Rapporto clima 2025 del Wmo: la Terra accumula calore a livelli record
Il rapporto clima 2025 del Wmo mostra un Pianeta sempre più caldo: oceani surriscaldati, ghiacci in calo e segnali sempre più evidenti della crisi climatica
L’Organizzazione Meteorologica Mondiale (Wmo) ha pubblicato il report “State of the global climate 2025”, un’analisi dettagliata degli indicatori climatici – diretti e indiretti – relativi all’anno appena trascorso. Tra questi: temperature, concentrazioni di CO2 e di altri gas serra, eventi estremi e, novità di questa edizione, anche lo “squilibrio energetico” della Terra, noto come forcing radiativo. Spiegheremo meglio più avanti di cosa si tratta; per ora basti anticipare che nel 2025 questo squilibrio ha raggiunto il massimo storico, proseguendo un trend in crescita osservato fin dall’inizio delle misurazioni, negli anni Sessanta.
I messaggi chiave sono netti e il Wmo li sintetizza così nel suo comunicato stampa:
- il rapporto sullo stato del clima conferma che il periodo 2015-2025 è il più caldo mai registrato, con undici anni consecutivi di temperature record;
- lo squilibrio energetico della Terra ha toccato il livello più alto degli ultimi sessantacinque anni;
- negli ultimi due decenni, gli oceani hanno assorbito ogni anno una quantità di energia pari a circa diciotto volte il consumo energetico annuo dell’umanità;
- gli eventi meteorologici estremi colpiscono milioni di persone e generano danni per miliardi di dollari.
Approfondiamo dunque i contenuti di questo importante rapporto, concentrando l’attenzione su due indicatori chiave: lo squilibrio energetico e il ghiaccio marino artico.
Gas serra ai massimi storici: gli undici anni più caldi della storia
Il report della Organizzazione Meteorologica Mondiale sullo stato del clima conferma quanto già noto, ma restituisce con precisione e rigore un quadro in cui i parametri “vitali” del sistema climatico risultano sempre più fuori equilibrio.
Gli ultimi undici anni, dal 2015 al 2025, hanno segnato record continui per le temperature globali, tanto da poter essere definiti i più caldi mai registrati, almeno nell’epoca della civiltà umana. Il 2025 si colloca sul podio – tra il secondo e il terzo posto – rispetto al periodo preindustriale 1850–1900, con un’anomalia termica di +1,43 gradi centigradi, ormai a ridosso della soglia di 1,5 gradi centigradi fissata dall’Accordo di Parigi. Il primato resta al 2024, che ha raggiunto +1,55 gradi centigradi.
Nel frattempo, i gas serra continuano ad aumentare. La CO2 in atmosfera ha toccato nel 2024 il livello più alto degli ultimi due milioni di anni e oggi sfiora le 430 parti per milione (ppm). Un valore che si avvicina alla soglia dei 450 ppm proposta in passato dall’Unione europea ai tempi della COP15 di Copenaghen, ma che supera ampiamente il limite di 350 ppm indicato dagli studi di James Hansen. A preoccupare è soprattutto il ritmo di crescita: nel 2024 l’aumento annuale è stato il più elevato dall’inizio delle misurazioni moderne, nel 1957, trainato dalle emissioni da fonti fossili e dalla ridotta capacità di assorbimento di oceani e foreste.
Oceani più caldi ed eventi estremi in aumento
L’effetto “spugna” degli oceani si sta indebolendo, mentre continua l’assorbimento di calore. Tra le conseguenze più evidenti c’è l’acidificazione, che accelera processi come lo sbiancamento dei coralli. Oggi oltre il 91% del calore in eccesso generato dall’effetto serra di origine antropica si accumula nei mari. Aumentano le ondate di calore marine e il ritmo di riscaldamento degli oceani è più che raddoppiato rispetto al periodo 1960–2005.
Strettamente connesso a questo fenomeno è l’innalzamento del livello del mare, che non si arresta. Nel 2025 il livello medio globale risulta di 11 centimetri più alto rispetto all’inizio delle misurazioni satellitari, nel 1993. Il tasso di crescita è in accelerazione e, secondo l’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), è destinato a proseguire per secoli.
Mari e oceani sempre più caldi contribuiscono anche ad alimentare eventi estremi. L’Italia ne offre esempi concreti, con le alluvioni che hanno colpito più volte la Romagna e, più di recente, l’Abruzzo.
Su scala globale, nel 2025 ondate di caldo, incendi, siccità, cicloni tropicali e alluvioni hanno provocato migliaia di vittime, colpito milioni di persone e generato danni economici per miliardi. Gli eventi estremi rappresentano inoltre un fattore crescente di instabilità geopolitica: spingono migrazioni forzate, aumentano il numero di profughi climatici e aggravano tensioni sociali, contribuendo anche all’insicurezza alimentare, con effetti a catena particolarmente pesanti nelle aree più fragili e segnate da conflitti.

Lo squilibrio energetico della Terra: perché accumuliamo calore
L’effetto serra, dal punto di vista fisico, può essere descritto come un “bilancio radiativo”: il rapporto tra l’energia che la Terra riceve dal Sole e quella che il sistema terrestre restituisce nello spazio. Quando questo bilancio è in equilibrio, la temperatura resta stabile; se si crea un deficit energetico, come durante le ere glaciali, il Pianeta si raffredda. Al contrario, un surplus di energia porta a un aumento delle temperature.
Da diversi anni i satelliti permettono di misurare con precisione questo squilibrio energetico – noto come Earth energy imbalance (Eei) – cioè la differenza tra l’energia in entrata dal Sole e quella che la Terra riemette sotto forma di radiazione infrarossa.
