Parte 5

“Vi racconto come il mio Paese è stato ridotto alla fame”

Il regista e giornalista Ruben H. Oliva ci conduce in un diario di viaggio nella storia dell'Argentina. Con nomi e cognomi di chi ha saccheggiato ...

Di Rubén H. Oliva *
La baraccopoli Villa31 di Buenos Aires, dove vivono 40mila persone e, sullo sfondo a poca distanza, l'elegante quartiere del Retiro. (foto da Taringa.net)

L’Argentina, diciotto anni dopo il default che gettò il Paese nella più profonda delle povertà, si avvicina nuovamente al bordo dell’abisso. Il governo di Mauricio Macri e del suo partito “Cambiemos”, una strana coalizione tra diverse forze politiche, formatasi per sconfiggere alle urne nel 2015 la presidente peronista Cristina Fernandez de Kirchner, è allo stremo. Tre anni fa si vinse per pochi voti e la tanto odiata Cristina se ne tornò a casa. Ma la serenità durò poco. Una pioggia di cause giudiziarie, scoppiate a raffica contro funzionari del precedente governo per corruzione, inasprirono ulteriormente le tensioni in una società disarticolata e profondamente divisa.

Dalla prosperità al dramma

Ma tentiamo di capire la storia dell’Argentina e di come uno Stato, che fino al 1930 registrava una crescita paragonabile soltanto a quella degli Stati Uniti d’America, si è ridotto così.

Quattro colpi di Stato, nell’ultimo secolo del millennio scorso, stravolsero la continuità e il normale sviluppo della democrazia.

L’ultima dittatura dei generales, la più sanguinaria e inumana, tra il 24 agosto del 1976 e il dicembre del 1983 uccise 30mila persone (i desaparecidos) nei lager e lasciò instillata la paura e la violenza in quello che era considerato da tutti il più progredito dei paesi del Sud America.

Un manifesto di protesta chiede “Dove sono?” le decine di migliaia di desaparecidos durante la dittatura militare

La mano della Scuola di Chicago

Dietro all’orrore di quegli anni ed alla mano del ministro dell’Economia Martinez de Hoz, un Chicago Boy estremamente spregiudicato, i militari iniziarono a indebitarsi con il fondo monetario internazionale per migliaia di milioni di dollari: gran parte di questi soldi sono finiti direttamente nelle loro stesse tasche. Nel 1983, Raul Alfonsin, la riserva morale del partito radicale vinse a sorpresa le elezioni, ereditando un’economia distrutta e un debito di quarantacinquemila milioni di dollari con il FMI e le banche straniere radicate in Argentina.

Nel clima di terrore degli anni 70, in cui la vita non valeva niente, imprenditori come i Macri, la Techint, Celulosa e molte altre aziende aumentarono le loro ricchezze in modo sproporzionato.

Una volta tornata la democrazia, e avendo preso coscienza del loro potere, strozzarono lentamente il primo volenteroso presidente democratico. I militari tentarono ben 3 colpi di Stato e i peronisti fecero la loro parte indicendo undici scioperi nazionali. Nel 1988 Raul Alfonsin fu costretto dalla crisi economica a lasciare il governo un anno prima della scadenza del mandato. Il debito pubblico era arrivato a cinquantaquattromila milioni di dollari, ma l’industria Argentina reggeva ancora.

L’era del Cavallo: liberismo e privatizzazioni

L’ex presidente dell’Argentina Carlos Menem con l’allora presidente Usa, George Bush

Carlos Saul Menem divenne presidente, ed un ex funzionario della dittatura militare, Domingo Cavallo, si insediò al ministero dell’Economia. Cavallo ebbe la pazza idea di ancorare la moneta locale al dollaro. L’Imprenta di Stato stampava monete, quasi fossero figurine e in solo dieci anni distrusse completamente l’industria nazionale.

Privatizzò quasi tutto quello che era in mano allo Stato con gare d’appalto truccate e ciò che non riuscirono a vendere fu dismesso. Come le ferrovie. Era il mezzo più economico per trasportare cereali e materie prime nel vastissimo territorio verso i porti marittimi. Di esse oggi non si trovano più nemmeno le rotaie, rubate negli anni.

Un disastro che in poco tempo prosciugò le arterie del Paese, che all’uguale degli Stati Uniti, era cresciuto e si era unificato grazie a questo mezzo di trasporto. Eppure, mentre questo accadeva, sia Cavallo che il presidente Menem venivano accolti nel mondo (celebre l’incontro all’università Bocconi di Milano), come veri e propri eroi. Il neoliberismo di stampo peronista era il modello da seguire, dicevano. L’otto luglio del 1989, quando Menem lascia il potere il debito pubblico oramai era schizzato a centotrentamila milioni di dollari. La gente iniziava a provare nuovamente paura e incertezza.

