“Riciclare la plastica non salverà il Mediterraneo”

Greenpeace Italia: senza un ripensamento dei cicli produttivi, non si ridurrà la plastica in mare. Anche perché i tassi di riciclo sono fermi da anni

Di Rosy Battaglia
Di FerranRelea (Opera propria) [CC BY-SA 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], attraverso Wikimedia Commons

«Riciclare è un gesto importante ma che da solo non basterà a salvare i mari del Pianeta dalla plastica. A partire dal nostro Mediterraneo». Parola di Greenpeace. «Le grandi aziende che continuano a fare profitti con la plastica usa e getta sanno benissimo che è impossibile riciclarla tutta ma continuano a produrne sempre di più». Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia, entra a gamba tesa nel dibattito intorno alla proliferazione e all’inquinamento della plastica nell’ambiente. Un tema bollente e scabroso. Sul quale è intervenuta di recente anche la Commissione europea avviando la messa al bando delle plastiche monouso. 

Consumo complessivo di plastica in UE e suddivisione tra i vari Paesi (fonte: Plastics Europe, 2016)

Urge intervenire sui cicli produttivi

«Dal tubetto di dentifricio ai contenitori per alimenti, non abbiamo scelta: siamo costretti ad acquistare prodotti con imballi che dopo qualche minuto dall’acquisto, diventano subito rifiuto» ribadisce il responsabile di Greenpeace a Valori. «Da qui il senso del nostro rapporto Plastica: il riciclo non basta. Produzione, immissione al consumo e riciclo della plastica in Italia” redatto in collaborazione con la Scuola Agraria del Parco di Monza».

L’analisi conferma quanto denunciato nell’ultimo dossier di Valori. Non basta riciclare se non si interviene nei cicli produttivi. «Oggi in Italia, stando agli stessi dati 2017 di Corepla relativi a tutti gli imballaggi in plastica immessi al consumo, solo poco più di 4 su 10 vengono effettivamente riciclati. Altri 4  vengono bruciati negli inceneritori. I restanti 2 vengono immessi in discarica o dispersi nell’ambiente» sottolinea Enzo Favoino, Ricercatore della Scuola Agraria del Parco di Monza e tra gli autori del rapporto.

Imballaggi non riciclati invariati dal 2014

«La direzione principale per affrontare il problema è la drastica riduzione del ricorso alla plastica e la riprogettazione di imballaggi nella direzione della durevolezza e riusabilità prima ancora che della riciclabilità» ribadisce Favoino. «Anche perché le tonnellate di imballaggi non riciclati sono rimaste sostanzialmente invariate dal 2014 (1,292 milioni di tonnellate) al 2017 (1,284 milioni di tonnellate) vanificando, di fatto, gli sforzi e gli investimenti per migliorare e rendere più efficiente il sistema del riciclo».

Consuntivo 2014 e previsioni 2015-17 su immissione al consumo, riciclo ed incenerimento di plastica da imballaggio sul territorio nazionale (fonte: COREPLA, 2015)

L’Italia, infatti, è al secondo posto in Europa per plastica immessa al consumo, stimata in 6 – 7 milioni di tonnellate annue, di cui ben il 40% viene impiegato per produrre imballaggi. «Ma anche il lieve incremento del tasso di riciclo degli imballaggi, cresciuto negli ultimi anni, passato dal 38% del 2014 al 43% del 2017, non è riuscito a bilanciare l’aumento del consumo di plastica monouso» dicono da Greenpeace, citando i dati del rapporto OECD e quelli di Plastic Europe.

Produzione complessiva di plastica nel mondo ed in UE 2005-2015 (fonte: Plastics Europe, 2016)

Ben venga quindi la direttiva contro la Single Use Plastic (SUP) emanata dalla Commissione europea. Bisogna però sperare che, al momento dell’approvazione da parte del Parlamento europeo, superi il fuoco di sbarramento che sicuramente le lobby dei produttori erigeranno.