Con l’aumento della concentrazione di gas serra, cresce la quota di radiazione trattenuta dall’atmosfera, rendendo positivo il bilancio: in altre parole, la Terra accumula più calore di quanto ne disperda. L’Eei misura proprio questo accumulo ed è quindi uno degli indicatori più completi e significativi dello stato del sistema climatico.
Lo squilibrio energetico della Terra accelera
Già a partire dagli anni Sessanta, prima dell’avvento dei satelliti più avanzati – come quelli dotati dello strumento Ceres della Nasa – gli scienziati stimavano il calore accumulato negli oceani, nei continenti e nell’atmosfera, così come l’energia necessaria alla fusione dei ghiacci, integrando dati osservativi e modelli climatici.
Oggi sappiamo che tra il 1960 e il 2025 il tasso di aumento dell’Eei è stato in media di 0,13 watt per metro quadrato per decennio. Negli ultimi anni, però, il ritmo ha subito una forte accelerazione: nel periodo 2001–2025 le stime basate sul contenuto di calore degli oceani indicano 0,30 watt per metro quadrato per decennio, mentre le misurazioni satellitari arrivano fino a 0,44 watt per metro quadrato, oltre tre volte la media storica.
Nel 2025 l’Eei ha raggiunto un valore record. Secondo gli scienziati, le cause principali sono tre: l’aumento continuo delle concentrazioni di gas serra; la riduzione degli aerosol dovuta a politiche più stringenti contro l’inquinamento atmosferico – un effetto positivo per la salute, ma con implicazioni complesse sul clima – e la diminuzione delle superfici riflettenti, come nubi e ghiaccio marino, che in passato contribuivano a respingere parte della radiazione solare.
Il declino dei ghiacci artici marini
Ed eccoci al focus sui ghiacci. Il primo pensiero è immediato: se il ghiaccio fonde, il livello del mare aumenta. Questo è vero per i ghiacciai montani e per le grandi calotte di Groenlandia e Antartide, ma non per il ghiaccio marino, in particolare quello artico, su cui ci concentriamo qui.
La fusione del ghiaccio che galleggia sul mare non fa salire il livello dell’acqua – come un cubetto che fonde in un bicchiere. Ma la perdita di vaste superfici ghiacciate comporta comunque conseguenze rilevanti. Tra queste c’è la cosiddetta amplificazione artica: meno ghiaccio significa minore albedo, cioè minore capacità di riflettere la radiazione solare. Il risultato è un maggiore assorbimento di energia e un ulteriore aumento delle temperature. E non è l’unico effetto.
Cosa ci dice dunque lo “State of the Global Climate 2025” della Organizzazione Meteorologica Mondiale? Che la situazione dei ghiacci artici è più allarmante che mai. Nel 2025 l’estensione media annuale si è fermata a 10,10 milioni di chilometri quadrati, contro una media 1991–2020 di 11,01 milioni: uno dei valori più bassi – se non il più basso – dall’inizio delle osservazioni satellitari nel 1979.
Perché il calo del ghiaccio artico cambia il clima globale
A colpire è spesso il minimo estivo, quando il ritiro dei ghiacci apre nuove rotte di navigazione. Ma il dato più preoccupante riguarda il massimo invernale, cioè il momento in cui l’estensione dovrebbe essere maggiore. Tra il 20 e il 21 marzo 2025 si sono registrati appena 14,19 milioni di chilometri quadrati: il valore più basso mai osservato per un massimo stagionale, contro una media storica di 15,07 milioni. Manca all’appello quasi un milione di chilometri quadrati di ghiaccio, una superficie pari a circa tre volte l’Italia.
L’anomalia estiva è risultata meno marcata: il minimo, raggiunto tra il 7 e l’8 settembre, è stato di 4,74 milioni di chilometri quadrati, tra il decimo e il quattordicesimo valore più basso mai registrato. Tuttavia, il successivo ricongelamento autunnale è stato lento e in ritardo, tanto che dicembre 2025 ha segnato la più bassa estensione glaciale mai osservata per questo mese.
Il trend di lungo periodo resta inequivocabile: tra il 1979 e il 2024 il minimo estivo artico è diminuito di circa il 14% per decennio rispetto alla media 1991–2020.
Oltre ai meccanismi di retroazione già citati, la copertura di ghiaccio marino è anche un indicatore chiave del riscaldamento globale e svolge un ruolo cruciale nella dinamica atmosferica. Da essa dipendono fenomeni come il vortice polare e la corrente a getto: un Artico meno ghiacciato favorisce ondulazioni più marcate di quest’ultima, con effetti sulla circolazione generale dell’atmosfera. Ne derivano dinamiche apparentemente paradossali: da un lato possono aumentare le irruzioni di aria fredda verso le medie latitudini, dall’altro i richiami di aria calda subtropicale possono intensificare ondate di caldo e situazioni di blocco, favorendo eventi estremi come grandi alluvioni.
E quindi, che fare?
Quando un climatologo presenta questi dati, viene spesso accusato di catastrofismo e invitato a non limitarsi alla diagnosi, ma a proporre anche soluzioni. In realtà, il suo compito si ferma proprio qui. Se fosse un medico, diremmo che la diagnosi è quella di un paziente grave, con parametri vitali fuori controllo. La prognosi resta riservata e dipende in larga misura dalla collaborazione del “paziente Terra”.
La terapia, però, è nota: un ricorso massiccio alle energie rinnovabili, accompagnato da una riduzione dei consumi – cioè maggiore efficienza energetica – e dall’abbandono del “fumo” dei combustibili fossili.




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