Ambiente

Pfas, chi paga per i veleni nelle acque in Veneto?

Chi paga per l’inquinamento da PFAS in Veneto? È questo uno degli interrogativi principali a cui cerca di dare una risposta il nuovo rapporto di ...

Di Corrado Fontana
mappa copertina rapporto EMERGENZA PFAS - Greenpeace Italia, settembre 2017
copertina rapporto EMERGENZA PFAS – Greenpeace Italia, settembre 2017

Chi paga per l’inquinamento da PFAS in Veneto? È questo uno degli interrogativi principali a cui cerca di dare una risposta il nuovo rapporto di Greenpeace presentato oggi a Venezia.

Oggi la nuova tappa dell’inchiesta che la ong ambientalista sta conducendo – e di cui avevamo già parlato su Valori aprile e su questo sito, all’uscita del primo report -, con un documento elaborato dall’istituto di ricerca indipendente olandese SOMO in collaborazione con Merian Research (Berlino).

Il nuovo rapporto tenta di fare luce sull’assetto societario di Miteni Spa, l’azienda chimica di Trissino ritenuta dalle autorità locali la fonte principale dell’inquinamento da PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) che riguarderebbe innanzitutto le acque delle province di VicenzaVerona e Padova (un bacino da 350 mila persone circa), e che ha imposto l’attivazione di alcune azioni immediate anche da parte dell’Arpa. Una situazione che a marzo scorso Greenpeace definiva come “un’emergenza ambientale senza precedenti, almeno per l’Italia”.

In tutta questa storia c’è poi almeno un episodio a dir poco singolare che riguarda Miteni, «il fatto che la società sia stata venduta a 1 euro nel 2009 – ci dice Mauro Meggiolaro di Merian Research – quando in teoria nessuno sapeva nulla dei PFAS. Molto probabilmente Mitsubishi, il precedente proprietario, ha stimato che la società, negli anni successivi avrebbe “bruciato” tutto il suo valore con le perdite prima di riuscire a produrre utili. E in questo calcolo è possibile che abbia considerato i rischi ambientali legati ai PFAS».

foto campione acqua dal rapporto EMERGENZA PFAS – Greenpeace Italia, settembre 2017

Greenpeace sottolinea infatti alcuni aspetti finanziari e patrimoniali preoccupanti relativi alla Miteni, di cui alcuni dirigenti – della presente e passata gestione – risultano indagati dalla Procura di Vicenza per reati ambientali. “Dall’indagine di SOMO – scrive la ong – emerge che Miteni ha chiuso i suoi bilanci in passivo negli ultimi 10 anni […] guardando al bilancio 2016, le risorse finanziarie con cui invece Miteni potrebbe far fronte ad eventuali risarcimenti erano pari ad appena 6,5 milioni di euro. Una cifra modesta se paragonata con i soli costi per il rifacimento degli acquedotti che la Regione Veneto stima in 200 milioni di euro”.

E così, sebbene l’attuale proprietà Miteni abbia più volte sostenuto di non essere responsabile dell’inquinamento, riconducendolo alle precedenti gestioni, e di non essere a conoscenza dei gravi rischi ambientali connessi al sito di Trissino prima di procedere all’acquisto, “I dati pubblicati oggi indicano che Miteni versa in una situazione finanziaria estremamente difficile. E la domanda che si fanno i cittadini e che si è fatta anche Greenpeace è: chi paga?”: questo il commento finale di Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace, che chiede un intervento della Regione presieduta dal leghista Luca Zaia.

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