Lobby

Dalla lobby del petrolio 200 milioni di dollari all’anno contro l’ecologia

La Ong inglese InfluenceMap rivela: i colossi del petrolio hanno speso un miliardo di dollari in pochi anni per contrastare la lotta ai cambiamenti climatici

Di Andrea Barolini
Una raffineria negli Stati Uniti © Walter Siegmund/Wikimedia Commons

Alle parole non seguono i fatti. Le grandi compagnie petrolifere, benché ufficialmente sostenitrici della lotta ai cambiamenti climatici, operano in realtà nell’ombra al fine di conservare i loro business. A confermarlo è un rapporto dell’organizzazione non governativa InfluenceMap, che ha puntato il dito contro il denaro speso dalle major per attività di lobbying anti-ecologica.

L’Accordo di Parigi non è bastato a far cambiare rotta

L’associazione inglese ha infatti spiegato che colossi come ExxonMobil, Shell, Chevron, BP e Total continuano ad investire qualcosa come 200 milioni di dollari all’anno. Lo studio precisa che, in questo modo, il totale ha raggiunto il miliardo di dollari, dal 2015 ad oggi. Ovvero dall’anno in cui fu approvato l’Accordo di Parigi, che chiede a tutti – governi, imprese e cittadini – di impegnarsi per evitare la catastrofe climatica.

Il drammatico incidente avvenuto nel 2010 alla piattaforma Deepwater Horizon, di BP, nel golfo del Messico © US Guard Coast/Public Domain

La notizia arriva a pochi giorni di distanza dal rapporto di Greenpeace, secondo il quale le grandi banche internazionali hanno versato 1.900 miliardi di dollari al comparto delle fonti fossili (gas e carbone inclusi) Anche in questo caso, il calcolo è stato effettuato dopo il 2015.

BP in testa tra le major del petrolio

Ma, evidentemente, per le grandi aziende del settore petrolifero i business sono più importanti della salvezza del Pianeta. Così, la britannica BP ha pagato 53 milioni di dollari per contrastare le politiche che puntano a mitigare il climate change. Al secondo posto nella classifica stilata da InfluenceMap figura l’americana Shell, con 49 milioni. Sul podio anche la ExxonMobil, anch’essa statunitense, con 41. Mentre quarta risulta la francese Total, con 29.

Dati che appaiono in netta contraddizione con la decisione altri due colossi del settore, BHP Billiton e Shell. Che hanno infatti deciso di abbandonare alcune tra le rispettive federazioni e associazioni di categoria. Ciò in quanto «troppo conservatrici sulla questione climatica».

«Contatti con parlamentari e pressioni sui media»

Ma si tratta di eccezioni. «Il settore sta rafforzando un programma strategico che punta ad influenzare l’agenda sul clima», ha commentato Dylan Tanner, direttore di InfluenceMap.

Secondo Tanner, l’azione delle compagnie petrolifere è a tutto tondo. Dal tentativo di modificare le normative approvate a livello nazionale e internazionale, fino alle pressioni sui media. Vengono evocati in particolare contatti diretti con parlamentari e decisori politici. E il ricorso a studi di lobbisti professionisti per essere certi dell’efficacia degli sforzi.

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