Dal barile al piatto: perché ogni crisi petrolifera diventa una crisi alimentare
Dai fertilizzanti allo Stretto di Hormuz, il cibo che mangiamo dipende dal petrolio. Una catena fragile che ogni crisi energetica trasforma in crisi alimentare
Menù del giorno: insalatina di cavolo cappuccio con gocce di greggio Dop, pasta al forno alla petrolchimica, flan di verdure Wti e per finire tortino ai frutti di bosco Hormuz. No, non è esattamente così, ma il legame tra industria petrolifera e alimentazione è molto più stretto di quanto potremmo immaginare. Gran parte del cibo che mangiamo, infatti, è legata a filo doppio ai combustibili fossili. E a dimostrarlo sono, più di ogni altra cosa, le crisi energetiche.
Crisi energetica e crisi alimentare: il precedente del 2008
Piccolo ripasso: tra il 2007 e il 2008, il prezzo del barile di petrolio passò da circa 70 a circa 180 dollari sui mercati internazionali. Al contempo, l’indice dei prezzi dei beni alimentarti della Fao – l’agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura – crebbe del 70%. Oggi, la stessa organizzazione ha ammonito che la chiusura dello Stretto di Hormuz, imposta a seguito degli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, rischia di trascinare in condizioni di insicurezza alimentare 45 milioni di persone.
La principale catena di trasmissione tra petrolio e cibo è legata ai fertilizzanti. Per numerose nazioni, l’uso di questi ultimi dipende totalmente dalle importazioni. Urea, nitrato di calcio, solfato d’ammonio e nitrato d’ammonio – tutti a base di azoto – rappresentano infatti concimi imprescindibili per numerosissime colture, a partire dai cereali. Ebbene, circa il 30% dei fertilizzanti commercializzati in tutto il mondo passa proprio per lo Stretto di Hormuz.
Dall’ammoniaca al gas: la filiera fossile dei fertilizzanti
Non solo: molte grandi imprese produttrici sono situate proprio nel Golfo: Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania e anche l’Iran. I fertilizzanti citati sono fabbricati a partire dall’ammoniaca, e per ottenerla serve idrogeno. Che, a sua volta, è prodotto in grandissima parte bruciando gas. Non è un caso se il prezzo dell’urea sia passato nel giro di pochi mesi da 537 a più di 800 dollari alla tonnellata. Quanto basta per mettere in ginocchio settori agricoli di Paesi vulnerabili, per i quali anche una minima variazione di prezzo può risultare fatale.
Lo storico francese Jean-Baptiste Fressoz ha ricordato sulle colonne del quotidiano Le Monde che al momento del crollo della banca statunitense Lehman Brother – che generò una crisi finanziaria ed economica mondiale – quasi un miliardo di persone in tutto il mondo soffriva la fame. Era il 2008: il periodo delle rivolte per il cibo ad Haiti, in Egitto, Senegal, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Camerun, Indonesia. Da allora, poco è cambiato. E il susseguirsi di altre crisi non ha fatto che rendere sempre più precarie le situazioni di milioni e milioni di persone.
Lo shock petrolifero del 1920 e la lezione dimenticata
Fressoz spiega che «la cosa più terribile è che questo effetto-domino tra crisi energetica e alimentare non è per nulla inevitabile: a spiegarcelo è il primo shock petrolifero della storia». Durante gli anni Venti del secolo scorso, infatti, la costa occidentale degli Stati Uniti visse un periodo di grave mancanza di carburanti. La diffusione del trattore, delle pompe per irrigare alimentate da benzina e una grave siccità nel biennio 1919-1920 crearono le condizioni per una “tempesta perfetta”.
Quella storia, spiega il ricercatore, «rivelò una dipendenza dell’agricoltura, ma anche la necessità, in tempi di crisi, di distinguere l’essenziale dal superfluo». All’epoca quest’ultimo era rappresentato dalle automobili, che cominciavano a diffondersi e assorbivano buona parte dell’offerta di carburanti nel mercato americano.
A un secolo di distanza, l’agricoltura è ancora, pur con tutte le differenze intervenute nel frattempo, in larghissima parte dipendente dalla produzione petrolifera. Ma la realtà è anche che le macchine agricole consumano solo tra il 5 e il 10% del diesel venduto a livello mondiale. Basterebbe ragionare in termini globali e non solo nazionali, basandosi appunto sul principio della salvaguardia dell’essenziale, per evitare che le crisi energetiche si ripercuotano immediatamente sull’alimentazione.
Tassare gli extra-profitti petroliferi: una via d’uscita possibile
Questo presupporrebbe però cooperazione internazionale, lungimiranza, senso di responsabilità da parte dei decisori politici così come degli attori privati. Gli extra-profitti delle compagnie petrolifere potrebbero essere tassati e i proventi utilizzati proprio per assorbire lo shock, salvaguardare un indiscutibile patrimonio dell’umanità che risponde al nome di cibo, evitare milioni di affamati e chissà quanti morti premature.
Per farlo, se necessario, si potrebbe dicidere perfino di rinunciare – udite, udite – a una parte dei profitti. Sarebbe una rivoluzione.



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