Cambia il presidente ma non Cavallo

Vince le elezioni un’altra strana alleanza, quella tra la destra del partito radicale e alcuni elementi della sinistra peronista. Diventa presidente il radicale Fernando De La Rùa, nemico di partito di Alfonsin e uomo con ottimi contatti tra i militari. Dal 1999 al 2001, quanto è durato il suo governo, il debito raggiunge oramai cifre insostenibili e viene chiamato a fare il super ministro dell’economia nuovamente Domingo Cavallo, il default è nell’aria.

Piccola digressione personale: nel 1999, intervistato da Radio 24 sulla crisi Argentina, vengo messo in linea, senza saperlo, con l’allora direttore del Sole 24 ore e con Calisto Tanzi. I due negano la crisi e l’allora presidente della Parmalat spiega a me e agli ascoltatori come sia solida l’Argentina e come la Parmalat abbia da poco acquistato imprese nel paese sudamericano. Da poco avevo fatto ritorno da Buenos Aires e ho semplicemente raccontato quello che avevo visto.

Negozi chiusi, mezza città in vendita e code interminabili di risparmiatori, intenti a ritirare i loro risparmi dalle banche. Nel 1999, gli istituti di credito erano arrivate a offrire il 4% mensile d’interesse sui conti, tentando di evitare l’emorragia di contanti.

Solo uno stolto poteva allora non accorgersi che qualcosa stava per scoppiare. Poco tempo dopo si capì che gli stolti erano in realtà degli sgamati uomini d’affari con solidi rapporti nei posti che contano. Il mondo della finanza internazionale conosceva al dettaglio la situazione Argentina ma la nascondeva, gli affari sono affari, e nelle crisi si possono fare ottimi affari. Molte banche italiane, in quel nefasto periodo, continuavano a spingere i potenziali clienti ad acquistare Bond argentini. Il resto lo sappiamo, o crediamo di saperlo.

Il fumo negli occhi di Macri

Oggi si da la colpa alla siccità o al calo del prezzo della materia prima più redditizia, ovvero la soia, o dell’aumento continuo della benzina (tolto i treni tutto si trasporta su camion), dei debiti lasciati dal precedente governo dei Kirchner, ritenuto da “Cambiemos” corrotto, populista e assistenzialista. Alla fine del primo anno di governo, tutte queste accuse si erano rivelate fumo negli occhi.

Molti hanno capito che il neoliberismo è tornato in auge e che la festa è finita. Mauricio Macrì, uomo dal sorriso perenne e occhi di giaccio, è riuscito fino a questo momento ad accontentare solo amici e parenti.

Gli industriali e i latifondisti, nonché gran parte dei ceti medi che lo hanno votato in massa, ora si pentono. Ma ormai è un po’ tardi. Con l’odiato precedente governo, che nel secondo mandato aveva perso colpi e consenso, avevano realizzato affari d’oro, il paese aveva cancellato il debito con il Fondo Monetario Internazionale e cosa più importante, la gente riusciva ad arrivare a fine mese.

Ora i prezzi e le tariffe galoppano e pensioni e stipendi non vanno più di pari passi con l’inflazione. La quotazione del dollaro rispetto al peso argentino continua a salire giorno dopo giorno trascinando in basso l’intera economia. E pensare che una delle prime misure economiche di Macrì, forse la più applaudita, fu quella di togliere il cambio del dollaro alla banca centrale, lasciandolo al libero mercato. Risultato? Tutti quelli che potevano sono corsi a acquistare dollari da mettere sotto il materasso, e le banche private hanno fatto bottino di miliardi di dollari che immediatamente hanno girato all’estero.

Secondo il quotidiano di centro destra “La Naciòn”, ben otto ministri del governo hanno i loro patrimoni all’estero. Durante lo scandalo dei “Panama Papers” a Maurizio Macrì sono state scoperte ben tre società offshore.

Le due Argentine e la scomparsa del ceto medio

La baraccopoli Villa31 è ormai regno incontrastato della criminalità e del traffico di droga

Le bidonville oramai sono diventate vere e proprie città, una di esse “Villa 31” con più di 40mila persone si può scorgere dalla Casa Rosada, sede del governo. L’inizio delle crisi hanno sempre ragioni profonde, come sono la esagerata diseguaglianza sociale che ha prodotto due Argentine, quella dei miliardari e quella dei poveracci e in mezzo un ceto medio che scivola sempre più verso il basso. La corruzione è diventata moneta corrente e oramai in pochi ci fanno caso. La delinquenza ha da tempo preso d’assalto le città più importanti, mentre la criminalità organizzata ha trovato terreno fertile facendo sì, che “ il paese del futuro perenne” sia oramai da considerare come un Narcostato. Dai suoi confini parte la maggiore quantità di cocaina verso l’Europa. E si sa, che in tempi di crisi e non, il narcotraffico ha sempre contanti…

* Rubén H. Oliva è giornalista, regista cinematografico e televisivo argentino. Ha realizzato decine di documentari sui drammi economici e sociali del suo Paese. In Italia ha lavorato o lavora per Radio Popolare, Il Giorno, Il Secolo XIX, La Repubblica, Rai 3.

Un pazzo contro il treno: la locomotiva tedesca frena

Iscriviti alla newsletter

Il meglio delle notizie di finanza etica ed economia sostenibile