I cambiamenti climatici uccidono: il conto del Lancet Countdown 2026

Oltre 540mila morti annue per il caldo, mille miliardi di dollari di lavoro perso. In Italia l’83% dei giorni torridi dipende dalla crisi climatica

Operai riposano all'ombra durante le ore più calde a Manama, in Bahrein © frantic00/iStockPhoto

In breve

  • Secondo il rapporto Lancet Countdown 2026, tra il 2016 e il 2023 il caldo è stato associato in media a 540.800 morti l’anno, il 68% attribuibili ai cambiamenti climatici.
  • Il caldo pesa anche sull’economia: le ore di lavoro perse valgono circa mille miliardi di dollari, e nei Paesi più poveri le perdite arrivano al 5% della produzione.
  • I Paesi più colpiti sono quelli che hanno emesso meno gas serra: il rapporto chiede una transizione giusta, ma i grandi emettitori respingono il tema delle responsabilità storiche.

I cambiamenti climatici uccidono. Uccide il caldo, uccidono i disastri come le inondazioni, uccide la siccità. La nuova edizione del rapporto annuale Lancet Countdown, pubblicato dalla rivista medica britannica The Lancet, fotografa la situazione. L’istantanea si apre con un paradosso apparente: le emissioni di gas serra sono aumentate dopo l’Accordo di Parigi del 2015, la bussola per la politica climatica mondiale. Come si spiega? Con il benessere all’occidentale inseguito, strenuamente cercato e spesso trovato da buona parte della popolazione del pianeta negli ultimi anni. Un benessere sospinto dalla combustione di carbone, petrolio e gas naturale.

Gli investimenti nell’energia pulita, una legislazione più orientata alla tutela della salute e le crescenti evidenze scientifiche hanno contribuito a ottenere miglioramenti concreti in ambito sanitario. Ma non sono stati sufficienti a controbilanciare i danni in rapida crescita causati dai combustibili fossili. Non solo. Una sfiducia crescente nel multilateralismo (che dagli anni Novanta rappresenta la strada maestra per affrontare i problemi ambientali del mondo) mette a rischio i progressi ottenuti finora. E lo stesso fa il combinato disposto di disinformazione, misinformazione e negazionismo climatico. Vediamo qualche numero.

Morti per caldo, siccità e piogge estreme: i numeri del rapporto

Nel periodo tra il 2016 e il 2023 il caldo è stato associato in media a 540.800 morti ogni anno, scrivono gli studiosi. Di queste, aggiungono i ricercatori, il 68,4% (369.940) sarebbe attribuibile ai cambiamenti climatici prodotti da industrializzazione, trasporti e da uno stile di vita in cui la carne è sempre più importante.

Va precisato a onor del vero che si tratta di interpretazioni: il nesso di causalità tra caldo e morti non è facilmente dimostrabile. Chi può assicurare che un infarto a luglio sia dovuto alle temperature alte? Esiste la possibilità che le cifre siano sovrastimate (o, al contrario, sottostimate). Ma si tratta comunque di un’interpretazione autorevole. E il fatto che gli ultimi 11 anni siano i più caldi da quando si tengono le rilevazioni resta un dato inoppugnabile.

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Ancora: secondo i ricercatori del Lancet Countdown sarebbero i Paesi con l’indice di sviluppo umano più basso quelli in proporzione più colpiti dalle morti attribuibili al caldo. Sono anche quelli che hanno emesso meno gas serra.

Il rapporto sciorina altre cifre. La siccità estrema, per esempio, ha colpito il 51,8% delle terre emerse per almeno un mese nel 2025: il secondo dato peggiore di sempre, dopo il 2023. È una tendenza che ha accelerato di sette volte nel periodo compreso tra il 2016 e il 2025 rispetto al 2006-2015. In parallelo, i giorni di pioggia torrenziale sono diventati sempre più frequenti, e sempre più velocemente. Nel 2016-2025 hanno colpito il 17,2% delle terre emerse, con inondazioni, frane e le inevitabili conseguenze su persone, case e sicurezza alimentare.

Il costo economico del caldo pesa di più sui Paesi poveri

C’è poi il risvolto economico. Secondo The Lancet, gli impatti del caldo sulla salute si riflettono «a cascata» sulle condizioni economiche essenziali per il benessere, cioè la ricchezza. Sarebbero 573 miliardi le ore di lavoro potenzialmente perse a causa del caldo a livello globale, per un valore stimato di circa mille miliardi di dollari.

L’impatto sul prodotto interno lordo (Pil), ovviamente, non è ripartito equamente. Nei Paesi ad alto reddito parliamo di circa l’1,4% del totale, in quelli ad altissimo reddito addirittura solo dello 0,5%. Per quelli con un Pil basso, invece, le perdite arrivano al 5% del valore della produzione (10 volte tanto). Per quelli con Pil medio ci si ferma al 3,7%.

Quanto descritto rinforza «la necessità di una transizione giusta», spiega The Lancet, «nella quale i Paesi che hanno contribuito maggiormente ai cambiamenti climatici forniscano un supporto significativo a quelli più colpiti e meno responsabili». Non è un concetto nuovo: nel linguaggio diplomatico si parla da decenni di “responsabilità comuni ma differenziate”. Ma cosa significhi nella pratica è tuttora poco chiaro. I grandi emettitori, Stati Uniti in testa, hanno l’orticaria al solo sentir parlare di responsabilità storiche. Temono un diluvio di cause miliardarie. E, come accade per i tribunali internazionali, Washington ama comminare sanzioni ma non accetta di finire sul banco degli imputati. Privilegi dell’egemone.

Nonostante questo, le misure di adattamento (necessarie a ridurre gli impatti) tardano ad arrivare. Il 75,8% degli Stati membri dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) non avrebbe completato un piano al riguardo, primo passo per sviluppare una risposta adeguata.

Risposte? Per parare i colpi (in aumento) dei cambiamenti climatici sulla salute, lo studio propone di costruire un meccanismo ad hoc delle Nazioni Unite che coinvolga l’Oms, raccogliere risorse dedicate e scambiarsi i dati in maniera più efficiente a livello internazionale.

L’Italia nel rapporto Lancet Countdown 2026: caldo e lavoro

Il Lancet Countdown comprende una sezione dedicata all’Italia. Secondo il documento, l’82,7% dei giorni di ondata di caldo a cui lo Stivale è stato esposto tra il 2021 e il 2025 con ogni probabilità non ci sarebbe stato senza i cambiamenti climatici a cui assistiamo in questi anni.

Le ore di lavoro potenzialmente perse sarebbero state in media 211,4 milioni l’anno tra il 2016 e il 2025, con un incremento del 63% rispetto alla media annuale degli anni Novanta. Sarebbero invece 33 le ore di sonno perse in media a causa delle alte temperature tra il 2021 e il 2025: tre in più rispetto al periodo tra il 1986 e il 2005.

Particolarmente colpito dall’impatto del caldo, notano gli scienziati, è il settore delle costruzioni e della cantieristica. Già da qualche anno governo e regioni hanno dovuto correre ai ripari, bloccando i lavori nelle ore peggiori. Insomma, c’è poco da stare allegri.

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