«Odio la neve». Ma il problema non è la neve, è il nostro stile di vita

La neve non è quasi mai un’emergenza. Eppure ci irrita perché ci costringe a rallentare – e il nostro stile di vita non sempre lo consente

Luca Lombroso
La neve, un fenomeno del tutto normale, è ritenuta un disagio © COM&O/iStockPhoto
Luca Lombroso
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La neve è uno dei fenomeni più temuti e, allo stesso tempo, più amati da chi segue le previsioni meteo. Il meteorologo che svolge assistenza professionale in settori cruciali può trovarsi a dover rispondere a un utente, per esempio della viabilità: «Purtroppo sì, domani nevica». E, all’opposto, a un appassionato di neve o a un operatore del turismo invernale: «Buone notizie, domani nevica».

La frase ricorrente che però fa forse più arrabbiare il mondo della meteorologia, soprattutto amatoriale, è la nota: «Odio la neve, porta solo disagi» (con tutte le sue varianti). I più accomodanti dicono: «La neve è bella, ma deve venire solo in montagna». Altri si spingono ai limiti dell’impossibile: «Sì, va bene in pianura, ma non sulle strade».

Ancora peggio, per i bilanci delle pubbliche amministrazioni locali la neve è considerata un costo, per la necessità di attivare i piani di sgombero e i mezzi spargisale, oltre ai danni indiretti che neve e gelo provocano al manto stradale.

La neve (tranne rare eccezioni) non è un’emergenza

La neve, secondo l’Organizzazione mondiale della meteorologia, è una «precipitazione solida composta da cristalli di ghiaccio, per lo più a forma esagonale, che si aggregano in fiocchi e cadono dalle nubi quando la temperatura dell’aria è sufficientemente bassa». Si definisce «giorno con neve» quello in cui la neve cade e si deposita al suolo, imbiancandolo in modo uniforme, anche solo temporaneamente. Se invece cade senza deposito misurabile, l’evento viene classificato come «neve in tracce». In Italia la neve in pianura è un evento poco frequente e molto variabile: più raro al Centro, rarissimo al Sud. Diverso il discorso in montagna, dove la neve è – o in alcuni casi era – un fenomeno normale e un elemento costante del paesaggio.

Una normale nevicata non è un evento estremo, ma un fenomeno stagionale. Ciò nonostante, le agenzie di Protezione civile emettono l’«allerta neve» anche per soli 5 centimetri previsti, perfino in montagna. Di conseguenza, si sprecano titoli e dichiarazioni di «emergenza neve», «allarme neve», e non mancano le corse dei sindaci a emanare ordinanze di chiusura scuole e altro ancora. Si invitano o obbligano poi gli automobilisti a montare gomme termiche da neve o ad avere le catene a bordo per tutto l’inverno, da novembre ad aprile a seconda delle zone. Anche in giornate con +15 gradi centigradi e sole.

Eppure, dal punto di vista del pericolo, una normale nevicata non comporta certo le conseguenze di una pioggia torrenziale, di un temporale violento o di un’ondata di caldo. Va però ricordato che, in rari casi, la neve può assumere caratteri davvero critici. Grandi nevicate persistenti, come nel febbraio 2012, o episodi di «nevicata paralizzante», come quello del 6 febbraio 2015, hanno causato blocchi stradali prolungati, caduta di alberi, blackout elettrici e l’isolamento temporaneo di intere aree.

I benefici ecosistemici offerti dalla neve

Proprio perché, nella maggior parte dei casi, una nevicata è un evento stagionale e non un’emergenza, vale la pena spostare lo sguardo su ciò che spesso si dimentica: i benefici ecosistemici offerti dalla neve.

Per prima cosa, la neve è una risorsa idrica a rilascio lento e graduale. Quella accumulata in inverno rappresenta uno stock che alimenta fiumi, falde e bacini idrici. La fusione primaverile avviene in modo lento e favorisce l’infiltrazione nel terreno, migliorando la ricarica delle falde e la qualità delle risorse idriche.

Potremmo definire la neve come un conto deposito bancario dell’acqua, peraltro con tutte le caratteristiche di un investimento etico e non speculativo. La scarsità di neve invernale e/o le ondate di caldo precoci in primavera – o anche a fine inverno –, accentuate dai cambiamenti climatici, rappresentano una vera minaccia per i nostri “risparmi idrici” sotto forma di neve.

La neve svolge anche un ruolo importante nella regolazione del clima, a scala locale e globale. Il manto nevoso aumenta l’albedo, riflettendo parte della radiazione solare, e allo stesso tempo isola e protegge il suolo. Di conseguenza tutela anche le colture. Non a caso un noto proverbio recita: «Sotto neve pane, sotto acqua fame».

