le zone ad alta intensità energetica sono anche più vulnerabili all’inquinamento da nitrati, metano e alle emissioni di protossido di azoto e stanno anche contribuendo alla semplificazione dell’ecosistema, alla perdita dei servizi ecosistemici e alle estinzioni delle specie”. Coincidenze? Orizzonti d’indagine?

Agnoletti: «Bisogna riequilibrare il modello di sviluppo»

E non è tutto. Se infatti «la prosecuzione dei contagi corrisponde al modello statistico già presentato ad aprile», come ribadisce il professor Mauro Agnoletti, alla guida del gruppo di ricerca, i risultati dovrebbero condizionare le politiche nazionali e internazionali del presente e del futuro. E in fretta.

Da un lato poiché rappresentano un avviso a governo, comitato scientifico nazionale e a chiunque elabori le strategie di contrasto al covid-19. Più che ragionare per regioni, province e confini amministrativi, sarebbe utile calibrare provvedimenti e restrizioni per tipologie di modelli di sviluppo territoriale. Dall’altro poiché – in qualche misura – i dati sembrano spingerci verso l’adozione di un modello di sviluppo alternativo. Una versione efficace contemporaneamente per mitigare l’impatto del virus e del riscaldamento globale, favorendo soggetti economici fragili e aree depresse.

Il Recovery Fund ne tenga conto

Secondo Agnoletti, che è anche presidente del programma della Fao per la tutela del patrimonio agricolo mondiale e referente per il nostro registro nazionale dei paesaggi rurali storici, la direzione è obbligata: «Si tratta di riequilibrare il modello di sviluppo». Perché oggi «tutto avviene e si concentra dal punto di vista economico e urbanistico sul 23% del territorio». Per il resto non c’è solo abbandono, recessione economica, invecchiamento della popolazione. Ecco quindi che l’interesse della Bce per lo studio toscano, pensando a dopo la pandemia, acquista peso. E «il Recovery Fund, venendo al dunque, dovrebbe proporre dei progetti orientati anche a ridurre la densità in poche aree del Paese e distribuire sul territorio servizi e attività che possano consentire alla popolazione di soggiornare nelle zone rurali».

Nella Pac le risorse per l’agricoltura delle aree interne

Il professore, che per i suoi incarichi frequenta le stanze della politica, si dice scettico che certi ragionamenti incideranno sulla definizione del Recovery Plan italiano. Tuttavia sembra avere fiducia nell’Europa e nella prossima Pac (la cui riforma è in discussione e il cui avvio è posticipato al 2023). Istituzioni e provvedimenti già nel mirino dell’agroindustria – a Bruxelles e in Italia -, per cui andrà verificata la coerenza finale della destinazione dei fondi a misure e progetti.

obbiettivi strategia Ue dal produttore al consumatore, Farm to fork - maggio 2020
obbiettivi strategia Ue dal produttore al consumatore, Farm to fork – maggio 2020

«Volendo spostare l’asse dei finanziamenti sulle zone interne, e non sulla solita Pianura Padana coi suoi allevamenti di bestiame intensivi, o per coltivare il grano in collina, in modo da limitare le importazioni dal Canada, qualcuno verrà sicuramente a chiederne ragione. Verrà a dire che coltivare in altura costa di più, fa perdere tempo. Sosterrà che sono produzioni ridotte e troppo distribuite tra piccoli agricoltori, e non consentono un’economia di scala. Mentre bisogna fare una scelta industriale… e questo si traduce in pressioni politiche».

D’altra parte, le intenzioni europee promuovono proprio quei principi di riequilibrio auspicati da Bce e studiosi fiorentini. Anche se starà ai vari piani strategici nazionali (Psn) realizzare il Green Deal europeo e le strategie Farm to fork e Biodiversità -. «La Ue,- chiosa infatti Agnoletti – specialmente con la Pac, ha posto sul tavolo tutti gli strumenti che servono, ma bisogna decidersi a metterci le risorse. Ed è prontissima a finanziare le aree interne, che hanno prodotti tipici e di qualità legati al turismo rurale, al paesaggio. Territori che propongono un modello di sviluppo alternativo all’agricoltura intensiva di pianura».