Quella sporca dozzina della Super Lega

Ogni settimana il commento di Luca Pisapia sugli intrecci tra finanza e calcio

Può una sporca dozzina di miliardari prendere una cantonata colossale, sbagliando tempi e modi dell’annuncio della Super Lega, per finire a cospargersi il capo di cenere? Sì, perché essere ricchi non significa necessariamente essere intelligenti. Può una sporca dozzina eccetera eccetera? No, perché, per quanto possano essere stupidi, si circondano di ottimi professionisti. Il messaggio, perché di quello si trattava (non ci sarebbero stati i tempi tecnici per fare altro), è passato: la Super Lega si farà. Anche perché è già realtà. Lo è la vecchia Champions, non solo perché partecipano e vincono sempre le stesse, ma perché la sua struttura economica lo prevede: il fair play finanziario, a dispetto del nome, serve solo a permettere a chi è più ricco di spendere di più. E il market pool, la redistribuzione degli utili, è strutturato in modo da riempire di soldi i soliti noti, che ogni anno diventano sempre più ricchi e creano un monopolio: una lega di élite appunto. Lo sarà ancora di più la nuova Champions che partirà nel 2024, aumentando squadre (da 32 a 36) e partite (da 125 a 225), a discapito dei campionati nazionali, e soprattutto distribuendo due wild card per le squadre più importanti che non sono riuscite a qualificarsi: casomai il Cagliari arrivasse quinto e la Juve ottava sarebbe quest’ultima ad andare in Champions. Vi ricorda qualcosa? E allora perché quell’annuncio sbagliato se una Super Lega già c’è di fatto? Per due motivi. Uno perché i grandi club vogliono trattare almeno una parte del 25% circa di introiti che la Uefa tiene per sé. E qui la partita si gioca sulle briciole che sotto i nomi altisonante di mutualità e solidarietà i grandi club o la Uefa prometteranno ai piccoli: chi offrirà di più vincerà. La seconda è lo scontro geopolitico che ha visto contrapposti, da una parte, i club “atlantisti” – molti dei quali di proprietà americana, di diritto o di debito, vedi il Real – che volevano giocare con JP Morgan, che aveva promesso 3,5 miliardi per la Super Lega. E, dall’altra, la Uefa che si appoggia al fondo Centricus Asset Management, con sede a Londra ma interessi nel Golfo, che ha promesso fino a 7 miliardi per le tre coppe con marchio Uefa. E, non a caso, dopo il primo round, a sostituire l’ex amico Agnelli alla presidenza dell’Eca è arrivato – sancendo la pace tra Ceferin (Uefa) e Infantino (Fifa) – il padrone del PSG Al-Khelaifi, che tra sei mesi organizzerà i Mondiali in Qatar. E così, tra annunci e ritirate, scontri geopolitici e sfide finanziarie, una sola cosa è certa: questo calcio neoliberale non fa altro che aumentare le diseguaglianze, e il divario tra ricchi e poveri. E a vincere, comunque andrà, sarà sempre la solita sporca dozzina.