Pisapia: «Per una nuova Ue serve una finanza sana, etica e sostenibile»

L'ex sindaco di Milano, candidato Pd alle elezioni per l'Europarlamento, intervistato da Valori, si impegna per eliminare dall'Ue i paradisi fiscali e introdurre equità fiscale

Di Elisabetta Tramonto
Giuliano Pisapia, durante un incontro a Milano prima delle elezioni europee

«L’Europa non può permettersi di essere ancora ostaggio di una finanza sregolata». Lo ha dichiarato pochi giorni fa Giuliano Pisapia, deputato per due legislature, dal 1996 al 2006, e sindaco di Milano dal 2011 al 2016, oggi candidato alle prossime elezioni per il Parlamento europeo come capolista Pd-Siamo Europei per il Nord Ovest.

E ha continuano dicendo: «Austerità e libero movimento dei capitali fanno emergere le diseguaglianze. Sono le conclusioni di uno studio, pubblicato nel 2016 di alcuni ricercatori del Fondo Monetario Internazionale. In questi anni abbiamo visto aumentare in maniera preoccupante divari e diseguaglianze, tra gli Stati e all’interno dei singoli Paesi. Se l’Europa vuole diventare giusta deve assolutamente riprendere la riflessione per una tassazione sulle transazioni finanziarie e mi batterò per questo».

Parole che hanno attirato l’attenzione del mondo della finanza etica e responsabile, che da sempre portano avanti questi temi: la riforma dei mercati finanziari, l’equità fiscale, in particolare la lotta ai paradisi fiscali e l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie. Temi oggetto di un appello, intitolato “Cambiamo la finanza per cambiare l’Europa” che il Gruppo Banca Etica – in collaborazione con le reti europee della finanza sostenibile Gabv, Febea e Finance Watch – ha redatto: un pacchetto di proposte su cui chiede alle candidate e ai candidati al Parlamento di Strasburgo di prendere posizione prima del voto del 25 maggio.

Valori ha voluto approfondire questi temi proprio con Giuliano Pisapia, che li ha introdotti nel suo programma. Ecco le sue risposte.

Ritiene che tra le priorità del Parlamento Europeo debba esserci anche una riforma del sistema finanziario?

«È sotto gli occhi di tutti come negli ultimi decenni si sia andati incontro a un pericolosa deriva finanziaria slegata dall’economia reale. I destini di economie, Paesi, uomini e donne, in mano a un clic di un operatore: non sono scene da film. Sono fatti reali, evidenti. Sono situazioni che hanno generato squilibri non più tollerabili e che si presentano come derive che nulla hanno a che vedere con un autentico libero mercato. La finanza deve recuperare, in alcuni casi, il contatto con il mondo reale ed essere al servizio della società, della buona impresa e dello sviluppo. Credo sia necessario ragionare concretamente su una tassazione equa delle transazioni finanziarie e ritengo utile che si riprenda il dibattito sulla separazione tra banche commerciali e di investimento come indicato nel documento di Banca Etica “Cambiamo la finanza per cambiare l’Europa!” che, tra l’altro, porterebbe a una maggiore tutela dei risparmi».

Ha citato lo studio dell’FMI, secondo cui «Austerità e libero movimento dei capitali farebbero emergere le disuguaglianze». La finanza può essere uno strumento per raggiungere gli obiettivi di benessere sociale. In che modo?

«Pensiamo solo ai social bond e alla loro importanza legata al raggiungimento di uno specifico risultato sociale. Anche in Italia negli ultimi anni si è accresciuta la consapevolezza dell’importanza di questi strumenti. La finanza sociale è l’autentico strumento e vettore che può portare a uno sviluppo sostenibile. Al centro di questi investimenti vi è il raggiungimento di un obiettivo che generi così il successo del progetto e dell’investimento. Più di uno degli obiettivi indicati nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite possono essere autentici “goal” raggiungibili anche e soprattutto attraverso finanza d’impatto.

