Regole sulla finanza. Anche oggi ne parliamo domani

La notizia ha del clamoroso: i massimi dirigenti di alcuni dei più grandi gruppi finanziari del pianeta scrivono un appello a più mani per chiedere ...

Di Andrea Baranes

La notizia ha del clamoroso: i massimi dirigenti di alcuni dei più grandi gruppi finanziari del pianeta scrivono un appello a più mani per chiedere una maggiore e più efficace regolamentazione finanziaria. “Il ruolo dei servizi finanziari nella società. Appello a sostegno di politiche macro-prudenziali”. Già dal titolo una vera e propria rivoluzione, la fine di quarant’anni di pensiero unico in cui lo smantellamento di regole e controlli è un valore a sé stante. Non solo, ma un’inversione di 180 gradi rispetto alle posizioni sostenute dalle stesse persone e istituzioni finanziarie solo pochi mesi fa.
Ad agosto 2014 Douglas Flint, a capo della HSBC, scrive al governo inglese chiedendo di rallentare l’approvazione di nuove normative in ambito finanziario pensate per rendere il settore meno vulnerabile a nuove crisi, in particolare riguardo la separazione tra banche commerciali e di investimento. Una posizione ripetuta diverse volte: un “eccesso” di regolamentazione avrebbe impatti negativi sui prestiti alle imprese e alle famiglie e sulla crescita globale in generale.
Dichiarazioni per lo meno criticabili, da parte di chi è capo di una banca al centro dello scandalo SwissLeaks per avere aiutato decine di migliaia di facoltosi clienti ad aprire conti cifrati per nascondere i propri soldi in giro per il pianeta. La stessa banca ad avere ricevuto nel 2012 1,9miliardi di dollari di multa dalle autorità statunitensi per una vicenda legata al riciclaggio dei proventi dei cartelli della droga messicani.
A maggio del 2015, lo stesso Flint è tra i coordinatori dell’appello pubblicato dal World Economic Forum. Assieme a lui, personaggi di primo piano di colossi quali Deutsche Bank, UBS, Black Rock e molti altri, anche italiani, come manager di Intesa Sanpaolo, Generali e Davide Serra di Algebris. Il primo paragrafo dell’appello enuncia che «la stabilità finanziaria è un bene pubblico critico, e va a beneficio dell’intera società. La regolamentazione macro­prudenziale è un meccanismo importante che potrebbe contribuire alla stabilità finanziaria, riducendo la probabilità e gli impatti di future crisi finanziarie».
Cosa può essere successo? Fulminati sulla via di Damasco? Un pentimento tardivo quanto opportuno? A leggere per intero il documento si capisce che assecondando il proverbio, il diavolo si è nascosto nei dettagli. All’appello vero e proprio, di quattro paragrafi in tutto, segue una pagina di “considerazioni”, scritte più in piccolo, ma probabilmente più importanti per capire il senso dell’operazione. Considerazioni che si aprono con un “tuttavia”: «è essenziale, tuttavia, che tutti i portatori di interesse siano coscienti dei limiti della nostra conoscenza attuale riguardo l’impatto dell’applicazione di politiche macro­prudenziali, i rischi noti e ignoti che queste potrebbero generare, così come i compromessi che la società di troverà di fronte».
Ecco, regole in teoria sì, ma se si va sul concreto, non facciamoci prendere la mano. Le considerazioni seguono spiegando che «non è ancora chiaro come strumenti prudenziali e monetari possano essere efficaci nel limitare il rischio sistemico, e come potrebbero avere impatti sull’economia reale». Si prosegue dicendo che sono necessarie più ricerche, studi di impatto, valutazioni. Per applicare le regole, in altre parole, c’è sempre tempo. Addirittura nelle considerazioni si segnala che normative pensate o applicate in maniera sbagliata potrebbero essere fonte di aumento del rischio sistemico; che potrebbero ridurre la crescita in alcuni settori, distorcere in maniera insostenibile alcune dinamiche di mercato; avere conseguenze e impatti sociali.
Andando a leggere per intero l’appello ci si rende conto che la svolta non è stata a 180 gradi, ma probabilmente a 360: si è tornati esattamente al punto di partenza. Regole “eccessive”, disegnate male o applicate male possono danneggiare la crescita, l’economia, la società. Care istituzioni politiche, pensateci bene prima di muovervi, e continuate a studiare.
Rispetto al titolo dell’appello, leggendolo per intero si ha la netta sensazione di trovarsi di fronte a uno di quelli spot pubblicitari in cui in primo piano si trova uno slogan che promette miracoli, ma in fondo alla pagina, in un carattere praticamente illeggibile, si dice l’esatto opposto. Pubblicità che offrono automobili di lusso a rate di da 99 euro al mese, ma se avete una vista da falco e molta pazienza riuscite a leggere un minuscolo disclaimer in cui dicono che la prima rata è da 10.000 euro, poi le rate da 99 sono a un tasso di interesse da usura, e per finire è prevista una maxi­rata da altri 20.000 euro.
L’appello suona come un mero spot pubblicitario per cercare di recuperare un minimo di credibilità da parte di un sistema nel quale la fiducia del pubblico è ai minimi storici. Siamo d’accordo sul titolo: delle politiche macro­prudenziali, e più in generale una regolamentazione finanziaria per chiudere una volta per tutte il gigantesco casinò che ci ha trascinato nella crisi è urgente quanto necessario.
Parliamo di separare le banche commerciali da quelle di investimento; di una tassa sulle transazioni finanziarie; di una seria lotta contro i paradisi fiscali; di limiti stringenti all’utilizzo dei derivati; dell’introduzione di un principio precauzionale in finanza; e l’elenco potrebbe continuare. Peccato che non una di queste proposte – peggio ancora, non una di queste parole – sia presente nell’appello del World Economic Forum. Se davvero la grande finanza intende cambiare strada e avere un ruolo positivo per l’insieme della società, bisognerà fare molto, ma molto di più.

Iscriviti alla newsletter

Il meglio delle notizie di finanza etica ed economia sostenibile