In montagna, infine, la neve porta enormi benefici ecosistemici. Molte specie vegetali e animali dipendono dal ciclo nivale, che regola i tempi di crescita, riposo e fioritura. In inverni poveri di neve, ad esempio, si sono osservati danni da gelo a specie come i mirtilli, normalmente protette dal manto nevoso durante le fasi più fredde.

Perché oggi la neve è considerata solo un costo e un disagio

Eppure, come detto all’inizio, molte persone e le casse pubbliche continuano a considerare la neve soprattutto come un disagio e un costo. Complici i cambiamenti climatici, che rendono le nevicate meno frequenti anche in montagna, ogni episodio viene vissuto con un certo fastidio. Più in generale, l’odio per la neve nasce dal fatto che ci costringe a rallentare, a cambiare programma e, in qualche caso, a rinunciare alle nostre abitudini di vita e di lavoro.

È ancora nella memoria di molti la “tormenta di Santa Lucia 2001”: il 13 dicembre una bufera improvvisa, ma non imprevista, arrivò nella pianura Padana in modo perfido, alle 17 di un venerdì pomeriggio, a ridosso del Natale. Molti automobilisti furono colti all’uscita dal lavoro o mentre andavano a fare compere, con le strade ormai impraticabili. Bloccati per ore e impossibilitati a ripartire, alcuni finirono per dormire in ufficio. Ci furono centri commerciali, per esempio a Modena, che recuperarono materiale da campeggio per offrire riparo ai clienti rimasti bloccati durante la notte.

Perché non è giusto scaricare la responsabilità dei disagi sui singoli

Come si vede, la maggior parte dei disagi – e dell’odio che ne consegue – deriva dall’uso dell’automobile; altri dal collasso dei trasporti, soprattutto aerei ma, in qualche caso, anche ferroviari. Si invocano le gomme termiche come soluzione magica. «Ma tanto io ho le gomme da neve», oppure «io ho il SUV 4×4», dicono alcuni. E magari aggiungono che, se il traffico rallenta o si blocca, la colpa è degli «imbranati», degli «incapaci di guidare», o di chi non ha l’attrezzatura invernale. Ricordiamoci invece che l’equipaggiamento invernale è importante, ma non risolutivo. Quando c’è neve al suolo bisogna andare più piano, guidare con prudenza e prestare la massima attenzione in frenata. Se possibile, meglio ancora restare a casa.

Non è però tutta colpa del singolo individuo, anzi. Se siamo arrivati a questo punto, non è solo una questione di stile di vita: è anche, e soprattutto, una questione di modello di sviluppo. E di come abbiamo progettato la nostra società, dall’urbanistica ai trasporti. Sempre meno negozi di vicinato e sempre più grandi centri commerciali; quartieri dormitorio e scuole e uffici lontani; grandi ospedali decentrati e meno servizi sanitari di prossimità. Tutto questo rende molti spostamenti spesso inevitabili. Insomma, se prendiamo l’auto sotto la bufera non è sempre una libera scelta. L’autista precario che consegna i pacchi ordinati online difficilmente può decidere di fermarsi, di sua volontà, quando arriva la neve. I decaloghi di comportamento – che pure sono importanti – finiscono così per scaricare sull’individuo responsabilità che, in realtà, appartengono a chi amministra o a chi dirige le aziende.

Non è vero che nei Paesi nordici «non si ferma mai nulla»

Sfatiamo anche un mito molto diffuso: non è vero che in Scandinavia, in Canada, in Alaska o in Russia «non si ferma mai nulla», nemmeno con bufere e tormente di neve a 20 gradi sotto zero. Anche in questi luoghi estremi i treni vengono cancellati, gli aerei restano a terra, le strade chiudono. O, se qualcosa continua a funzionare, lo fa comunque a ritmi molto inferiori a quelli abituali. Poche auto o pochi voli al giorno sono più gestibili di un grande hub aeroportuale, con decolli e atterraggi ogni due minuti, o di autostrade intasate anche con il bel tempo.

A questo proposito, una riflessione su una notizia di cronaca recente. Una famiglia italiana è rimasta bloccata a Rovaniemi, in Finlandia, con il volo serale cancellato, una temperatura di -28 gradi centigradi, hotel pieni e difficoltà a trovare un alloggio. Le lamentele sono senz’altro legittime perché, in questi casi, l’utente ha diritto all’assistenza da parte della compagnia. Ma è vero anche che, quando si viaggia in Finlandia in inverno, temperature estreme e disagi nei trasporti dovrebbero essere messi in conto. E ci sarebbe da interrogarsi su quanto sia corretto, da parte delle agenzie di viaggio, promuovere pacchetti di questo tipo nella stagione più rigida, a meno che non dispongano – come piano B per il rientro – della slitta di Babbo Natale.

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