Oceani di platica, mare di interessi

L'emergenza ambientale causata dai rifiuti plastici è nota. Non altrettanto gli impatti sanitari e l'enorme intrigo di soldi e pressioni costruito dalle corporation per frenare le norme di cui gli Stati faticosamente si dotano. Un viaggio scomodo tra bilanci aziendali, rapporti delle autorità internazionali, attività di lobby e paradisi naturali sfregiati. Ecco il nostro dossier: https://bit.ly/2JZwiXF

Posted by Valori.it on Wednesday, June 20, 2018

Ma l’iniziativa non basterà comunque a risolvere il problema se non si agisce in cima alla filiera produttiva. Fondamentale sarà poi l’apporto dei diversi settori industriali, che ancora oggi fanno ampio ricorso a materiali plastici.

Impiego della plastica nei diversi settori (fonte: Plastics Europe, 2017)

Stesso discorso per gli sforzi dei cittadini italiani per la riduzione del consumo, sollecitati anche dal neo ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, con la campagna Plastic free Challenge .

Una dieta che nuoce alla salute

Intanto, in mancanza di interventi, la “zuppa di plastica” rischiamo di mangiarla a pranzo e a cena.Proprio Greenpeace ha pubblicato la scorsa settimana i risultati delle analisi effettuate negli organismi prelevati nel Mar Tirreno (Liguria, Toscana, Lazio e Campania) in uno studio realizzato in collaborazione con l’Università Politecnica delle Marche e l’Istituto di Scienze Marine del CNR di Genova, sulla presenza di microplastiche.

In un pesce su 4 analizzato proveniente dal Mar Tirreno sono state trovate particelle plastiche

Più di 200 organismi marini tra pesci e invertebrati comunemente consumati e pescati in Italia, come acciughe, triglie, merluzzi, scorfani, gamberi e cozze, sono stati prelevati e analizzati nelle località di Genova, Grosseto, Isola del Giglio, Ventotene e Napoli. Il rapporto dei ricercatori conferma la presenza di particelle di microplastica, tra il 25% e il 30% dei pesci e invertebrati analizzati, evidenziando livelli di contaminazione paragonabili a quelli già riscontrati negli organismi prelevati in primavera nell’Adriatico.

Microplastiche composte da diversi tipi di polimeri: la maggior parte di quelle ritrovate è fatta di polietilene (PE), ovvero il polimero con cui viene prodotta la maggior parte del packaging e dei prodotti usa e getta.

«I risultati ottenuti confermano ancora una volta che l’ingestione di microplastiche da parte degli organismi marini sia un fenomeno diffuso e sottolineano la rilevanza ambientale del problema dei rifiuti plastici in mare» ha affermato Stefania Gorbi, docente di Biologia Applicata alla Università Politecnica delle Marche. «È urgente quindi che la ricerca scientifica acquisisca nuove conoscenze e contribuisca a sensibilizzare la coscienza di tutti su questa tematica emergente». Anche perché sottolinea Ungherese, »in mancanza di studi, vige il principio di precauzione. Un conto è usare la plastica come contenitore, un conto è mangiarla a nostra insaputa».

Un radar per monitorare i frammenti

Che cosa può fare il singolo cittadino, quindi? Una strada resta quella di sollecitare le multinazionali ad un cambio di rotta. Due le iniziative proposte da Greenpeace: Plastic radar e #BreakFreeFromPlastic

La prima, nata come servizio per segnalare la presenza di rifiuti in plastica sulle spiagge, sui fondali o che galleggiano sulla superficie dei mari italiani.

Basta inviare una foto con la segnalazione su Whatsapp, al numero +39 342 3711267 per geolocalizzarli.

Attraverso il sito plasticradar.greenpeace.it sarà infatti possibile consultare i risultati e scoprire quali sono le tipologie di imballaggi e le marche più comuni nei mari italiani, a quali categorie merceologiche appartengono, se sono in plastica usa e getta o multiuso e da quali mari italiani arriva il maggior numero di segnalazioni.

Segnala la plastica

La seconda è la petizione #BreakFreeFromPlastic. A sottoscriverla, finora, più di un milione di persone in tutto il mondo. Nel testo si chiede ai grandi marchi come Coca-Cola, Pepsi, Nestlé, Unilever, Procter & Gamble, McDonald’s e Starbucks di ridurre drasticamente l’utilizzo di contenitori e imballaggi in plastica monouso. «È necessario che i grandi marchi si assumano le proprie responsabilità: anche questi possono essere modi per sollecitare la riduzione della plastica monouso immessa sul mercato» conclude Giuseppe Ungherese.

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