Torniamo all’Unione Europea: tra le proposte che sostengo vi è un piano straordinario di investimenti per il lavoro, l’innovazione e la sostenibilità. Questo obiettivo può essere raggiunto anche e soprattutto attraverso l’emissione di Eurobond da parte dalla Banca europea dello sviluppo (Bei) e acquistati dalla Banca centrale europea (Bce) e dagli Stati membri attraverso lo scorporo degli investimenti dal calcolo del deficit. È importante facilitare l’erogazione di credito a favore di progetti aventi come fine il “green and social supporting factor”. Pensiamo solo in ambito ambientale quanto questo percorso potrebbe essere virtuoso nel favorire la produzione di energia “green”».

La cancellazione dei paradisi fiscali: anche questo è uno dei suoi obiettivi. Ritiene sia realizzabile con il prossimo parlamento? La Brexit potrebbe essere un ulteriore ostacolo su questa strada?

«Il rischio che il Regno Unito diventi un paradiso fiscale a Brexit conclusa non è da escludere. L’economia reale della Gran Bretagna già ora risente fortemente delle tensioni e delle incertezze maturate anche a causa dell’incapacità del Governo conservatore di presentare una concreta soluzione.

Sta di fatto che diverse aziende e finanziarie stanno lasciando il Regno Unito per trovare sistemazione in altri Paesi. La verità è che uscire dall’Unione Europea si sta rivelando un autentico dramma per i sudditi di Sua Maestà e gli effetti negativi di questa nefasta scelta li stanno già vivendo sulla loro pelle, al contrario di quanto sostengono gli euroscettici alla Farage o Boris Johnson.

La cancellazione dei paradisi fiscali come Irlanda e Olanda è un’autentica misura di giustizia e equità. Non è tollerabile che in un’Europa unita vi siano Paesi che fanno concorrenza sleale ad altri. È invece giusto che si introduca una “digital tax” affinché i colossi multinazionali che fanno profitti capitalizzando le nostre informazioni paghino finalmente il dovuto nei paesi dove generano guadagni».

Ha riportato attenzione sulla Tassa sulle Transazioni Finanziarie (TTF). Come pensa si possa far ripartire la spinta che questo tema aveva avuto dopo lo scoppio della crisi finanziaria?

«Penso che sia chiaro a molti come un’Europa più giusta e solidale passi necessariamente dalla volontà di introdurre finalmente un criterio di equità non solo sociale, ma anche fiscale. Per questo confido che il PSE, ma anche forze politiche come i verdi, riprendano il cammino interrotto nel 2016. È augurabile che il voto europeo premi le forze progressiste che vogliono questo cambiamento necessario e non più rimandabile. L’eliminazione degli squilibri all’interno dell’Unione Europea passa anche da riforme come questa».

Essendo la TTF parte del pacchetto fiscale esula dai compiti del Parlamento europeo. Che ruolo crede che possa avere, quindi, il Parlamento per l’introduzione della TTF?

«Penso che il Parlamento Europeo, unico organo democraticamente eletto, possa fare pressione e alzare la voce perché si giunga il più celermente possibile all’approvazione del TTF. Ma, ancora prima, occorre arrivare all’eliminazione del principio dell’unanimità in Consiglio d’Europa. Oggi continuiamo a vivere in ostaggio degli egoismi nazionalisti. Basta con un meccanismo che si rivela blocco per il progresso e l’avanzamento del nostro continente. Su tutte le questioni più importanti e delicati è quasi impossibile che il Consiglio Europeo possa avere l’unanimità dei Paesi votanti. Ecco perché bisogna passare dall’unanimità a una maggioranza qualificata dei Governi in modo che realmente Parlamento e Consiglio siano colegislatori sullo stesso piano. In attesa di una non facile riforma dei Trattati il Consiglio Europeo potrebbe utilizzare lo strumento delle c.d. “passarelle”, a trattati invariati, per risolvere il divario tra Consiglio e Parlamento. Uno strumento, che già oggi è a disposizione per superare i veti. Basta volerlo utilizzare. Voglio essere fiducioso e credere nella possibilità di una finanza sana, una finanza autenticamente etica e sostenibile. Quella finanza dal volto umano di cui abbiamo bisogno per crescere e per far crescere un’Europa unita e solidale».

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